Mauricio Soler, come una pianta spezzata

Sfortuna, cadute e incidenti hanno minato la promettente carriera di Mauricio Soler.

 

 

Che si tratti del generoso dio Bochica o di magici uccelli salvatori, che ci siano di mezzo siccità o inondazioni, i vari miti andini sulla genesi del mais in Sudamerica, seppur diversi tra loro, concordano su un punto: è per volontà divina che gli uomini avrebbero messo mano su questo prezioso cereale.

Tralasciando quelli che potrebbero essere stati i leggendari inizi e passando a fatti più noti e concreti, dai reperti fossili ritrovati è certo che la coltivazione del mais nel continente abbia una tradizione millenaria. In Colombia, a partire dalle testimonianze rinvenute nella valle Alto del Magdalena (quando allora probabilmente si parlava ancora di teosinte, il cui processo di trasformazione ha permesso che i semi della pianta si diffondessero dal Messico ad altre latitudini) e dal culto dei nativi locali, il mais è diventato un bene di consumo primario, consolidandosi come importante fonte di sostentamento alimentare, apprezzato medicinale e ottima soluzione per foraggiare gli animali. In epoca recente, nel paese oggi governato da Iván Duque Márquez, la sua importanza è testimoniata dai numeri (sono 23 le diverse specie di mais attestate, mentre le coltivazioni generano 126.000 posti di lavoro diretti occupando il 13% della superficie agricola nazionale, dietro solo a caffè e riso) e dal fatto che il consumo pro capite sia all’incirca di 30 chili all’anno.

©Rigoberto Urán ЯU, Twitter

Se ciò avviene, è perché questo alimento è profondamente radicato nella tradizione culinaria nazionale ed è alla base di numerose preparazioni e svariate pietanze tradizionali: mazamorra, empanadas, almojábanas, mazorca asada sono tutte squisitezze in cui la presenza del mais è imprescindibile. Fra queste, più note di tutte le altre a tal punto da essere considerate uno dei simboli più riconoscibili della gastronomia colombiana nel mondo, vi sono anche le arepas, sorta di piccole focaccine a base di farina di mais. In Colombia esistono oltre 30 diversi tipi di arepa, ma da molti il più apprezzato è quello, preparato con mais dolce, burro e cagliata, che si può gustare a Ramiriquì, località dove ogni anno questa leccornia trova la sua massima celebrazione nel tradizionale “Festival Internazionale del Mais, del Sorbo e dell’Arepa”.

Non c’è bisogno, tuttavia, di questo appuntamento per capire quanto la gente di questo piccolo paese della regione di Boyaca sia strettamente legata alla terra e ai prodotti che questa, dietro le loro cure, riesce a generare. La maggior parte dei 9000 abitanti che popolano questo centro urbano e i suoi dintorni sono infatti campesinos, gente che è cresciuta tra semine e raccolte devolvendo sé stessa alla causa dei campi. È là che cultura e tradizioni della zona sopravvivono e si tramandano resistendo a un presente sempre più veloce e tecnologico. Come in un rituale ciclico, semine e raccolti tengono a battesimo le generazioni, temprando i caratteri e solidificando i legami famigliari: tutto, in un certo senso, passa dal maneggiare sapientemente la delicata arte dell’agricoltura e dal gestire giudiziosamente i poderi. È quindi attraverso il rispetto, trattamenti costanti e attenzioni paterne che la terra dà i suoi frutti e ricompensa il sudore degli uomini permettendo alla società di cui fanno parte di mantenersi viva.

A Mauricio Soler, il cittadino più illustre di Ramiriquì assieme all’ex presidente José Ignacio de Márquez, sono state riservate le medesime premure di cui da anni beneficiano le preziose piantagioni di mais della città. Come tutti da queste parti, anche lui è un figlio della terra e come tale è stato “coltivato” da suo padre don Manuel Antonio, contadino di professione, assieme ai suoi altri quattro fratelli maggiori e a sua sorella minore.

©Eccehomo Cetina, Twitter

Alla stregua del granoturco, la cui raccolta avviene all’incirca tra gli 80 e 150 giorni dal momento della semina, anche per vedere le prime spighe di talento del giovane Mauricio è stata necessario pazientare a lungo. Solo a 16 anni, infatti, Soler ha potuto comprendere che forse, in futuro, sotto i suoi piedi non avrebbe intravisto lo sfondo verde-marrone dei campi, ma piuttosto quello grigio dell’asfalto. A quell’età, nel 1999, il seme di Soler ha germogliato per la prima volta mostrando alla gente di Ramiriquì che cosa fosse in grado di produrre. Non si trattava né di mais né di patate né di altri vegetali: si trattava di pedalate forsennate, exploit in salita e vittorie a braccia alzate. Per rivelare tutto ciò, però, il caso ci ha messo lo zampino chiamando un giorno suo fratello Omar (realmente appassionato di ciclismo) fuori città poco prima di un circuito che si sarebbe svolto proprio a Ramiriquì. È stato allora che, senza permesso e approfittando della sua assenza, Soler ha deciso di inforcare la bici del fratello e schierarsi al via della sua prima corsa su due ruote. Risultato: due giri di vantaggio sul secondo e successo al debutto. Da quel fortunato esordio, i due hanno iniziato ad usare in alternanza l’unico velocipede in buone condizioni (quello di Omar) a loro disposizione, finché il fratello più grande non ha scelto di smettere lasciando strada libera al più promettente Mauricio.

Da allora, più d’una volta le sue semine hanno dato alla luce frutti davvero notevoli (Vuelta al Porvenir nel 2001, campione Under 23 della Vuelta a Boyacá nel 2002, Vuelta de la Juventud dalla Colombia nel 2004), ottenuti sotto la coriacea guida di Serafín Bernal e propedeutici al suo passaggio al professionismo.

Come spesso però può capitare a più latitudini, le piantagioni possono essere funestate da calamità, intemperie e parassiti in grado di comprometterne più o meno momentaneamente i raccolti. Anche Soler, sin dai primissimi anni, si è imbattuto in ostacoli e ha dovuto superare numerosi infortuni, causati in gran parte da disgraziati capitomboli riconducibili per alcuni (giornalisti e tecnici di rilievo nazionale come Luis Fernando Saldarriaga e Lisandro Rengifo) a mancanze tecniche date dall’essersi dedicato esclusivamente alla strada, per altri (dottori) invece a riflessi semplicemente poco pronti. Sta di fatto che Soler, tra gambe, faccia, ginocchia e polsi, ha saggiato in molteplici (e forse troppe) occasioni l’asfalto con impatti che il colombiano è sempre riuscito ad assorbire smaltendone gli effetti sia a livello fisico che morale.

©Riccardo Filippetti, Twitter

Nel 2001, ad esempio, quello che poi sarebbe stato il suo testimone di nozze – Lindon Borda – organizzò una raccolta fondi nel parco principale di Ramiriquì per acquistare al campioncino in erba una Trek con cui correre la Vuelta al Porvenir. Nonostante il costo del mezzo (dieci milioni di pesos) e la missione quasi impossibile, grazie ad alcuni risparmi dello stesso Mauricio, il colombiano riuscì ad avere una bici nuova di zecca che purtroppo, però, durò un solo allenamento: nel corso di una scalata all’Alto de Boyacá, infatti, una macchina investì lui e la sua fiammante specialissima e ad avere la peggio tra i due fu proprio quest’ultima. Soler allora tornò a casa affranto e demotivato, dichiarando che avrebbe chiuso col ciclismo; a quel punto a riaccendere il suo fuoco fu suo fratello Omar: lo spronò, gli disse che il suo futuro era quello e che per l’imminente corsa avrebbe potuto usare (come era successo anni prima) la sua bicicletta. Persuaso da quelle parole, Mauricio accettò e qualche giorno dopo tornò a casa col successo finale in tasca.

Quella determinazione, parallelamente alle (purtroppo) immancabili cadute, hanno poi accompagnato Soler anche in Europa, dove El Lancero (soprannome preso letteralmente in prestito dai ranghi dell’esercito di Bogotà) ha trovato un ingaggio prima all’Acqua & Sapone-Caffè Mokambo e poi, dopo un primo anno brillante arricchito dalle vittorie (tappa e maglia) al Circuit de Lorraine, alla corte di Claudio Corti nella sudafricana Barloworld. È in questo contesto (dove si aggira anche la sagoma di un giovane Chris Froome), assaporato da Mauricio per tre stagioni consecutive, che dalle sue spighe – o meglio dalle sue gambe – sono emersi i risultati più succosi della carriera.

L’anno di grazia, quello dove il nome e la fama delle abilità di Soler arrivano a circolare in tutto il mondo, è il 2007, stagione in cui il ramiriquense centra il successo alla Vuelta a Burgos ma soprattutto fa sua la maglia degli scalatori al Tour de France, guadagnandosi la ribalta internazionale e facendo impazzire il già bollente tifo dei colombiani. La conquista di quel prestigiosissimo vessillo bianco a pois rossi (indossato sul podio da Parigi solo da Luis Herrera e Santiago Botero prima di lui) vive una delle giornate chiave già nella nona tappa di 160 chilometri che va da Val-d’Isère a Briançon, nel cuore delle Alpi francesi. Soler ha passato il precedente giorno di riposo quasi sempre a letto, fiaccato da dolorose vesciche a piedi che si è procurato correndo con calzature nuove. Mentre il colombiano si augura che il problema si affievolisca, il suo direttore sportivo ordina che dall’Italia facciano recapitare immediatamente i vecchi scarpini con cui Mauricio ha sempre corso nei mesi antecedenti alla Grande Boucle. L’indomani, sollevato in tutti i sensi, il colombiano affronta col coltello fra i denti una frazione che obbliga il gruppo a due severe scalate come quelle del Col de l’Iseran e del mitico Col du Galibier.

©David Guénel, Twitter

È proprio sulle rampe di questo totem del ciclismo che Soler inscena il suo personalissimo show, scattando dal gruppo degli inseguitori comprendente gli uomini di classifica e andando a riprendere uno a uno tutti i fuggitivi di giornata. Arriva così a transitare primo in cima, ma non può permettersi di gioire più di tanto se vuole tagliare da vincitore il traguardo di Briançon. In discesa, dunque, dà fondo a tutte le sue energie per distanziare gli inseguitori e respingere gli assalti prima del duo Discovery Channel Popovych-Contador e poi del plotoncino coi leader della generale. I loro tentativi, per fortuna del sudamericano, risultano vani: l’arrivo di Soler è solitario e trionfale, le braccia che spesso hanno saggiato l’asfalto si arrampicano gioiose verso il cielo per celebrare un successo tanto spettacolare quanto agognato e inaspettato. L’azione vincente porta in dote a Mauricio anche 76 punti valevoli per la classifica degli scalatori: sui Campi Elisi primeggerà in quella graduatoria con 206 punti dopo aver vestito la maglia negli ultimi cinque giorni di corsa.

Passata l’ebrezza di quel fantastico Tour, Soler non ha più vissuto simili momenti. Nelle cinque stagioni seguenti il colombiano ha seminato tanto, ma raccolto poco. Qualche lampo, qualche giornata radiosa in cui si è sentito soddisfatto del prodotto della propria fatica Mauricio l’ha avuta: ma nel complesso le occasioni sfumate, il desiderio non ripagato di tornare a prevalere e gli stop fisici hanno dominato sugli attimi di contentezza. La malasorte nello specifico si è accanita su di lui con cinica puntualità, costringendolo a fermarsi almeno una volta all’anno per curarsi le ferite e rinunciando irrimediabilmente ai propri sogni di gloria nelle competizioni dove avrebbe potuto dare il meglio di sé. Così è accaduto al Giro d’Italia e al Tour de France del 2008 e persino alla Corsa Rosa del 2009, il suo ultimo grande giro della carriera terminato con un ritiro. In seguito, nell’anno e mezzo successivo alla Caisse d’Epargne (poi Movistar), Soler non ha preso il via in nessuna delle corse a tappe di tre settimane, dando l’impressione di essersi smarrito e di star continuando a rincorrere quei picchi di forma e quella vittoria che invece, per il fato e non solo, non volevano saperne di arrivare.

Questo fino al giugno 2011, quando il suo destino si compie. È un destino a due facce, capace di regalare il ritorno a una felicità antica e dopo poco un biglietto di sola andata per l’inferno. Tutto avviene tra le vette del Canton Vallese e il territorio ondulato del Canton Zurigo in occasione del Giro di Svizzera. Nella seconda tappa con arrivo a Crans Montana, Soler riesce finalmente a imporre di nuovo la sua legge in salita e a primeggiare su un traguardo importante strappando anche la maglia gialla di leader. Il primato nella generale dura solo ventiquattro ore, ma Mauricio, rinfrancato dal successo ritrovato, è deciso come non mai a riprenderselo quanto prima. La data designata è il 16 giugno, giorno della sesta tappa che avrebbe condotto la carovana da Tobel-Tägerschen ai 1600 metri dell’arrivo di Triesenberg/Malbun.

©Carlos Amaya, Twitter

33 chilometri dopo la partenza, però, il colombiano è vittima di un tremendo ruzzolone che termina con un pesante colpo del capo a un paletto della recinzione di un giardino: i suoi intenti bellicosi per quella frazione (e per la sua intera carriera) si spengono lì, in quell’istante, con un corpo martoriato da traumi e fratture e un edema cerebrale che fa seriamente pensare al peggio, portando i medici a indurlo immediatamente in coma farmacologico. Se qualche ora prima si sentiva nel pieno forze, ora Mauricio è improvvisamente sospeso, lotta per restare aggrappato a quelle membra che solo pochi giorni prima gli avevano riconcesso la delizia di un primo posto e ridato forza e convinzione. È come se su quello scheletro di terra che d’un tratto aveva donato frutti sorprendentemente gustosi, all’improvviso si fosse abbattuta la più violenta delle tempeste; e che grandine, acqua, vento e saette avessero smottato il suolo, sconquassato campi, affossato semi e reso vane cure e attenzioni secolari, ponendo un grosso punto di domanda sulla fertilità e sul futuro di quegli appezzamenti.

Come le piante, anche gli uomini seguono un loro ciclo vitale, entrambi soggetti alla legge della natura che come un despota ha il potere di fare e disfare a piacimento mettendo il proprio marchio sull’esistenza di chiunque. Mauricio, complice i rischi del suo mestiere, era consapevole di ciò e forse aveva avuto una premonizione a riguardo prima di imbarcarsi per l’avventura elvetica, quando in totale sincerità aveva discusso con sua moglie strappandole la promessa che se mai, per un malaugurato caso, la sua vita si fosse trovata in bilico e appesa al lavoro di macchine artificiali, lei non l’avrebbe lasciato soffrire e avrebbe proceduto a staccarle. Patricia Florez, fisioterapista conosciuta durante un Clásico RCN qualche anno prima, certamente deve aver pensato a quell’eventualità mentre raggiungeva in tutta fretta Pamplona, località dove era stato deciso di trasferire suo marito dopo le prime cure a San Gallo.

Giunta in loco, nonostante le volontà del compagno, la donna decide di aspettare per vedere se la tenacia del suo congiunto, assieme alle terapie somministrategli, avrebbero funzionato e prodotto quel “miracolo” a cui avevano accennato i dottori avvertendola con estrema chiarezza dopo l’incidente. A lei non importava che Mauricio fosse poco più che pelle e ossa (40 chili circa) e che fosse in quell’oscuro limbo chiamato coma da più di venti giorni: la sua speranza era che suo marito, come in passato, riuscisse ad alzarsi un’altra volta e che, insieme a lei, potesse tornare ad abbracciare nuovamente Junior, il loro figlioletto di poco più di un anno e con un’intera vita davanti a sé. Patricia, perciò, attende e dopo un solo giorno dal suo arrivo, facendo seguito ai segnali positivi delle ultime ore, la sua fede viene ripagata: Soler si sveglia dal coma, chiede di lei e di Cachete. Lo rivedranno insieme quattro mesi dopo.

©Yuzuru Sunada, Twitter

Da quel momento, da quando gli occhi del colombiano si riaprono, iniziano mesi durissimi che Mauricio affronta giorno dopo giorno con l’obiettivo di riavvicinarsi a una normale quotidianità. La sfida non è affatto semplice e questa volta non può neanche contare su ciò in cui riusciva meglio: andare in bicicletta. I suoi giorni in sella, infatti, sono finiti: tornare a competere è fuori discussione, troppo pericoloso per via della pressione intracranica. Le uniche uscite sui pedali se le potrà permettere una volta ristabilitosi e tornato in Colombia, ma saranno poco più che passeggiate utili a scongiurare il rischio di una trombosi venosa. Prima, però, sono innumerevoli le operazioni e le sedute di riabilitazione da superare.

Soler deve imparare nuovamente a fare le azioni più elementari: da mangiare a parlare fino a camminare, superando ostacoli come l’insonnia e complicazioni come quella all’occhio sinistro che lo costringe al trapianto di un pezzo del tendine della mano per tornare a sbattere di nuovo la palpebra. Patricia non lo lascia un attimo e la sua presenza, come l’abitudine a risollevarsi consolidata nella sua carriera da ciclista, lo aiutano a bruciare le tappe e a realizzare in soli quattro mesi quello che una persona normale fa in quattordici o sedici. Il premio è il ritorno in Colombia, dove viene accolto in maniera davvero calorosa. Ma soprattutto ritrova il piccolo Junior: il volto di Mauricio, cambiato dalla caduta e dai seguenti interventi chirurgici, non è quello con cui l’ha salutato l’ultima volta; esprime tutta la sofferenza provata negli ultimi mesi, ma allo stesso tempo anche l’immensa gratitudine per aver avuto la possibilità di rivedere i suoi cari come i monti e la terra attorno a cui è cresciuto.

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Il percorso riabilitativo di Soler, tra controlli, piccoli interventi e sessioni di fisioterapia, andrà avanti per anni. Ancora oggi l’ex corridore colombiano alterna esercizi nella palestra di fortuna allestita nella sua casa di El Comun (non lontano da Ramiriquì) a brevi camminate con il proprio cane Achilles e a qualche pedalata in mountain bike, durante le quali gli è anche capitato di incrociare e condividere la sua scia con quella di Nairo Quintana, il più illustre esponente del ciclismo boyacense dei giorni nostri. Non sono però evidentemente le pedalate con cui ha scritto la storia, la sua e quella di un’importante pagina del ciclismo colombiano. Sono pedalate che servono a lui, dopo aver perso e recuperato a fatica pezzi della sua memoria, per continuare a ricordarsi chi sia e cos’ha fatto, senza nascondere (come ha dichiarato recentemente) un velo di rimpianto per quello che avrebbe potuto ancora dare al mondo del ciclismo.

Oggi, in memoria delle sue imprese in bici, nel centro di Ramiriquì si erge una statua in ferro che lo vede impegnato sui pedali come se stesse scalando una delle mitiche erte alpine o pirenaiche. L’attenzione, più che sul volto, cade sulle gambe e le braccia, realizzate come in un effetto radiografico con centinaia di piccoli pezzi che rappresentano le fibre, i muscoli e le ossa che gli hanno permesso di far la differenza («Se in condizione, è il miglior scalatore del mondo», disse Eusebio Unzué una volta) quando correva. Le stesse con cui, prima di lanciarsi in bicicletta, Soler è cresciuto in quei campi che ora è tornato a gestire, segno che nel suo destino c’è e c’è sempre stata la terra del suo paese; quella dove alla fine, dopo quell’11 giugno 2011 e tanto lavoro, i semi delle piante sono tornati a germogliare, ma senza dar frutto a raccolti ugualmente generosi perché privi della giusta luce. La luce data delle imprese in bici de El Lancero.

 

 

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