La storia ciclistica di Juan Pedro López passa anche dal calcio.

 

Una delle scene più famose del film “La vita è bella” è quella in cui Roberto Benigni, al grido “Maria! La chiave!”, vede recapitarsi tra le mani la chiave lanciata da una finestra aperta, riuscendo così ad aprire il portone d’ingresso ed entrare in casa. Non sempre, però, nella vita si può essere altrettanto fortunati da riuscire a trovare la Maria di turno pronta ad aprire. Capita invece più spesso di dover aspettare che passi un altro condomino, oppure, quando non si ha molta voglia di attendere, di bussare più volte e più forte. Ne sa qualcosa Juan Pedro López, il neoprofessionista spagnolo accasatosi quest’anno alla Trek-Segafredo. Nonostante i soli ventidue anni, infatti, ha dovuto battere alla porta del Kometa Cycling Team in due occasioni al fine di poter entrare nel mondo delle corse. Vedendo dov’è arrivato, si potrebbe dire che il suo doppio tentativo non è stato vano.

©RFECiclismo, Twitter

Da portiere ad attaccante

Che Juanpe si trovasse a suo agio tra le porte era già chiaro fin da prima che iniziasse a cercare una strada per giungere al professionismo. Nato a Lebrija, in Andalusia, era follemente innamorato, e lo è tuttora, del Real Betis, una delle squadre calcistiche di Siviglia il cui capitano era lo storico Joaquín Sánchez Rodríguez, detto El Pisha. La passione per questo sport è tale da portarlo a calcare un campo di calcio, militando in una formazione giovanile e rivestendo un ruolo abbastanza statico che lo aiuterà a prendere dimestichezza con gli infissi: il portiere.

La storia di Juan Pedro López vuole però che all’età di tredici anni, imbattendosi in una vecchia bicicletta di suo padre, decida di salire in sella e provare qualcosa di più dinamico, innamorandosene. Senza troppi fronzoli lo spagnolo lascia così il calcio per dedicarsi anima e corpo al ciclismo. Il passaggio da portiere ad attaccante (ciclista) è ormai cosa fatta, ma la passione per il pallone la porterà con sé per sempre. Lo si troverà infatti a scherzare su Twitter davanti ad una foto che lo ritrae a guardare lo smartphone: “Sto leggendo i vostri commenti o guardando a che ora gioca il Real Betis?”.

Fronte spaziosa, carnagione olivastra e sorriso smagliante, Juanpe López ha i tratti stereotipici dello spagnolo. Dalla sua terra ha assimilato la passione del calcio, dal quale a sua volta ha acquisito ben più del semplice trasporto. La voglia di fare gioco e di lanciarsi in avanti alla ricerca del risultato si è aggrappata al suo animo come un free climber ad una parete verticale. E, sebbene le strade che va affrontando in bicicletta siano dei veri e propri muri, il lebrijano ha imparato a danzare su di esse. «Sono uno scalatore, mi piacciono le tappe che finiscono in quota e quelle che spaccano le gambe». Chiudendo gli occhi e sentendo le sue parole, si potrebbe pensare di trovarsi di fronte Alberto Contador, il suo idolo ciclistico, da cui ha ereditato la stessa voglia di attaccare e di provarci. D’altronde Fran, il fratello del Pistolero nonché attuale team manager della Kometa Xstra Cycling Team, qualche anno fa vedeva in lui qualcuno da seguire per il futuro, definendolo «un corridore che non passerà inosservato tra i professionisti».

©Giro Valle d’Aosta, Twitter

Il “toc toc” è un boomerang

Per arrivare dove’è ora, ovvero alla corte di Luca Guercilena, Juanpe López è transitato appunto per la formazione di Basso e Contador. Inizialmente si era presentato a Saragozza per entrare nel campus della Kometa, vedendosi però sbattere la porta in faccia. Seguendo il proverbiale tentar non nuoce – in questo caso il verbo più corretto è bussar -, la sua risolutezza lo aveva spinto a ritentare l’anno successivo. Avanti”, si sentì rispondere: López era nel team. Sfruttando le sue doti e un ambiente a lui congeniale – «era come essere in una grande famiglia, eravamo tutti amici e mi sentivo a casa», raccontava in una intervista apparsa su La Guía del Ciclismo -, López parte tenendo un profilo basso ma mettendosi in luce appena ne ha l’occasione. Con pazienza e perseveranza trascorre così cinque anni nel team Kometa, passando da Under 23 a Continental e raccogliendo risultati interessanti: la base del suo futuro nel mondo del ciclismo.

Il salto nella formazione Continental, avvenuto nel 2018, lo aveva lasciato di stucco. «Non ci credevo, nemmeno a casa ci credevano. A dire il vero è stato uno shock». Il suo percorso non si sarebbe fermato lì, ma sarebbe stato un continuo crescendo. Nel 2019 López collezionava piazzamenti nelle classifiche riservate ai miglior giovani di alcune corse a tappe: quarto alla Volta a la Comunitat Valenciana, quinto al Giro di Sicilia, secondo sia alla Vuelta Aragón che al Tour de l’Ain – in cui fu quattordicesimo nella classifica generale. L’ottima prestazione al Giro di Ungheria e l’apoteosi al Giro della Val d’Aosta – vittoria nella tappa regina con arrivo a Champex e tra i primi dieci in tutte le classifiche della corsa italiana – erano stati l’input per far accendere i radar delle squadre di alto livello.

Juanpe López, immerso nell’oceano ciclistico come un sommozzatore in cerca di emozioni, si era presto scordato che bussare è come un boomerang: se lanciato bene, a volte torna indietro. Nello specifico era stata la Trek-Segafredo a presentarsi sull’uscio di casa per offrirgli un posto da stagista. «Quando la Trek mi ha chiamato per andare al Tour of Utah, avevo in programma una gara importante riservata ai dilettanti con la squadra spagnola. Ho dovuto scegliere. Sapevo che se avessi fatto bene avrei potuto realizzare il sogno di trasformare la mia passione in lavoro. Ho puntato sullo Utah, ovviamente», spiegava al Diario de Sevilla.

La sua prestazione – aveva concluso terzo nella speciale classifica della maglia bianca – era stata «l’opportunità di mettersi in mostra come stagista», dichiarava Guercilena, aggiungendo: «Lo ha fatto con successo durante il Tour of Utah. Abbiamo così deciso di offrirgli un contratto biennale». Per il giovane López si chiudeva una porta e si apriva un portone che portava dritto al centro del World Tour. Prima di far le valigie c’era stato tempo per un lungo commiato dal Kometa Cycling Team avvenuto al campus della squadra, durante il quale aveva ringraziato tutti e parlato ai bambini, invitandoli a credere sempre nei loro sogni.

Dopo un’annata chiusa in netta progressione, la stagione 2020 iniziava sulle strade australiane, in appoggio a Richie Porte al Tour Down Under. «Trovarsi in gruppo con i big è stato incredibile», disse. Sorprendente quasi quanto il secondo posto del tasmaniano a Willunga Hill – interrompeva una striscia positiva di sei vittorie consecutive dal 2014 -, che comunque portava a casa il primo posto nella generale. «Pensate che per le mie gambe sia più doloroso fare il ritmo per Richie oppure le scottature del sole australiano?», scherzava con i suoi sostenitori mentre riceveva i complimenti da Luis Ángel Maté – insieme a lui e a Juanjo Lobato si sarebbe poi divertito durante la quarantena a scalare virtualmente l’Alpe d’Huez. «Oggi al Tour Down Under ha vinto Porte, però un andaluso si è presentato nel World Tour con un lavoro spettacolare. Il futuro del ciclismo andaluso è già qui», lo elogiava il suo connazionale.

©KometaXstraCyclingTeam, Twitter

Sognando la Vuelta, López si stava preparando sulla Sierr Nevada per la Volta a Cataluña, la Vuelta al País Vasco e il Giro del Delfinato quando il coronavirus lo ha costretto in casa a pedalare per cinque o sei ore sui rulli, provando a colmare quel vuoto lasciato dalla mancanza della strada. Finita la quarantena, era incerto sulle corse a cui avrebbe partecipato. A cambiare ancora una volta le sue intenzioni – o meglio, a scombinargli un po’ la vita – era stato un altro “toc toc” inaspettato alla propria porta. Fortunatamente nessun lupo mangiafrutta in vista. Era la chiamata di Pascual Momparler, l’allenatore della selezione spagnola, che lo voleva al raduno della nazionale. La notizia è di circa un mese fa, ma porta con sé un insegnamento per il lebrijano e per chiunque creda che con la perseveranza si possa raccogliere qualcosa. Le chiamate prima o poi arrivano e se si bussa con insistenza a volte capita di, scusate l’espressione, essere bussati.

 

 

Foto in evidenza: ©Eder Sarabia, Twitter