Jan Raas è stato vincente e divisivo come pochi altri.

 

 

Johannes “Jan” Raas nasce a Heinkenszand, nei Paesi Bassi, l’8 novembre 1952.  Ricordato da chi è abbastanza vecchio per averlo visto correre per la sua faccia da professore carogna con tanto di occhialini, nelle sue undici stagioni da professionista è stato uomo da centoquarantacinque vittorie, ottenute quasi tutte con la maglia della Ti-Raleigh, formazione olandese diretta da Peter Post. Passato professionista nel 1975, non ebbe un avvio fulminante. Uomo da corse di un giorno, vinse alla prima stagione solo il Gran Premio Città di Zottegem, in Belgio. Al secondo anno, dopo essersi aggiudicato il GP di Peruwelz e la quarta tappa del Giro del Belgio, vinse il titolo nazionale olandese iniziando a farsi notare almeno in patria. Il 1977 fu l’anno della consacrazione: vinse quattro corse, ma, oltre a una tappa del Giro del Mediterraneo, le altre tre furono la Milano-SanRemo, l’Amstel Gold Race e una tappa al Tour.

©Bert Verhoeff/Anefo, Wiki

La Sanremo del 1977 fu l’unica sua vittoria in Italia, dove corse pochissimo, praticamente solo nella classica di primavera: nove le sue partecipazioni in cui conquistò anche due podi nel ’80 e nel ’83. Non partecipò mai né al Giro d’Italia né al Lombardia. Basta leggere i giornali di domenica 20 marzo ’77, il giorno seguente la Sanremo, per capire quanto l’olandese fosse sconosciuto da noi. La Stampa titola: “ Gli assi guardano, vince Raas”; l’occhiello: “Un carneade olandese nella Milano-Sanremo”; e ancora nei sottotitoli: “ Lo sconosciuto corridore ( è miope, porta gli occhiali) è partito all’attacco sul Poggio ed è riuscito a conservare tre secondi su Roger De Vlaeminck”. E anche l’attacco del pezzo dell’inviato del quotidiano torinese, Maurizio Caravella, prosegue sullo stesso tono, con altri richiami al Manzoni e ai suoi Promessi Sposi:

«Jan Raas chi è costui? Fino a stamane in Italia era quasi uno sconosciuto e neppure illustre. Un corridore olandese miope che a volte va forte, ma solo quando non c’è umidità altrimenti le lenti si appannano: ma oggi è il vincitore della Sanremo e lui è stupito come gli altri, forse persino di più. È stupito perché questa Sanremo gli è stata regalata dai favoriti talmente impegnati ad intrappolarsi a vicenda da non accorgersi che un certo Raas può anche arrivare primo se nessuno muove un dito per impedirglielo».

E Raas primo ci arriverà davvero con tre secondi su De Vlaeminck e cinque su Wesemael. Quello che succederà nel decennio successivo, però, renderà questa vittoria la prima di un campione e non il lampo di una meteora. Raas sarà capace di vincere altre due classiche monumento: il Fiandre nel 1979 e nel 1983 e la Roubaix nel 1982. E ancora, un Mondiale a Valkenburg nel 1979 e cinque Amstel Gold Race, la corsa più importante tra quelle che si tengono nel suo paese natale. Poi dieci tappe al Tour, con quattro giorni in maglia gialla; tre E3 Harelbeke, una Gand-Wevelgem, due Parigi-Tours, una Omloop Het Volk: quattordici in tutto i successi nelle classiche. Fu poi tre volte campione d’Olanda tra i professionisti e una fra i dilettanti. E vinse molte altre prove minori e tappe in corse di una settimana, oltre a molti circuiti che non vengono conteggiati nei centoquarantacinque successi ufficiali.

©CyclingTime, Twitter

In Italia non è mai stato molto amato: un po’ per quel suo aspetto da intellettuale antipatico, ma soprattutto per quello che successe durante il Mondiale del 1979. Ridiamo la parola a Maurizio Caravella:

«In un ciclismo in cui spesso chi sbaglia non paga, si è costretti a reagire con scorrettezze ad altre scorrettezze. Battaglin non lo ha fatto perché non ne è capace ed è caduto a poco più di cento metri dall’arrivo concludendo la sua avventura a Valkenburg non con la maglia iridata – come forse avrebbe potuto – ma con le ossa ammaccate e la gran voglia di gridare a tutti la sua rabbia».

Che cos’era successo, quindi, in quel convulso arrivo? Bisogna dire che le polemiche erano iniziate fin dai primi giri, con addirittura Bernard Hinault a minacciare il ritiro già alla terza tornata delle quindici in programma se non fossero cessati i continui aiuti agli atleti di casa, con soprattutto Raas spinto a ripetizione nei tratti di salita. I big non si muovono fino alla penultima tornata ed è proprio Jan Raas a scattare per primo portandosi dietro sette corridori: il compagno Lubberding, i francesi Chalmel e Bernaudeau, il tedesco Thurau, il norvegese Knudsen, il belga Willems e il nostro Giovanni Battaglin. Moser cede, mentre Saronni non si accorge subito che è la fuga buona e fatica a rientrare. Nel gruppo, però, non c’è collaborazione e gli otto passano sul traguardo con un vantaggio di due minuti e quarantacinque secondi quando all’arrivo manca un giro. Moser sceglie la via dell’albergo.

«Battaglin non può aspettare lo sprint: allunga sul Cauberg, l’ultima salita, ma riesce a conquistare solo una trentina di metri; non bastano. Parte da lontano Chalmel e Knudsen, pare per una codata di Raas, finisce a terra. Thurau si mette all’inseguimento seguito nell’ordine da Raas, Battaglin e Bernaudeau. Il quartetto supera sulla sinistra Chalmel che ormai non ha più nulla da spendere. Thurau gioca l’ultima carta facendo un’improvvisa deviazione a destra, Raas lo segue urtando Battaglin che è in rimonta e l’azzurro cade rovinosamente. Raas supera con facilità Thurau e diventa campione del mondo».

©NRC

Questi i fatti. Nel dopo corsa le polemiche infuriano. Raas non si attira certo simpatie facendo anche lo spiritoso. «Quando il commissario mi ha avvertito che se avessi ricevuto ancora una spinta sarei stato squalificato, gli ho risposto: allora vincerò io! Perché se la prendevano solo con me? Sapevano tutti che ero il più forte e il più in forma. Io non ho fatto apposta a finire addosso a Battaglin, è stato Thurau deviando da destra a sinistra a costringermi ad allargare per non finirgli contro. Io ho corso con la testa, il cervello ce l’ho e l’ho usato come dovrebbe sempre fare un campione».

Il meno litigioso di tutti è Battaglin, signore come sempre. «Thurau è passato dalla sinistra alla destra della strada, Raas ha allargato e mi ha picchiato il pedale sulla ruota. Ciò dimostra che ero proprio in rimonta. Ho fatto un brutto capitombolo. Sapevo che avrei potuto diventare campione del mondo. Purtroppo non ho avuto fortuna». Dall’alto della sua infinita esperienza, Alfredo Martini annuncia un reclamo senza crederci. «Senza caduta Battaglin avrebbe vinto. Era scattato benissimo e poiché i due si erano accorti che stava superandoli, lo hanno stretto. Faremo reclamo, ma sarà inutile».

A quel 1979 da tredici vittorie oltre ai soliti circuiti, seguirono un 1980 e un 1981 sempre da doppia cifra con successi in diverse classiche. Nel 1982 e nel 1983 il numero di vittorie si ridusse, sei per ciascuna stagione, ma arrivarono due monumento: nel 1982 la Roubaix e nel 1983 il secondo Giro delle Fiandre dopo quello del 1979. Nel 1984 Jan Raas firmò le ultime vittorie: la nona tappa del Tour, la lunghissima Nantes-Bordeaux di 338 chilometri, e il terzo titolo nazionale olandese tra i professionisti.

A fine stagione si trasferì alla Kwantum Hallen-Yoko, l’attuale Jumbo-Visma, dove restò in sella ancora due stagioni senza risultati significativi, per poi salire direttamente in ammiraglia e restarci per vent’anni, fino a tutto il 2004, resistendo a cinque cambi di denominazione e sponsor: Joop Zoetemelk, Edwig Van Hooydonck, Adrie van der Poel, Erik Dekker, Michael Boogerd e Oscar Freire i nomi di alcuni dei corridori da lui guidati. Fu licenziato da Rabobank, l’ultima società proprietaria della squadra, per mancanza di risultati in un periodo in cui il ciclismo in Olanda aveva perso molto dell’interesse popolare. Divenne opinionista sulle colonne dell’Algemeen Dagblad, dove per tener fede al suo personaggio scontroso e permaloso si impegnò a non scrivere mai il nome Rabobank nei suoi articoli.

 

 

 

Foto in evidenza: ©CapoVelo.com