Soltanto l’irruenza e l’insubordinazione hanno potuto frenare la sua rapida, folgorante ascesa.

 

Le gioiellerie sono scrigni brillanti e tentatori. Si può entrare per dare uno sguardo, illudersi ma anche acquistare qualcosa, perdere la testa. Rubare al loro interno è reato (abbastanza comune), entrare ancora no (stare in campana però, di questi tempi non si sa mai). Un giorno di aprile del 2016, un aitante francese sui venticinque anni si affacciò in una bigiotteria di Nancy. Fu subito squadrato dalla testa ai piedi: volto duro, sguardo che non ammette repliche, estetica arrogante.

Chiese degli orologi, gli venne detto che i modelli disponibili li trovava in vetrina, fuori. Ne scelse uno ma al momento di rientrare dentro trovò la porta bloccata. “Signore, si tolga il cappello. Abbiamo avuto un furto, di recente, e non le apriremo finché non se lo sarà tolto”. Il ragazzo diede in escandescenza. Bussò violentemente, le malepenne inventarono spallate e pedate alla porta. “Non sapete chi sono io!”, si sentiva gridare. “Sono Nacer Bouhanni, dannazione: un milionario di Nancy!”.

Nacer Bouhanni è timido e introverso. E, non appena può, si allena da boxeur. Gli piacerebbe dedicarcisi seriamente, magari passati i trent’anni. Nel suo caso, timidezza e passione per la boxe originano un cocktail devastante. Le parole sono poche ma feriscono come proiettili; i gesti passano spesso il confine, e dire che il ciclismo per non essere uno sport di contatto non è mica un ritrovo di santi. Bouhanni fa riecheggiare le parole di Mario Fossati: “Boxe e ciclismo, sport di poveri per poveri”. E’ il sintomo dei tempi che cambiano: chi assiste registra con aggeggi da centinaia di euro, chi pedala (o lotta, sinonimi) bene come il francese può contare su ingaggi a sei zeri.

La fedina penale di Bouhanni non lascia niente all’immaginazione. Discussioni accesissime con Cédric Vasseur e Roberto Damiani, rivali portati alle transenne o sull’asfalto, risse sfiorate e risse trovate. La notte precedente ai campionati francesi 2016 rientra nel primo caso: vicini di stanza ubriachi, lui che chiede silenzio, loro che non lo ascoltano e lui che spezza un dente ad uno di loro con un pugno: quattro punti di sutura alla mano e Tour de France compromesso. Alla Paris-Bourges 2017, invece, soltanto un massaggiatore della AG2R riuscì a dividere Bouhanni e Barbier dopo la linea del traguardo.

Bouhanni si trincera dietro frasi forti, spocchiose e arroganti. “Ce l’hanno con me”, si lamenta. “Corro per vincere”, si giustifica. “Non vado in bici per essere popolare”, rincara. Il problema è il rispetto, che da parte sua latita. Eppure sa come si vince: tra i professionisti lo ha fatto più di sessanta volte. Ha vinto al Giro e alla Vuelta, alla Parigi-Nizza, al Delfinato, alla Catalunya: è stato anche campione francese. Il ciclismo non è una favola: ci sono strane bestie ma il lieto fine non è obbligatorio, scontato, necessario. Se fosse letteratura, sarebbe epica: trame e battaglie, guerre e giochi di potere, tradimenti, tonfi e trionfi. Il lieto fine può esserci ma costa sangue, fatica, impegno e ingegno. E chi vive con rabbia muore consumato.

 

 

Foto in evidenza: ©Jérémy-Günther-Heinz Jähnick / Isbergues – Grand Prix d'Isbergues, 20 septembre 2015 (E14) / Wikimedia Commons

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.