Storia di un ragazzo che per correre ha dovuto espatriare più volte.

 

Marco Zamparella è entrato a far parte del nostro panorama ciclistico in un anonimo pomeriggio dello scorso anno. Era il 16 settembre, quando il toscano conquistò in maniera inaspettata ma tutt’altro che rocambolesca il Memorial Pantani (che è il suo idolo d’infanzia, tra l’altro la prima affermazione di peso di Zamparella arrivò alla Vuelta al Táchira 2016, giorno 13 gennaio, il compleanno del Pirata). Centoquarantacinque chilometri in fuga totalizzati tra Cesenatico e dintorni, divisi prima con Schönberger, poi con se stesso, e infine parsimonioso a ruota di Cattaneo e Bernal. In volata anticipò Ulissi, “che conosco fin da quando eravamo ragazzi. Per me, è un campione: è vero, la continuità non è il suo forte, ma quando è davanti non sbaglia quasi mai”. Ulissi non sbagliò nemmeno quel giorno: fu Zamparella ad essere più lesto e deciso.

La sua storia non si consuma del tutto in quel pomeriggio settembrino. Perché nel ciclismo funziona così: più si è umili, silenziosi e sconosciuti, e più si ha un qualcosa di interessante da raccontare.

Nascere in campagna, a San Miniato, ha dei vantaggi non indifferenti: pochissima Play Station, tanta aria aperta. “E dei tandem artigianali coi quali giocavamo io e i miei cugini, li avevamo realizzati noi”. Le cose, mano a mano, si facevano sempre più serie, e col diploma in ragioneria in tasca, Zamparella può dedicarsi anima e corpo alla bici. Se non che nel 2009, Marco non ha ancora ventidue anni, rimane coinvolto in un incidente bizzarro ma devastante: investe, e a sua volta viene investito, da un capriolo. Risultato: capriolo stecchito, Zamparella steccato.

Starà fermo sostanzialmente per due anni e mezzo, tra convalescenze ed errori medici: per tanti altri atleti, uno stop del genere avrebbe significato la fine di ogni sogno di gloria. Per Marco, invece, c’è ancora tempo. Nel 2012, al terzo anno con la Maltinti, centra quattro vittorie: una di queste è la Firenze-Empoli, che termina proprio davanti alla storica sede di patron Renzo Maltinti. Poi il passaggio al professionismo con la Utensilnord di Fabio Bordonali. Nel 2014, è già arrivata ora di cambiare: ad attenderlo, la squadra satellite della Movistar.

Un mondo nuovo e imprevedibile: la Colombia. Bogotá prima, Zipaquirá (la città di Egan Bernal) poi: cambiamento dovuto al traffico, insostenibile. Come il ritmo delle gare in Sud America. “Non c’è nemmeno una corsa di un giorno, tutte corse a tappe con una salita dietro l’altra. Zero tattiche, i sudamericani sono dei matti, era una corrida dall’inizio alla fine: le volate le facevano in cinquanta, in montagna attaccavano dei velocisti che forse velocisti non erano. Sicuramente, quella stagione mi ha formato molto: migliorato in salita e con un gusto per la fuga da lontano che non mi ha più abbandonato, e che è andato ad aggiungersi a quello che ho sempre coltivato anch’io”. Il ritorno in Italia arriva l’anno successivo, nel 2015, con l’Amore & Vita.

Nel 2016 assapora di nuovo il gusto della vittoria centrando due frazioni alla Vuelta al Táchira, Venezuela. Gli ultimi mesi della scorsa stagione, invece, furono un po’ complicati: “C’è stata qualche difficoltà, non lo nego. Oltre agli allenamenti, ho anche lavorato in pizzeria con la mia ragazza, Manuela. Cos’è il lavoro per me? E’ fatica e riconoscenza: preferisco la bici perché è una passione, e quando c’è di mezzo la passione il lavoro pesa molto meno. Dove ci sia più meritocrazia, non saprei”, racconta Marco leggermente infastidito. E ne ha tutto il diritto.

Il 2018 di Zamparella era iniziato senza una squadra sulla quale contare. Poi si è fatta avanti la Sovac-Natura4Ever, Continental algerina che annovera Davide Rebellin tra le sue fila. “Mi sembra superfluo aggiungere altro, vi direi quello che tutti dicono di lui da una vita. È un signore, basta questo”. Il problema, però, è un altro. Dopo un paio di apparizioni in Francia tra febbraio e aprile (entrambe terminate con un ritiro, da imputare probabilmente alla mancanza di ritmo nelle gambe), Marco Zamparella attraversa un periodo di inattività.

Arrivati a questo punto del racconto, lo stesso Zamparella mi ha affidato un comunicato ufficiale riguardante la sua attuale situazione. Col taglio del pezzo non c’entra nulla ma con l’onestà e la trasparenza sì: per questo lo pubblico così come mi è stato fatto avere.

“Relativamente a questo aspetto preme, in modo particolare, precisare quanto segue: non ho adesso e non ho in passato mai avuto alcuna predeterminazione negativa nei riguardi della squadra algerina. Purtroppo, verosimilmente a causa di alcune spiacevoli incomprensioni intercorse con la squadra che qui, per una questione di rispetto nei loro riguardi non ritengo opportuno specificare ulteriormente, mi sono visto costretto a porre in essere attività di tutela nei riguardi della mia persona per poi procedere ad inoltrare una richiesta di svincolo presso la federazione algerina, in modo da potermi considerare in grado di valutare altre eventuali opportunità. Ciò premesso, ed essendo in procinto di definire questa breve parentesi della mia carriera ciclistica, vorrei inviare un messaggio a tutto il mondo del ciclismo ed ai suoi più grandi appassionati: non mi sono ritirato, sono e mi sento ancora un ciclista professionista. In tutta onestà posso affermare con certezza che mai mi sono trovato in uno stato di forma come quello attuale. Adesso posso definirmi un atleta maturo, capace se messo in condizione di poter ottenere altri buoni risultati. Ovviamente ho anche altri progetti sempre in ambito ciclistico per il futuro ma ad oggi voglio ancora indossare il numero sulla schiena. Non penso ad altro”.

Appassionato di batteria e conosciuto in gruppo come “il poeta” (da quando, fra i dilettanti, esorcizzava la tensione scrivendo qualche verso sulla successiva gara in programma), Zamparella si trova costretto per una volta ad inseguire. Altrimenti, è lui l’uomo a cui dare la caccia. “Perché la fuga? Per diversi motivi: perché mi piace dare spettacolo, anche a discapito del risultato; perché penso di sapermi gestire bene, una volta là davanti; perché di vittorie ce ne sono tante, sempre, c’è un vincitore per ogni gara, ma di imprese invece se ne vedono poche; perché una vittoria è una vittoria, che arrivi a ranghi compatti o al termine di un attacco da lontano; perché sono fermamente convinto che il modo in cui un corridore corre e interpreta la gara rispecchia il suo piglio nell’affrontare la vita”. E perché, mi permetto di aggiungere, il ciclismo è l’unica dimensione nella quale la fuga è un atto di coraggio.

 

Foto in evidenza: @SportFair

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.