Una mina vagante che ha sfiorato la vittoria di due mondiali.

 

 

La pagina Wikipedia di Ballerup, una cittadina dell’area urbana di Copenaghen che non arriva a quarantamila abitanti, è piuttosto emblematica di quello che sono e che rappresentano certi posti nel nord Europa. Breve descrizione, una riga sulla posizione geografica, due righe sulla Ballerup Super Arena, un velodromo che ha ospitato due edizioni dei mondiali di ciclismo su pista. Insomma, nonostante ci siano posti meno distanti dal centro della Terra, almeno ci sono le biciclette. Una bella utopia – la Danimarca ciclabile, s’intende – eppure per Matti Breschel il futuro non era così segnato.

A diciassette anni, nonostante sia nato in un posto del genere, deve esibire un passaporto valido per espatriare, in direzione della città più diversa da Ballerup in tutto il pianeta: New York. Professione: modello. Non è chiaro se sia stato lui a proporsi o se sia stato notato da qualcuno – più probabile la seconda; fatto sta che, ancora minorenne, Matti si ritrova nella Grande Mela a girovagare con il suo book fotografico per sopravvivere.

L’esperienza durerà poco, più in là racconterà che quel periodo della sua vita gli è stato utile esclusivamente per avergli insegnato l’importanza di prendersi cura di se stessi. Non è poco, specialmente perché la vera carriera di Matti sta per iniziare; basta metropolitane, basta passerelle (sempre che ne abbia viste): si torna in Danimarca, si torna ad andare in bicicletta, come suo padre, come suo nonno, entrambi ex ciclisti professionisti.

©DancingOnThePedals.net, Flickr

Nel 2005 la CSC decide di metterlo sotto contratto, su diretta indicazione di Bjarne Riis. Il salto tra i professionisti è la naturale conseguenza di una carriera da juniores culminata con il sesto posto ai mondiali Under 23 di Verona, nel 2004. Matti ha soltanto ventuno anni.

A metà tra lo sprinter e il finisseur, Breschel entra rapidamente all’interno delle dinamiche di squadra: non si esime mai dai suoi compiti di gregariato, studia per diventare grande tra le pietre – avendo l’opportunità di allenarsi quotidianamente con un certo Fabian Cancellara – e si conquista la fiducia di squadra e dirigenza. Lo spartiacque arriva nel 2008. La CSC, per la stagione sul pavé, ha due uomini su cui poter fare affidamento: Cancellara e O’Grady. Entrambi rimangono impressionati dalla costanza di rendimento di Breschel: il danese chiude al ventesimo posto sia la Gent-Wevelgem sia la Parigi-Roubaix, dove Cancellara si inchina solo a Tom Boonen. Il ragazzo si farà, o almeno questa è l’impressione.

Disputa un ottimo Giro di Romandia, chiude al secondo posto il campionato nazionale danese, arriva alla Vuelta come pesce pilota di Haedo; le scarse condizioni dello sprinter argentino, tuttavia, lo portano per la prima volta a disputare la seconda metà di un grande giro con i gradi di capitano per gli arrivi veloci. Sfiora la vittoria a Valladolid e si impone nell’ultima tappa di Madrid, conquistando il suo primo e unico grande successo in carriera.

Strano, eppure va così: basta dare un’occhiata al palmarès di Breschel per constatare che il numero delle vittorie non è andato di pari passo con quello delle presenze, tante di queste in testa al gruppo. Certo, specializzarsi nelle classiche del nord porta a sviluppare un certo istinto di sopravvivenza che, nel linguaggio del gruppo, ti obbliga a non distrarti mai, a stare sempre lì davanti, in costante apprensione per quello che potrebbe succedere. Anche e soprattutto a livello mentale, le pietre sono un inferno: per questo sono pochi quelli che riescono a domarle.

Ventidue vittorie in totale, di cui quasi la metà al Giro di Danimarca, non esattamente il Tour de France. Oltre a quella di Madrid, c’è una tappa al Giro di Svizzera, una Dwars door Vlaanderen praticamente senza avversari di rilievo e un campionato nazionale, anche quello senza aver mai realmente rischiato di perdere.

©EF Education First Pro Cycling, Twitter

Dopo il grande successo di Madrid, ottenuto con una volata lunghissima, a testimonianza della stupenda condizione fisica del ragazzo di Ballerup, si torna in Italia: questa volta non a Verona, ma a Varese; non per il Mondiale Under 23, ma per quello dei grandi. Oltre ad avere una formazione molto forte, c’era anche il percorso a strizzare l’occhio agli azzurri. Alla fine emerge un gruppetto di nove, tra i quali tre italiani: Cunego, Rebellin e Ballan. C’è anche Breschel, per distacco il cliente più scomodo in caso di arrivo in volata.

La squadra italiana si muove egregiamente, con scatti e controscatti a logorare gli avversari, fino alla sparata decisiva di Ballan. Breschel rimane praticamente solo, al disperato inseguimento di un treno che difficilmente passa due volte nella stessa carriera. Se il danese fosse stato più esperto, più a suo agio in un certo tipo di competizione, avrebbe immediatamente intuito che l’attacco giusto era quello di Ballan. Spenderà tantissimo, in volata chiuderà secondo (quindi terzo al traguardo), a dimostrazione della strabiliante forma di quell’estate.

Per alcuni può essere la conquista di un bronzo mondiale dopo appena tre anni da professionista, per altri una batosta dalla quale è difficile riprendersi.

Passano due anni e ci risiamo. Il 2010 di Breschel non è emozionante, ma nel 2009 aveva concluso tra i primi dieci tanto al Fiandre quanto alla Roubaix. A Geelong, insomma, Breschel è una mina vagante.

L’arrivo è apparecchiato per i velocisti, ma è un percorso mosso, un tracciato che non si adatta agli sprinter purissimi; serve una certa sensibilità tecnica, quel tipo di preparazione che rende gli specialisti delle corse di un giorno solidi quando si comincia a salire e mortiferi negli arrivi a ranghi ridotti. Gilbert è sicuramente questo tipo di corridore: infatti il belga lascia tutti sul posto a dieci chilometri dall’arrivo e nessuno osa andargli dietro, ma il vento australiano ha qualcos’altro in mente.

Rimangono una ventina di corridori, tra i quali Breschel, Freire, Hushovd, Allan Davis, Van Avermaet e Pozzato. Il vento in faccia costringe Gilbert a tirare i remi in barca, mancano tre chilometri al traguardo. Chris Anker Sørensen, danese, fa un lavoro pazzesco per il suo capitano; ogni tentativo di attacco viene spento sul nascere. Sarà sprint, anche se a ranghi ridotti.

Uno stremato Sørensen cerca anche di lanciare la volata a Breschel. Freire non è per niente in giornata, Davis, seppur in casa, non ha le gambe per imporsi. Alla fine spunta Hushovd, Breschel lo guarda sfilare alla sua sinistra, quasi il norvegese avesse una corsia preferenziale per la volata. Primo Hushovd, secondo Breschel, il quale sbatte un pugno contro il manubrio della sua bicicletta. Perdere due mondiali nel giro di due anni, farlo nonostante ci fossero tutte le carte in regola per salire sul gradino più alto del podio, è decisamente troppo.

©EF Education First Pro Cycling, Twitter

Nel 2011 passa alla Rabobank, che lo ingaggia per renderlo uno dei più temibili corridore nelle classiche – sia quelle mosse sia quelle sul pavé. Non andrà così. Il primo anno con la squadra olandese è costellato di problemi fisici che lo portano a saltare tutta la prima parte di stagione e buona parte della seconda, relegandolo al ruolo di comparsa.

Nel 2012 torna, ma tutte le qualità che si potevano intravedere tra le pieghe di un corridore ancora indeciso su dove dirigere la sua carriera, diventano rimpianti sui quali né lui né la squadra riescono a lavorare. Breschel rimane un qualcosa di sospeso, un’idea del corridore moderno alla Sagan, imprigionato in un fisico che comincia a rispondere a fasi alterne e un killer instinct mai del tutto emerso.

Ottiene un terzo posto alla Gent-Wevelgem, poi torna alla corte di Bjarne Riis, svolgendo in maniera egregia il ruolo di gregario, perché il ciclismo trova un posto alle persone anche quando queste ultime non sanno bene quale sia il loro. Nel 2016 passa alla Cannondale e continua a essere un elemento visibile all’interno del gruppo: d’altronde un ciclista che sogna di vincere la Parigi-Roubaix si abitua ad abitare la testa del gruppo.

Quest’anno la decisione, tutt’altro che sofferta, di ritirarsi dalle corse. Breschel, ormai trentacinquenne, soffre di artrite psoriasica; prendeva medicinali che lo facevano dormire anche quindici ore al giorno, era diventata una sofferenza, e per lui la bicicletta non è mai stata niente di simile. Ha definito un sollievo il suo ritiro. Vorrebbe comprarsi una barca, imparare a pescare, e probabilmente lo farà. Per Matti fare il ciclista professionista ha significato molto, ma significherà molto anche questo nuovo capitolo della sua vita.

È strano pensare che non sarà più in gruppo, così com’è stato strano scoprire che, a dispetto delle apparenze, sono state poche e poco blasonate le volte in cui ha messo la ruota davanti a tutti. Il ciclismo è così. Nella sua onestà rischia di ingannare, perché vedere una corsa di oltre duecento chilometri e accettare che gli ultimi tre siano l’unica cosa che rimane ai posteri, beh, ci pare piuttosto ingannevole.

 

 

Foto in evidenza: ©EF Education First Pro Cycling, Twitter