La carriera di Laurent Jalabert è continua sperimentazione, un omaggio al trasformismo.

 

Laurent Jalabert, classe 1968 nativo di Mazamet, dipartimento del Tarn, poteva essere il classico corridore vincente e non particolarmente amato. I francesi, per antica fama, provano una forma di “empatia” per gli sconfitti. Empatia nel senso etimologico del termine in lingua greca: essere dello stesso animo, provare la stessa passione, vivere la vita dandole lo stesso significato, avendo lo stesso significante. Per questo non sopportavano Jacques Anquetil, per questo amavano Raymond Poulidor. Il primo, atleta del “tutto è possibile”, il secondo atleta della sfortuna. Così sfortunato da non indossare mai un giorno la maglia gialla al Tour de France. E la maglia gialla alla Grande Boucle l’hanno indossata anche i signor nessuno. In Francia il ciclismo è vissuto con questo senso di partecipazione alla fatica degli sconfitti. Tradizione popolare e culturale. Laurent Jalabert poteva essere il campione perfetto e l’uomo ignorato dai tifosi. Così non è stato. Sulle strade francesi, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, un suono onomatopeico lo chiamava: “Jaja”.

Jalabert in maglia ONCE. (foto @https://www.flickr.com/photos/chelmsfordblue/)

C’era in quel corridore vincente qualcosa che si accordava con il modo di intendere lo sport d’oltralpe. Qualcosa che aveva a che vedere con la sperimentazione e la possibilità. Jaja era un vincente particolare. Era un corridore dinamico: aveva un perfetto senso della vittoria, conosceva nei dettagli per averlo sperimentato il significato profondo della gloria sportiva, ma sfidava la sconfitta. La possibilità di perdere, di cadere. Una sorta di continua necessità di completamento. Forse irrequietudine. Proprio mentre dominava nelle classiche aveva scelto di provare a domare un grande giro. Così Jalabert vincente alla Milano-Sanremo 1995 giunge a Madrid sul gradino più alto del podio alla Vuelta a España dello stesso anno. Proprio quando potrebbe decidere di privilegiare i grandi giri decide di tornare alla classiche. Conquista il Giro di Lombardia, la Freccia Vallone e la Clásica San Sebastián. Potrebbe accomodarsi su quella via, come il collega Johan Museeuw; decide di correre le brevi corse a tappe. Vince anche lì. Inizia a chiarificarsi quel senso di sperimentazione e possibilità che tanto piaceva al suo popolo.

Jaja non era un titano. Non era il sovrano seduto sul trono. Era sempre un misto di passato glorioso, presente combattuto e futuro incerto. Nel modo di correre di Jalabert si percepiva una fatica immane. Bastava osservarlo scalare per percepire la pasta di cui era fatto: sudore e mente eccezionale per ingannare la ragione. Non era uno scalatore, era un passista che bene se la cavava in salita ma non avrebbe certo potuto competere con gli scalatori del suo tempo, uomini come Bugno, Chiappucci, Pantani, Armstrong. Razionalmente. Ma il corridore di Mazamet è istinto e imprevedibilità. Gli dicono che sulle salite non potrà stare con i migliori; accetta l’ipotesi ma cambia la tesi. Non pensa a stare con i migliori: li anticipa. Magari non vince tante tappe alpine e dolomitiche ma ribalta l’ipotesi a tal punto che dopo aver vestito tutte le maglie della classifica a punti nei grandi giri, classicamente preda dei velocisti, vince la maglia a pois al Tour e alla Vuelta, omaggio agli scalatori.

Un acrobata. Jaja sa stare benissimo in equilibrio ma su un filo sottile; se allarghi il diametro del filo molla tutto e cambia strada. Il filo ogni tanto si spezza, per caso o stupidità umana: succede ad Armentières al Tour de France 1994 per colpa di unpoliziotto improvvisato fotografo che manda Nelissen e Jalabert in ospedale malridotti durante una volata a folle velocità. Jaja o è possibile caduta o non è. Non conosce stabilità. La sua grinta viene dalla possibilità di non riuscire o da quella di riuscire sin troppo bene. L’anno dopo torna per vincere sulle strade francesi e lo fa come meglio non può: a Mende alza le braccia il cielo lo stesso giorno in cui sventola più forte che mai la bandiera della sua patria: il quattordici luglio.

Il 3 luglio del 1994 ad Armentières, Jaja è vittima di una spaventosa caduta in volata: tornerà più forte di prima. (foto @https://www.flickr.com/photos/40365317@N06/)

Da ragazzo gli avevano detto che doveva approcciarsi allo sport per divertirsi. Che la bicicletta doveva essere un divertimento. Così sarebbero arrivate le vittorie, i successi e la fama. Lui amplia quel concetto traducendolo in maniera innovativa: porta questa mentalità nel professionismo e trascorre così i suoi tredici anni di carriera. Per lui divertimento è possibilità. Diventa uno dei corridori più completi su scala mondiale, vestendo la maglia giallo-nera della ONCE, passa poi alla CSC-Tiscali e chiude la carriera imponendosi alla Coppa Agostoni 2002 davanti a Gianni Faresin. Forse l’unico finale dal pronostico scontato in tutta una carriera.

Jalabert commentatore televisivo. ( foto da WIkipedia @Cjp24)

Laurent Jalabert non aveva avuto bisogno di comprendere il comune sentire del suo popolo. Era il suo sentire, in fondo. Probabilmente anche lui avrebbe tifato per Poulidor e non per Anquetil. Supposizioni. Di fatto, in strada ha messo ciò per cui avrebbe fatto il tifo: la gloria della vittoria perfettamente miscelata all’instabilità della sconfitta. L’orgoglio della maglia di campione nazionale francese e la paura di ritornare a correre dopo gli incidenti. Sceso dalla sella è stato cittì della nazionale e commentatore tecnico in televisione. Ed i francesi continuano a chiedersi cosa altro avrebbe potuto essere Jaja se solo lo avesse voluto.

Immagine copertina da Wikipedia @Eric HOUDAS

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/