Mike Teunissen, tra stupore e paradosso

Mike Teunissen è nato per stupire, come al recente Tour de France.

 

 

Mike Teunissen è uno che ama sorprendere. Lo guardi in faccia e ricorda un po’ Will Ferrell, attore americano specializzato in commedie demenziali e molto in voga nei primi anni duemila. Teunissen, però, non vuole far ridere, quanto stupire; se fosse un film di Todd Phillips, sarebbe più Joker che Old School. Quando taglia per primo il traguardo di Bruxelles al Tour de France, l’incredulità è generale e la sua commedia è in atto: restano di stucco lui per primo, poi la sua squadra, i tifosi, i giornalisti, persino il Manneken Piss, che per poco non smette di fare pipì. Dopo l’arrivo, tutti a cercare tra le statistiche da quanto tempo un olandese non andava in maglia gialla, mentre in rete qualcuno pensava fosse uno che battagliava in volata quasi trent’anni fa su queste strade: “Nelissen? Ma quello avrà cinquant’anni adesso!“.

Durante la telecronaca, viene scambiato a lungo per van Aert – non solo dalle televisioni italiane, ma si racconta che persino in sala stampa avessero confuso i due. Ed erano già pronte le domande sul talento belga, sul dualismo con van der Poel, su questa sua evoluzione in corridore a tutto tondo che pare non fermarsi mai. E invece. Invece il belga si era rialzato qualche metro prima, dopo essere finito con le gambe svuotate e aver dato supporto a compagni più quotati per un esercizio da ruote non veloci, ma velocissime, potenti, quasi inarrestabili.

Teunissen, nei piani del mattino, quella volata non la doveva nemmeno fare, ma non perché non fosse corridore in forma o avvezzo a quelle velocità, ma per il semplice motivo che in casa dei gialloneri tutto sembrava apparecchiato per la fame atavica di Groenewegen: se doveva esserci un favorito assoluto in quella prima tappa, il nome del grosso velocista olandese era il più gettonato.

A due chilometri dal traguardo di Bruxelles, però, Groenewegen finisce a terra e il comando delle azioni passa, un po’ per caso e un po’ per destino, sulle spalle di Teunissen. La volata è il solito incosciente turbinio di confusione, e quando i corridori escono dall’ultima semi curva e il rettilineo tira leggermente all’insù come un profilo francese, l’olandese della Jumbo strazia Sagan – al fotofinish – e Matthews, che iniziano la loro conta dei piazzamenti in funzione della maglia verde finale. Subito dopo l’arrivo, l’incredulo Teunissen riceve una telefonata da suo padre: “Sono orgoglioso di te“, parole che gli gonfiano il cuore, che rischia di uscirgli dal petto quando Eddy Merckx, prima di salire sul palco, lo avvicina, allarga le braccia ed esclama: “Ragazzo, è stata una bella vittoria“.

Sbalorditi e allo stesso tempo entusiasti di quel successo, ci sono anche Mathieu van der Poel e il selezionatore della nazionale olandese: con un Mike Teunissen così, ad Harrogate, la nazionale Orange si potrà divertire. Mike Teunissen, infatti, il giorno del Mondiale non tradirà – almeno fino a un certo punto – la fiducia della sua squadra. E per qualche chilometro gli olandesi si faranno delle grasse risate. Teunissen andrà in fuga nella fase rovente – si fa per dire – della corsa. Aprirà la strada a La Bestia, poi la luce di van der Poel si spegnerà in maniera repentina e lui non potrà essere vicino al suo giovane capitano, né per tenergli caldo né per dirgli parole di conforto: pure la luce di Teunissen aveva finito per affievolirsi, qualche minuto prima, tra il freddo e la pioggia battente.

Probabilmente avrebbe avuto bisogno anche lui di un po’ di sostegno e di conforto. Pensate cosa sarebbe successo se invece di staccarsi fosse riuscito a rimanere con Moscon, Küng e Pedersen! Il destino, però, sotto forma di vittoria, aveva già sorriso e aperto le porte sulle strade de Tour de France al ragazzo nato nel 1992 a Ysselsteyn. Forse, sarebbe stato chiedere davvero troppo.

Mike Teunissen ha un motto: Aut viam inveniam aut faciam, troverò una strada o ne farò una. A lui va bene una strada fatta di ciottoli, come quelle della Roubaix – nel 2014 vinse la versione Espoirs – oppure va bene anche il fuoristrada dove, sempre tra gli Under 23, conquistò un campionato del mondo; ma apprezza anche strade più ordinarie: in quella stagione vinse la Parigi-Tours, sempre nel suo formato per giovani.

A tratti schivo e a tratti paradossale, Teunissen racconta di aver voluto lasciare il ciclocross principalmente perché non gli piace correre con il fango, ma soprattutto sotto la pioggia: “E in quelle corse, ce n’è sempre troppa“. Eppure uno dei suoi migliori risultati in carriera tra i professionisti, prima di quel sabato di inizio luglio in Belgio, lo ottiene in una giornata che molti definirebbero da “tregenda”. È il 2018 e alla Dwaars Door Vlaanderen arriva secondo alle spalle di Lampaert, risolvendo la volata degli inseguitori davanti a corridori come Vanmarcke, Boasson Hagen, Pedersen e Štybar.

Teunissen va forte sulle strade delle grandi classiche, riconosce che l’atmosfera del Giro delle Fiandre – dove per due volte è arrivato diciottesimo – non si trova da nessuna parte al mondo, anche se la sua corsa dei sogni rimane la Parigi Roubaix: nelle ultime due edizioni ha concluso undicesimo e settimo, chissà che un giorno non possa vincerla. Magari il giorno in cui su quella strade dovesse tornare la pioggia che manca oramai dal 2002. Perché Teunissen è un corridore che interpreta la vita come una commedia e se dovesse ritrovarsi attore principale sul pavé del nord della Francia, quel giorno la finiremmo di scambiarlo per qualcun altro e di stupirci nel vederlo sul podio. Oramai, in un modo o nell’altro, abbiamo imparato a conoscerlo.

 

 

Immagine in evidenza: www.miketeunissen.nl

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.