Réza lascia segni indelebili del suo estro ogniqualvolta sale in bici.

 

«Coraggio, stringi i denti: tutta la famiglia ti sta aspettando a Parigi». Lucien Coumba sta incitando suo figlio, siamo sui Pirenei – o meglio, lo sono loro. Manca ancora tanto all’arrivo; meno di quanto si possa immaginare, invece, alla fine del Tour. Si fa fatica e non potrebbe essere altrimenti. Kévin Réza non si pavoneggia più, piuttosto volteggia appeso alla sua bici. È nella rete con gli altri velocisti, ha smesso di scherzare e di giocherellare. Lo sguardo, per un attimo, più che spiritato è assente; ma sapendo di avere i propri sostenitori in quel punto della salita si fa forza e una volta visto il padre a bordo strada allunga la mano.

Lucien gli passa una borraccia, lo rincorre per qualche metro; Kévin se la rovescia in testa, sorride, spinge, supera di slancio la testa del gruppetto, si accuccia dentro la sua divisa verde Europcar e si lascia trascinare dall’inerzia fino all’arrivo.

A Parigi ci arriverà, bontà sua. Era il 2013, esordio su quelle strade: chiuse settimo e primo dei francesi nell’arrivo dell’ultima tappa, la classica passerella finale che da casa sua – è nato a Versailles – portò il gruppo, comme d’habitude dicono loro, sugli Champs-Élysées.

In quel Tour, Réza provò a rendersi protagonista altre volte, a conferma di quel che si diceva intorno alle sue qualità atletiche e tecniche: alto alto, con quel suo fare sempre elegante e i toni spesso leggeri ma mai canzonatori – «un puncheur à vélo», lo definisce suo padre, «completo, duttile, serio». Nel senso di spirito di abnegazione, e consapevolezza, specifichiamo noi.

Nel quinto giorno di quella corsa provò a lasciare il segno. Si viaggiava di fretta verso Marsiglia, duecento chilometri di fuga con Lutsenko, Arashiro – all’epoca suo compagno di squadra («non mi ero accorto che c’era anche lui in fuga, altrimenti sarei dovuto restare in gruppo, ma aveva la maglia di campione giapponese e mi sono confuso») – e De Gendt. Lasciò quella compagnia per provare il colpaccio, ma le squadre dei velocisti avevano un groppo in gola e per mandarlo giù lo ripresero a cinque chilometri dal traguardo.

©Andrew Sides, Flickr

La storia di Kévin Réza parte da vicino, almeno rispetto alle strade che portano a Parigi; quella di Lucien Coumba, invece, da un po’ più lontano. Dalla Guadalupa si trasferisce nella capitale per lavorare come tintore nell’industria dell’alta moda francese. Appassionato di ciclismo e giocatore di pallamano, spinge tutti e tre i figli a correre in bicicletta; ma il più dotato o volenteroso o talentuoso, comunque l’unico che proseguirà per quella via, sarà Kévin.

Kévin Réza all’inizio non sapeva andare in bicicletta – come tutti, direte voi -, ma per lui l’impaccio era ancora più evidente: cadeva in continuazione, tant’è che si ruppe due volte la clavicola nel cortile della scuola. Non aveva nemmeno quattro anni, ma passò poco tempo prima di riempire casa di trofei, mazzi di fiori e medaglie che mettevano in difficoltà sua madre. «Non sapevo proprio dove metterle, erano dappertutto!». Andava forte su pista e su strada, tanto da diventare uno dei prospetti francesi più interessanti della sua generazione.

Kévin Réza, dopo dieci anni da professionista, non ha mai vinto una corsa su strada, mentre nei velodromi ogni tanto si toglie qualche soddisfazione. Fa un tifo sfrenato per Baugé, mentre in gruppo fino allo scorso anno il suo riferimento era Gène, ex compagno di squadra, nato in Guadalupa e ritiratosi a fine 2019. In quell’ultima tappa al Tour 2013, Gène fini ottavo, proprio alle spalle di “The Réz“. Ogni tanto si incontrano in Guadalupa, in vacanza, dove Réza si rilassa prendendo il sole o gustandosi la brezza sotto alberi di cocco.

Ma se in bici Réza è un modello, lo stesso non si poteva dire per la scuola. Mamma Marie-Pierre racconta di aver pianto per giorni dopo aver scoperto che il figlio, poco più che adolescente, aveva fatto domanda di nascosto per andare a correre con un club di Roubaix: la risposta arrivò in poco tempo e fu positiva. «A scuola andava male ed era chiaro che avrebbe preferito la bicicletta ai libri», racconta la signora Réza.

Non è mai stato uno studente esemplare, è vero: ma non tanto per limiti intellettuali, quanto perché ha sempre sentito la voglia di fare altro. Spesso anche in gruppo lascia segni evidenti del suo estro: al Tour del 2014 raccolse da terra una GoPro caduta a uno spettatore e si mise a filmare quello che succedeva in corsa. Le immagini tutt’ora si trovano su YouTube e mostrano quel marcato profilo giocherellone del corridore. Tempo dopo il proprietario della GoPro gli scrisse su Twitter e Réza gliela rispedì per posta. Da quel momento, in diversi hanno iniziato a tifare per lui e a seguirlo assiduamente anche sui suoi profili social.

Réza sa anche essere un buon corridore, non va dimenticato. Lo puoi trovare nelle situazioni più intricate mentre conduce in volata i suoi velocisti: prima Coquard, poi Démare, ora di nuovo Coquard. Anche se a volte, vuoi per distrazione proprio come quando andava a scuola o vuoi perché agisce d’istinto, si prende qualche bacchettata da compagni e direttori sportivi. Sogna la Liegi perché «mi difendo in salita e in volata», diceva a inizio carriera, ma su sette partecipazioni il miglior risultato è un novantaseiesimo posto.

Gli piace ballare ascoltando Bob Marley, «No woman no cry è la mia canzone preferita»; dice di non amare fare baldoria per locali, anche se gli amici lo invitano spesso a uscire, mentre non rifiuta di sorseggiare ogni tanto qualche drink a casa loro.

La sua squadra, la Vital Concept, lo definisce boute-en-train insouciante: l’anima della festa, lo spensierato. Quando non è in bicicletta indossa un paio di occhiali che lo fanno sembrare serio, uno studioso, e posa per il noto marchio LeCoq Sportif. Si definisce persino alla moda – retaggio del mestiere di suo padre. «Sono un hipster senza barba», racconta a James Startt di Peloton Magazine, anche se a onor del vero di recente ne ha sfoggiata una interessante.

©gazzetta.it

Kévin Réza, tuttavia, non pensava di dover combattere il razzismo nel ventunesimo secolo. «Ho pedalato tutta la vita e il fatto di essere nero non è mai stato un problema». Ma gli episodi che lo coinvolgono non mancano. Nel 2014 è in fuga al Tour de France, ha l’ordine di non collaborare, e Albasini si scoccia e lo insulta. Lo svizzero e la sua squadra cadono dalle nuvole, negano, poi si scusano; ma Réza non ha dubbi. «Forse non parlo inglese, ma negro di merda l’ho sentito molto bene: non gli rivolgerò mai più la parola». Pochi anni dopo, quando il corridore francese vestiva la maglia dell’allora Française des Jeux, altro episodio di razzismo durante una volata al Tour de Romandie: stavolta è protagonista Gianni Moscon, accusato a fine tappa da Réza e da alcuni compagni di squadra di averlo insultato.

Ma Réza, nonostante tutto, ha perdonato: ha sempre il sorriso, è molto attivo sui social e anche se ormai alla soglia dei trent’anni la sua squadra dice che è maturato, a noi piace pensarlo leggero, testimone di un ciclismo che a volte farebbe meglio a non prendersi troppo sul serio. Proprio come fa il suo ex team manager Marc Madiot. Quando gli chiesero perché l’avesse voluto con lui nel suo team, il celebre direttore sportivo disse: «Io e la sua famiglia frequentiamo la stessa drogheria sotto casa». Kévin Réza ripagò la fiducia rivelandosi perfetto uomo squadra e la Milano-Sanremo del 2016 vinta da Démare porta anche la sua firma.

Kévin Réza è sincero, non gioca con l’ironia, è diretto e afferma che non potrebbe andargli meglio di così. «So di essere più popolare della maggior parte dei ciclisti che non hanno mai vinto nulla solo perché sono nero».

 

 

Foto in evidenza: ©Nicolas DUPREY, Flickr

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.