Michael Matthews e la prigione dovrebbero essere due questioni distanti: oppure no?

 

Per definire Michael Matthews bastano quattro parole: proprio un bel corridore. Robusto e scattante, veloce e resistente, sta bene in sella e sprigiona potenza. Il suo futuro è puntellato da obiettivi ambiziosi: campionato del mondo, una grande classica, provarsi sulle pietre (sesto al Giro delle Fiandre, una partenza promettente). La sua carriera è già tappezzata di successi: la maglia verde al Tour de France 2017, la maglia iridata vinta da dilettante, le due tappe vinte al Giro d’Italia, le tre alla Vuelta, le tre alla Grande Boucle. In più, diversi piazzamenti che gridano vendetta: i podi alla Sanremo, al campionato del mondo, alla Amstel Gold Race, il quarto posto alla Liegi 2017. L’obiettivo più importante della sua carriera, però, Matthews l’ha già archiviato: non finire in galera.

La compagnia che frequentava era quel che era, qualcuno di loro la galera potrebbe averla assaggiata davvero. Più che cattivi, indisciplinati; più che pericolosi, arroganti e scalmanati. Godevano di una certa popolarità e questo bastava: a quindici anni tutto fa brodo, persino il mal costume. Loro non la rifiutavano, anzi, ne facevano una questione d’onore. Per questo Matthews stava attento a non farsi mai vedere da loro quando si allenava. Cosa potrebbero pensare di un compagno che indossa queste tutine così aderenti, così buffe, così sgargianti?

Matthews inizia a pedalare grazie all’intuizione di un suo professore col nome da cattivo dei film d’azione: Des Proctor. L’Accademia dello Sport, in sostanza, apre le sue porte a tutti i ragazzi australiani che vogliono sottoporsi a dei test e a delle prove per capire se c’è del potenziale spendibile nel mondo dello sport. Nel giro di qualche settimana, Michael Matthews inizia a familiarizzare con parole come depilazione, gruppo compatto, fuga. Col ciclismo in generale deve ancora prenderci le misure, tant’è che durante i primi allenamenti indossa le mutande sotto alla divisa (sacrilegio, urlerebbero in Belgio o Italia). Ha un intuito geometrico, Matthews, perché una volta capite le misure le applica a menadito. A sei mesi dal primo giro di pedale si presenta alla linea di partenza dei campionati australiani riservati agli Under-17. Dopo un attacco sensazionale a due giri dalla fine, Michael Matthews è il primo a presentarsi anche sulla linea di arrivo.

Michael Matthews è un ragazzo semplice, solare, perfino timido. Non ha paura di scottarsi, però, e infatti crede molto in se stesso. I trionfi in rapida successione non fanno altro che accrescere questa sensazione divina. A dargli un freno sono le persone più importanti della sua vita: Donna e Allan, i genitori, che per permettergli di continuare a credere in questo sogno tanto stimolante quanto inaspettato arrivano addirittura ad ipotecare la casa; e Katarina, una presenza costante al suo fianco ormai da anni. Il loro primo incontro fu imbarazzante. Si trovavano entrambi in un velodromo, Matthews per supportare un compagno e Katarina per lavoro, dato che collabora con Shimano. Lei, da lontano, saluta in direzione del suo capo per farsi notare; Matthews (“troppo pieno di ego”, ammetterà in seguito) contraccambia con piacere. Ma chi è quell’idiota?, borbotta tra sé Katarina. L’amore è come una volata: tante traiettorie possibili, l’imprevedibilità del finale, un’ascendenza di brividi.

Michael Matthews è Bling, il soprannome che gli diede il padre di un compagno di squadra quand’era ancora adolescente. Bling è velocità, baldanza, è la chincaglieria che l’australiano indossava per farsi notare e per sottolineare l’appartenenza. Braccialetti, collane, di tutto: la bici, però, impone leggerezza. Il ciclismo si può riassumere con un aggettivo: tanto. Tanto bello, ma anche tanto faticoso. Da una prigione vera, fatta di sbarre e detenuti, a una immaginaria, fatta di ruote, raggi e fatica. Michael Matthews sa però che il gruppo non è una prigione, bensì una sfida. Mette alla prova, stuzzica la fantasia, invita alla rinuncia, talvolta spinge alla codardia. Figurarsi, c’è chi crede che l’orizzonte sia un limite.

 

Foto in evidenza: ©Cervélo, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.