La storia di David Moncoutié non deve rimanere circoscritta alla Vuelta.

 

 

David Moncoutié non è mai stato un uomo in missione; tutto quello che ha fatto lo ha consacrato all’altare del libero arbitrio, della volontà, della passione. Si è ritagliato uno spazio piccolo ma autonomo, senza tuttavia dover ricorrere a chissà quali sotterfugi. Si è limitato a stabilire delle priorità – salute e soddisfazione le prime due per distacco – e successivamente le modalità più giuste per realizzarle e preservarle. Una serie di gesti ripetuti all’infinito, ma val la pena rischiare d’incappare nella monotonia d’una buona abitudine.

Conquistando la classifica degli scalatori della Vuelta per quattro edizioni consecutive – dal 2008 al 2011 con quattro vittorie di tappa, una per anno -, ad esempio, ha ribadito la sua ambizione e la sua propensione per la fuga, il solo modo che certi corridori conoscono per lasciare un segno, quantomeno per provare a farlo; anche i due successi nella stessa graduatoria della Parigi-Nizza – 2005 e 2006 – vanno letti in questa chiave, mentre le tre affermazioni sul Mont Faron – 2003, 2009 e 2011 – gli servivano per capire a che punto era il suo stato di forma, lui che non rinunciava mai né al Tour Méditerranéen né agli stimoli che gli dava la salita, il terreno dove rendeva meglio e che nel suo caso funzionava da esame, da test; le tappe centrate al Tour de France, al Delfinato e ai Paesi Baschi, invece, allontanavano le malelingue che lo descrivevano come poco ambizioso soltanto perché occupava spesso l’ultima posizione del gruppo – per non dover sgomitare e rischiare inutilmente la pelle, ma gli stupidi lo bollavano come egocentrico.

©Laurie Beylier, Wikimedia Commons

Moncoutié ha sempre coltivato un disperato bisogno d’aderire all’idea che lui stesso s’era fatto di sé; non frequentava il compromesso, non sapeva cosa volesse dire scendere a patti, snaturarsi non era un’opzione contemplata: s’allenava senza l’ausilio della tecnologia perché le sue sensazioni lo conoscevano meglio dei suoi numeri, si divertiva allenandosi da solo ed era capace di farlo per settimane intere, per un periodo fu uno dei più chiacchierati del gruppo avendo rivelato di allenarsi tra le strade e i parchi di Parigi, una delle città più trafficate del mondo nonché quella nella quale viveva con una ragazza.

Essere un esempio era un’altezzosità che non gli apparteneva; lui pedalava perché così facendo stava bene, prima di tutto per imitare Parra e Herrera, i colombiani che popolarono la sua infanzia e i rispettivi pomeriggi. Poi, distratto dal calcio, dall’età e dall’università, ricominciò a pedalare grazie ad uno sciopero che per diversi giorni lo tenne fuori dagli edifici della sua facoltà – ingegneria civile, poi mollata in favore di biologia, conseguita.

La spensieratezza favoriva l’abnegazione, che a sua volta si concretizzava in risultati sempre più convincenti. Cyrille Guimard e la Cofidis, la squadra a cui rimarrà legato per tutta la carriera, si fecero avanti poco dopo che Moncoutié ebbe abbandonato il capriccio di diventare un postino – non perché gli piacesse il mestiere, ma lavorando la mattina gli restavano degli interi pomeriggi per allenarsi. Guimard mise sotto contratto lui e David Millar; quando chiese a Moncoutié quali fossero i suoi obiettivi, lui rispose:

“Essere felice”.

Guimard impiegò qualche secondo a metabolizzare; quando si accorse che il ragazzo non smentiva né scherzava, fece finta di nulla e andò avanti.

Ma più del suo carattere e delle sue abilità in sella – “Nelle volate sono un disastro, non so affrontare le discese, odio lo stress e i rischi del gruppo e devo sempre fermarmi per indossare la mantellina”, ebbe a dire una volta -, è il doping ad aver influenzato pesantemente la carriera di Moncoutié. Non il suo, ma quello degli altri. La Cofidis, l’unica formazione per la quale ha corso, ha attraversato degli anni terribili; non fu la sola, ovviamente, ma l’affaire che la coinvolse e che nel 2004 ne sancì quasi la fine fu uno dei più eclatanti dell’epoca. Eric Boyer, uno dei direttori sportivi della Cofidis, raccontò che Moncoutié suscitava spesso le ironie dei compagni e dei colleghi per il suo costante rifiuto “di passare alla velocità successiva”; tuttavia, se lo sponsor decise di rimanere nel mondo del ciclismo, in molti avrebbero dovuto ringraziare Moncoutié.

©Georges Ménager, Flickr

E le testimonianze non finiscono qui: Philippe Gaumont, una delle vittime principali di quel sistema, dichiarò che gli unici due corridori puliti della Cofidis erano Tombak e Moncoutié, e che il secondo avrebbe potuto vincere almeno un Tour de France, se si fosse omologato al sistema o se questo non fosse esistito; François Migraine, un ex presidente del gruppo Cofidis, disse che nell’ambiente tutti concordavano sull’onestà e sulla trasparenza di Moncoutié. Il rispetto del proprio corpo e l’avversità nei confronti delle medicine sono un retaggio infantile, una scuola di pensiero che aveva sua madre come riferimento principale; anche per questo il francese avrebbe rifiutato il più possibile l’intromissione della tecnologia: si dice che l’unico VO2Max – uno dei test più importanti, rileva il massimo volume di ossigeno consumato per minuto – che abbia mai sostenuto sia stato quello che convinse Guimard ad ingaggiarlo, e che Moncoutié, disinteressato ma tutt’altro che ideologico, non abbia nemmeno mai chiesto il risultato.

Il tredicesimo posto finale ottenuto al Tour de France 2002 assume dunque un significato ben diverso: dei dodici corridori che lo anticiparono, soltanto Sastre non è mai incappato in squalifiche e sospensioni legate al doping. Una visione estremamente diversa del ciclismo non impedì comunque a Moncoutié d’ammirare Armstrong; furono compagni di squadra per una stagione soltanto – era il 1997, il primo anno nel professionismo per il francese – ma per tutta la vita porterà con sé il ricordo del texano che non molla la bicicletta neanche in un giorno di neve, lui già pelato ed emaciato dalla malattia e tutti i suoi compagni al caldo dell’hotel che li ospitava per un training camp.

Christophe Bassons, invece, di quell’epoca fu l’antieroe. Come Moncoutié, si è sempre distinto per la naturalezza del gesto atletico, ma ha saputo andare anche oltre: si espose, fece nomi e cognomi, puntò dita e scagliò accuse, pagando in prima persona, a differenza di Moncoutié, che preferì restarsene in disparte senza scatenare polemiche. Da una parte stimava Bassons per il coraggio dimostrato, dall’altra condannava le generalizzazioni nelle quali incappava di tanto in tanto: affermava che solo i dopati potevano vincere e Moncoutié si arrabbiava, perché i risultati che conseguiva non c’entravano nulla col doping, e lui e Bassons non erano certamente gli unici due puliti.

©BDC-MAG.com, Twitter

Nel 2014 è uscita la sua autobiografia, Ma Liberté de Rouler (Cristel Editions, si potrebbe tradurre con “La mia libertà di pedalare”); Moncoutié avrebbe potuto cavalcare facilmente la lamentela e l’egocentrismo, avrebbe potuto rimarcare la sua diversità oppure puntare sul sensazionalismo, raccontando del sangue, delle conversazioni telefoniche che avvenivano o di una siringa che buca la pelle ed entra nel corpo: nulla di tutto questo. È un racconto tutto sommato lineare e imparziale della sua carriera, dall’inizio alla fine, e l’originalità d’alcuni passaggi è figlia dell’originalità del protagonista, non tanto del tema, della penna o di qualsivoglia capriccio.

In uno dei tratti salienti, Moncoutié ripensa al Tour de France 2004, durante il quale centrò il primo successo alla Grande Boucle, e alla soggettività che regola le dinamiche umane: O’Grady, suo compagno di squadra e vincitore di tappa una settimana prima, dedicò la vittoria a David Millar, altro atleta della Cofidis che proprio in quei giorni ammise d’aver fatto uso di sostanze dopanti; Moncoutié, al contrario, dedicò la sua “a tutti quelli che stanno supportando la Cofidis in questo periodo difficile”.

In parte per sdebitarsi e in parte per i buoni risultati raccolti, la Cofidis offrì a Moncoutié un aumento dell’ingaggio e la possibilità di provare a fare classifica nei grandi giri: ritenendosi inadatto e non interessato, il francese disse di no e rifiutò il denaro: un corridore che non ha mai confuso la felicità col successo, il successo con la vittoria, la vittoria col valore, che non ha mai subordinato la sua attività ai risultati conseguiti. Per scrivere una pagina preziosissima della storia del ciclismo, a David Moncoutié è bastato essere se stesso.

 

 

Foto in evidenza: ©Kevin Hoogheem, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.