La straordinaria normalità di James Knox

James Knox è un’altra scommessa di Patrick Lefevere e della Quick Step.

 

 

James Knox non poteva credere alle sue orecchie: Patrick Lefevere, il grande capo della Quick Step, stava parlando proprio di lui durante la presentazione ufficiale della squadra per la stagione 2018. «Vedere un giovane scalatore che attacca in salita è uno spettacolo che piace a tutti», esordì Lefevere. «Ecco, noi speriamo e crediamo di aver scelto uno dei più talentuosi, in prospettiva uno dei migliori». E dire che Knox non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì, in quel momento: soltanto qualche mese prima, deluso dal disinteresse nei suoi confronti, aveva meditato il ritiro e si diceva stesse cercando un lavoro. Un lavoro serio, s’intende, mica quello del corridore. Poi è arrivata la chiamata della Quick Step e anche il mestiere del corridore è diventato improvvisamente serio.

James Knox ha avuto, fin da giovanissimo, un’idea piuttosto particolare del lavoro e della vita adulta: intravedeva un futuro e una vita meritevole d’essere vissuta soltanto nello sport, tant’è che arrivò persino a rifiutare una borsa di studio offertagli dal dipartimento di biochimica dell’Università di Sheffield. All’inizio, almeno fino ai sedici anni, sport per Knox significava la corsa, il podismo: vinse tre o quattro campionati nazionali consecutivi e per diverso tempo non perse nessuna gara. Poi, nel giro di qualche mese, si rese conto che iniziava ad essere sconfitto da ragazzi che fino a poco tempo prima terminavano regolarmente alle sue spalle. Avendo avuto un passato recente di un certo livello, Knox finì per odiare il podismo e lasciarlo perdere. «L’ho preso sul serio quand’ero troppo piccolo e alla fine l’ho scontata», ha ammesso recentemente.

©Cycling Weekly, Twitter

Del sostrato di James Knox, tuttavia, il ciclismo faceva parte da sempre; ben prima che arrivasse il podismo. Knox scalò il Mont Ventoux a dieci anni e l’Alpe d’Huez a undici; era un lettore vorace, divorando tutto quello che di ciclistico gli passava per la mani: riviste, libri, persino videogiochi. La differenza, rispetto a tanti coetanei inglesi nati negli anni ’90, l’ha fatta la famiglia nella quale Knox è nato: raro caso di famiglia inglese estremamente innamorata del ciclismo. Non ha dovuto aspettare, insomma, i successi di Cavendish e Wiggins per appassionarsi alla bicicletta. «Della scuola media ho un ricordo nettissimo», ha raccontato poche settimane fa a mamnick.com. «Soltanto tre persone seguivano il ciclismo: io, mio fratello e un insegnante di informatica, che nel fine settimana disputava qualche gara amatoriale».

Iniziando a pedalare, Knox voleva emulare le gesta dei campioni che vedeva in televisione: Paolo Bettini, ad esempio, che Knox ricorda d’aver tifato davanti alla televisione ai campionati del mondo di Salisburgo prima e Stoccarda poi, senza dimenticare il Giro di Lombardia vinto tra le lacrime per la scomparsa di Sauro, il fratello. Sognare di pedalare come i campioni, tuttavia, è troppo comodo; pedalare effettivamente come loro, invece, troppo difficile. Knox se ne accorse alla svelta: dopo un paio di buone stagioni, venne rifiutato dall’accademia ciclistica britannica; decise allora di trasferirsi in Italia, sulla costa adriatica, dove opera la squadra di Flavio Zappi, uno che di giovani qualcosa ne capisce. Il debutto italiano al Giro della Valle d’Aosta fu terribile: cadde cinque volte in due giorni, nella seconda tappa che seguiva il prologo arrivò terz’ultimo e nella terza andò fuori tempo massimo. Toccare il fondo porta con sé una sorta di sollievo: peggio di così non può andare, si può solo far meglio.

In un’intervista concessa a Rouleur, Zappi ha dimostrato una fiducia cieca nei confronti di James Knox. «Il miglior corridore che un direttore sportivo possa desiderare», lo ha definito. «Un modello per tutti gli altri, davvero. Fa tutto quello che c’è da fare, non si lamenta mai. È forte in bicicletta e abile a fare gruppo lontano dalle corse. È la combinazione perfetta di talento, mentalità e personalità. Vedrete che arriverà nel World Tour e non appena avrà preso le misure vincerà qualche tappa al Tour de France e le classiche monumento che gli si addicono». Tornato in patria nel Team Wiggins, Knox ha dovuto faticare non poco per approdare al professionismo. Ci sono voluti risultati di un certo livello: secondo alla Liegi-Bastogne-Liegi Under 23; ottavo al Giro di Croazia a un minuto e mezzo dal vincitore, Vincenzo Nibali; e ancora quinto alla Ronde de l’Isard, ottavo al Giro della Valle d’Aosta, sesto al Tour Alsace, ottavo al Tour de l’Avenir. E la chiamata della Quick Step, finalmente.

©CiclismoInternacional, Twitter

Quel che più stupisce di Knox è il tenore delle dichiarazioni che rilascia: argute, pacate, ragionate; di un realismo per niente ammantato di vittimismo, di pessimismo, di umiltà spinta al parossismo. Dà l’impressione d’aver tutto sotto controllo: è consapevole di dover lavorare duramente perché non può contare sul talento degli altri giovani emergenti; non realizza ancora d’essere un ciclista professionista, lui che sentiva le gambe tremare durante il primo ritiro con la Quick Step a Calpe; non si perde in un bicchier d’acqua, ha capito che nel ciclismo “abitudinario” è sinonimo di “professionale” e “vincente”; non è alla disperata ricerca del risultato perché, in fondo, il suo sogno l’ha già realizzato diventando un ciclista professionista. «Mi mancano il Tour de France e le Olimpiadi, ad essere sinceri», ha scherzato recentemente. Ma si può star tranquilli, prima o poi il ragazzo vi parteciperà.

I riferimenti ciclistici se li è scelti giusti, Knox: Contador per lo stile e l’efficacia, Rodríguez per l’esplosività e la statura in comune – entrambi sul metro e settanta circa -, Freire per il tempismo, Gilbert per la tripletta sulle Ardenne nella primavera del 2011 e per il coraggio col quale ha modellato alcune delle imprese più belle della storia recente del ciclismo. Di Knox, Gilbert è stato anche compagno di camera e d’avventure. L’ultima, decisamente la più bella, è stata la Vuelta a España dello scorso anno. A suon di prestazioni solide in salita – quarto sull’Alto de La Cubilla – e di fughe, Knox era entrato nella classifica generale. Grazie alla splendida fuga orchestrata dalla Quick Step nella tappa di Guadalajara, Knox era salito fino all’ottavo posto: quella frazione è la più veloce di tutti i tempi tra quelle che superano i duecento chilometri, per l’esattezza duecentodiciannove chilometri e seicento metri coperti alla bellezza di 50,63 chilometri orari. La vinse Gilbert, ovviamente.

Due giorni più tardi, però, una caduta avrebbe rovinato tutto. Ferirsi nella diciannovesima tappa di un grande giro non è mai raccomandabile, a maggior ragione se la ventesima è una delle più difficili. Knox perse contatto sulla seconda salita di giornata, poi rientrò, infine si staccò definitivamente sulla terza: mancavano centocinquanta chilometri all’arrivo. Ad assisterlo, due gregari tutt’altro che comuni: Gilbert e Štybar, che incitavano Knox a proseguire per provare a difendere il piazzamento tra i primi dieci della classifica generale. Bendato e stremato, Knox non sarebbe riuscito a togliersi la mantellina se Gilbert, balia di prim’ordine, non lo avesse aiutato. Knox non riuscì a difendere la posizione: per ventuno secondi appena terminò undicesimo. Subito dopo il traguardo scoppiò a piangere per il miscuglio d’emozioni che lo scuotevano: il dolore, la fatica, il dispiacere, la soddisfazione di aver concluso e di essere praticamente alle porte della tappa conclusiva di Madrid. E la gratitudine nei confronti di Gilbert e Štybar. «Non ho parole per ringraziarli e per descrivere il valore e l’importanza di quello che hanno fatto oggi per me», chiosò.

Knox e Gilbert al termine della ventesima tappa della Vuelta a España 2019. ©Bidon, Twitter

La straordinaria normalità di James Knox, tra il 2018 e il 2019, inizia a rendergli qualche buon risultato: undicesimo alla Vuelta, come detto, ma anche sesto al Tour de Wallonie, ottavo all’UAE Tour, terzo alla Adriatica Ionica, decimo al Giro di Polonia. Si è già messo in mostra anche nel 2020, tentando di anticipare il gruppo sulla salita di Jebel Hafeet nella terza tappa dell’UAE Tour, ma finendo squagliato dall’incessante caldo emiratense. Prima di tornare alla Vuelta, Knox correrà anche il Giro d’Italia: la Quick Step lo ha scelto insieme ad Evenepoel e Jakobsen per guidare una delle selezioni più inesperte, talentuose e stuzzicanti degli ultimi tempi. «Non chiedetemi se lotterò per la classifica generale o meno», ha dichiarato sincero e sereno. «Non do niente per scontato. Fino a prova contraria, la Vuelta a España dello scorso anno potrebbe essere stato un caso e rimanere la mia miglior prestazione in un grande giro: chi può dirlo?». Non ci prenderemmo mai la responsabilità d’affermare una cosa del genere.

 

 

Foto in evidenza: ©Cyclingnews.com, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.