Calmejane continua la grande tradizione francese degli attaccanti dopo Voeckler e Chavanel.

 

Il ciclismo ha attinto dalla Francia più di quanto la Francia non abbia attinto dal ciclismo. Nel linguaggio, ad esempio. Suiveur, baroudeur, bidon, finisseur, grimpeur, musette, flamme rouge, soigneur, maillot jaune, hors catégorie: per ogni oggetto, personaggio e situazione c’è il corrispondente francese, il riferimento, la sola parola da usare per farsi intendere in questa Torre di Babele che è il ciclismo.

Panache è uno dei termini appartenente a questo elenco. Letteralmente un pennacchio di piume, generalmente piume di struzzo, portato a mo’ di cresta. Prima attestazione: battaglia di Ivry, 14 marzo 1590. Enrico IV di Francia non poté fare a meno di constatare che le sue truppe versavano in pessimo stato, offese e decimate. “Compagni!”, disse loro, “Se oggi rischierete con me, sappiate che anch’io rischierò con voi. Vinceremo o moriremo. Se perderete insegne e bandiere, non perdete di vista il mio brio: lo troverete sempre sulla strada dell’onore e della vittoria”. Vinsero.

Panache non è univocamente traducibile: è una sensazione, è un’emozione, un istinto capace di far combaciare parole e fatti. Non risiede nel favorito, non ha niente di organizzato e preparato. Non è sinonimo di coraggio: è una parte di esso. È la sorpresa, la stoccata, il colpo di mano, il colpo teatrale (perché il ciclismo è un teatro ambulante, ricordiamocelo). È l’imprevedibilità che porta con sé un pizzico di speranza, altrimenti è solo stupida incoscienza. È interpretare la corsa con piglio battagliero e saldo; la ricerca del risultato è fondamentale ma la buona riuscita è secondaria. È provarci anche quando, è resistere nonostante, essere artefici del proprio destino anche se.

Lilian Calmejane, da quando sale su una bicicletta da corsa per passione e lavoro, non ha altro modo di concepire la corsa. Emerge già ventenne, malgrado il fisico maturi con calma, forse troppa. Manda le sue credenziali, sotto forma di video e documenti, a diverse realtà dilettantistiche francesi. Si accasa alla Vendée U, il vivaio della Europcar, che per motivi di sponsor cambia il nome in Direct Énergie nel 2016, proprio quando Calmejane entra a far parte dell’organico.

La prima grande corsa a tappe della sua carriera è la Vuelta dello stesso anno. Gli bastano quattro giorni per vincere. L’arrivo è a San Andrés de Teixido, in salita. Calmejane fa parte della fuga di giornata, quando mancano nove chilometri va via da solo e mette tutti nel sacco. Tra i battuti: Atapuma, Rolland, De Gendt, Battaglin, Štybar. “Lasciate stare paragoni e futuro”, spiega all’arrivo sicuro di sé. “Fare classifica non m’interessa, lo troverei logorante e noioso, e non credo nemmeno di avere le caratteristiche necessarie. Preferisco provarci da lontano, correre per il piazzamento e per i punti del World Tour non fa per me.

Non sarò il prossimo Bernard Hinault, meglio essere schietti”.

Al Tour de France 2017 fa ancora meglio: conquista la frazione di Station des Rousses (dove anni prima vinse Chavanel, chi pensa ad una coincidenza non conosce il ciclismo) anticipando un gruppo di assoluta qualità e dimostrandosi più forte dei crampi che lo attanagliano nei chilometri finali. “Spero che lo spettacolo vi sia piaciuto”, si atteggia davanti alle telecamere. Lo scorso anno gli è andata peggio. Ci ha provato nella tappa di Carcassonne, isolandosi a cento chilometri dal traguardo. “Non capisco come sia successo”, ha detto stranito, “dev’essere stato l’istinto a portarmi lì”.

Si toglie l’auricolare perché dall’ammiraglia lo stanno frenando, si mette a urlare, vorrebbe regalare ai suoi tifosi quello che loro stanno regalando a lui in quei momenti. Rientra nei ranghi, rimane vittima del gioco di squadra degli altri team. Chiude settimo, piange disperato. Mai domo, ritrova le energie per attaccare i compagni di fuga: “Hanno voluto farmi fuori e ci sono riusciti. Complimenti alla Trek, che nel terzetto davanti ha messo Mollema nonostante tutti sapessero che avrebbe perso la volata da uno come Cort Nielsen”.

Le ultime due volte in cui Calmejane è arrivato a Parigi col Tour de France, ha dovuto assistere al ritiro dei suoi mentori: Voeckler due anni fa e Chavanel lo scorso anno. Jean-René Bernaudeau, che in più occasioni gli tirerebbe volentieri le orecchie, si coccola Calmejane: lo ha definito “il Voeckler di domani”. Che panache sia un termine francese è tutt’altro che casuale. Che ricorra così spesso nelle interviste di Voeckler, Chavanel e Calmejane, nemmeno.

 

 

Foto in evidenza: ©Ronan Caroff, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.