L’educazione sentimentale di Alexey Lutsenko

La storia di Alexey Lutsenko è costellata di traguardi, speranze e lutti.

 

La relazione che lega Alexey Lutsenko e la vittoria è piuttosto turbolenta: quest’ultima gli si concede salturiamente, in maniera talvolta inaspettata, al termine di fatiche disumane. Giacché si vince quando si può e difficilmente quando si vuole, Lutsenko non ha potuto far altro che accettare questo contrappasso e far finta che vada tutto bene.

Lui, che velocista non è, tra i dilettanti si laureò campione del mondo battendo uno sprinter – Coquard – in volata. Lo scorso anno, invece, per testare la condizione in vista della rassegna iridata dello Yorkshire, decise di scendere in Italia: per vincere la Coppa Sabatini dovette sorbirsi ottanta chilometri di fuga solitaria, due giorni dopo replicò al Memorial Pantani anticipando di nuovo in volata alcuni velocisti assai più quotati di lui.

Niente a che vedere, comunque, col successo strappato sempre nel 2019 nella quarta tappa della Tirreno-Adriatico. Lutsenko si isolò al comando a trentacinque chilometri dall’arrivo, scivolò goffamente impostando una delle ultime curve e regolò – di nuovo – in volata i tre che lo avevano rimontato – Roglič, Adam Yates, Fuglsang. Una vittoria acciuffata quando ormai sembrava persa, una giornata che rischiava d’andare in malora proprio nel momento in cui pareva memorabile.

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Quest’anno, nella quinta e ultima tappa dell’UAE Tour, alla fine Lutsenko ha conosciuto la spiacevolissima sensazione dell’urlo strozzato in gola. Sul secondo arrivo in salita a Jebel Hafeet, infatti, Pogačar lo infilzava approfittando di una leggerissima inflessione dovuta al fatto che Lutsenko le mani, invece di tenerle sul manubrio, le aveva alzate al cielo. Delusione? Macché, a sentir lui no. E forse c’è da crederci, pesando il tenore delle sue risposte.

«Subito dopo il traguardo ero esausto, non mi era mai successo», spiegava ai giornalisti presenti. «Esausto ma contento: pur non essendo uno scalatore puro, ho retto il ritmo di Adam Yates e Pogačar e in questa settimana mi è mancata solo la vittoria».

Le polemiche intorno al suo cognome e alla sua squadra, al contrario, non mancarono, dato che alcune indiscrezioni avevano attribuito all’Astana, e nello specifico a Fuglsang e Lutsenko, una frequentazione con Michele Ferrari, l’anticristo ciclistico per antonomasia. Lutsenko, tuttavia, era tutto fuorché scosso. «Non ci ho pensato più di tanto, a dire la verità», rispondeva. «Ho lasciato tutto alle mie spalle». Di vicende assai più controverse e dolorose ne ha passate fin troppe, Lutsenko, per macerarsi su alcune indiscrezioni.

È difficile immaginare a cosa potesse assomigliare il ciclismo kazako una ventina d’anni fa. Anzi, forse è meno complicato del previsto: basta togliere tutto quello che c’è oggi. Difatti Lutsenko mica pedalava: karatèka per quattro anni, finché Kivilëv e Vinokourov non hanno iniziato a mettersi in mostra sulle strade europee. Se l’incontro col ciclismo è stato casuale, un istruttore che di scuola in scuola rastrellava ragazzini vagamente interessati, la folgorazione è stata pressoché immediata.

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Nel 2013 Alexey Lutsenko poteva ritenersi talentuoso, felice e fortunato: aveva vent’anni ed era appena passato al professionismo con l’Astana; pochi mesi prima aveva vinto la maglia iridata tra i dilettanti, dimostrando tutto il suo valore; lo avrebbero subito fatto debuttare al Tour de France, dove sarebbe durato diciassette tappe e mezzo; e il suo datore di lavoro e mentore era Alexander Vinokourov, l’eroe d’infanzia, quella figura controversa e coraggiosa che fino a poco tempo prima non era niente più che un poster in camera sua.

L’ascesa di Lutsenko, considerato il talento kazako più promettente dai tempi di indovinate chi, è stata misurata ma costante e inarrestabile: una tappa al Giro di Svizzera, una alla Parigi-Nizza e una alla Vuelta; la classifica generale di alcune brevi corse a tappe di secondo piano; stagioni sempre più lunghe e più dense, costellate di tanti buoni risultati. Nel 2019, a metà tra i ventisei e i ventisette anni, Lutsenko progettava di andare all’assalto di una monumento. Ma in quella che si sarebbe rivelata la miglior stagione della sua carriera, il kazako ha vissuto il dramma più tremendo della sua vita.

Tre vittorie di tappa al Tour of Oman e, ogni volta, due dita che puntavano al cielo e qualche lacrima che solo per grazia divina non precipitava a terra. Cosa sta nascondendo?, si chiedevano i giornalisti. Alla fine Lutsenko parlò: Elena, la moglie, aveva appena perso due gemelli, e spiegare cos’era successo alla loro figlia di cinque anni non era stato così facile. Per Lutsenko è stato ancora più difficile dell’abbandono di suo padre, fattosi prete quando lui era un bambino. «Per mia moglie,», ripeteva al termine del Tour of Oman, «questa vittoria è soltanto per mia moglie».

©Alexey Lutsenko, Twitter

Il 2020 di Lutsenko era cominciato bene: terzo al Tour de la Provence e all’UAE Tour, battuto soltanto da scalatori più adatti di lui alle pendenze del Mont Ventoux e del Jebel Hafeet. La quarantena non l’avrà lasciato indifferente, anche se il modo di rimanere in forma l’ha sempre trovato: da ragazzo pedalava sui rulli in garage indossando una maschera per simulare la rarefazione dell’aria, negli ultimi mesi invece ha alternato la bicicletta con uno zaino di quindici chili riempito con bottiglie d’acqua e libri che lo accompagnava su e giù per le rampe dell’edificio nel quale vive a Monaco.

Pacato e riservato come vuole la tradizione dell’est, Lutsenko antepone i fatti alle parole: quelli che lo hanno fatto diventare un ciclista professionista e una delle mine vaganti più pericolose del gruppo, quelli che gli permetteranno di continuare a tessere la trama interrotta. Vincere per sé stesso, certo, ma anche per gli altri, ché il suo dolore è anche quello della moglie e della figlia. Con la consapevolezza, tuttavia, di non farsi troppe illusioni: la vittoria è di tutti, la sconfitta di uno solo.

 

 

Foto in evidenza: ©BIKENEWS.IT, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.