Manuele Tarozzi ha il coraggio del sognatore e l’umiltà del ciclista.

 

 

Quando Manuele Tarozzi era piccolo, la Firenze-Faenza era soltanto una gara podistica nota perlopiù come “la cento chilometri del Passatore”. Poi, qualche anno fa, Davide Cassani ha deciso che una Firenze-Faenza andava organizzata anche per gli juniores: nel 2015, nella prima edizione, Tarozzi chiuse sesto; nel 2016, un anno più tardi, vinse. Ancora oggi è il ricordo più piacevole che porta con sé, il più bello da quando ha iniziato a pedalare, un bambino innamorato del ciclismo in mezzo a tanti aspiranti calciatori. Tarozzi, come Cassani, è faentino. La ciliegina sulla torta sarebbe stata vincere la corsa con indosso la maglia della InEmiliaRomagna, la squadra nata lo scorso anno sotto l’impulso di Cassani e Coppolillo. “Sono arrivati un po’ lunghi, tant’è che stavo per firmare per un’altra squadra”, dice Tarozzi. “E invece ho fatto bene: è una realtà piccola ma in crescita, non ci fanno mancare nulla e in più il quartier generale è a Faenza. Meglio di così…”.

Meglio di così, ad esempio, Tarozzi avrebbe potuto fare quest’anno alla Piccola Sanremo di Sovizzo, anticipato dal solo Prodhomme per una manciata di secondi. “Ho attaccato per primo e ho lasciato che Prodhomme e Jorgenson rientrassero in salita perché ero convinto di poterli staccare. Invece è stato Prodhomme a staccarmi e nonostante fosse poco più avanti non sono riuscito a rientrare su di lui”. Sempre con questa frenesia, Tarozzi. Speriamo non faccia mai il conto esatto delle corse che ha buttato via seguendo questa tattica. Dice di non avere idoli, ma intanto fa tre nomi che bastano e avanzano: “Contador, Alaphilippe e Pantani: mi piacciono i corridori che attaccano. E poi in gruppo non ci so stare, rimanerci mi fa fatica”. Se questo piglio venisse adoperato diversamente, Tarozzi inizierebbe a raccogliere in fretta quello che ha seminato nelle ultime stagioni.

Perché Manuele Tarozzi è un bel corridore, lasciamo stare per un attimo il cliché romantico dell’attaccante che non vince mai. Va forte in salita e in pianura, si difende sullo sterrato, il pavé non lo ha mai provato ma per il momento non gli interessa; la volata, quella sì, è assolutamente da migliorare. Però è costante, Tarozzi, e non ha grossi problemi ad affrontare rivali di squadre più quotate: “Finché si rimane nel contesto italiano, tra Continental e squadre puramente dilettantistiche non ci trovo tanta differenza, sono sincero. Con le realtà straniere più importanti, invece, la differenza si vede eccome: all’ultimo Giro d’Italia, ad esempio, gli inglesi in salita salivano con una facilità disarmante”. Chiedergli del professionismo, tuttavia, ha ancora poco senso: “Per ora non si è fatto avanti nessuno ma è una cosa normale, sento di aver bisogno di un altro anno di dilettantismo per formarmi”. Tempo al tempo, insomma.

Tarozzi dice che la si può mettere come si vuole, ma alla fine è la testa che comanda. “Per durare ci vogliono passione, intelligenza, forza mentale. Lo scorso anno mi feci male al ginocchio: persi tutta l’estate ma anche quando il dolore andò via la mia testa continuava a farmelo sentire. Queste cose non si capiscono finché non ci si passa”. La testa, a sentirlo ragionare, Tarozzi dovrebbe averla. Tra il mare e la montagna preferisce la montagna, anche se il mare non gli è estraneo; non ha idoli, semmai preferenze; s’accontenta di poco, spesso e volentieri gli basta un mazzo di carte. “E se dovessi scegliere tra classiche e grandi giri, non avrei dubbi: sceglierei i secondi, per ora le classiche non mi trasmettono un granché. So che è difficile, ma sogno di vincere Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno. Intanto devo passare professionista, poi si vedrà: di giovani in rampa di lancio ce ne sono tanti, mica solo io”. Chi a vent’anni non si riscopre di tanto in tanto a sognare l’impossibile non sa cosa si perde.

 

 

Foto in evidenza: ©RomagnaUno

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.