Nathan Haas inizia dove finisce il ciclismo

La quarantena decisa dopo l’interruzione dell’UAE Tour ha segnato Nathan Haas.

 

 

Nascere e crescere in Australia, a Brisbane; eccellere nel football australiano; prendere confidenza con una bicicletta cimentandosi nel downhill, smettendo alla svelta per mancanza di coraggio; arrivare secondo ai campionati nazionali di cross-country pedalando su una bicicletta prestata da un amico e vestito come uno che esce di casa per andare a far jogging; abbandonare la mountain bike perché le trasferte in Europa costavano troppo, dato che non era bastato né vendere l’automobile né lavorare per qualche estate nei bar e nei ristoranti australiani; partecipare alla prima corsa su strada a vent’anni; trasferirsi a Girona prima e ad Andorra poi, «perché Girona è diventata chic, alla moda, e i turisti l’hanno invasa»; cambiare quattro squadre in un decennio scarso di professionismo; arrivare quarto all’Amstel Gold Race, «ché se dovessi vincerla mi ritirerei seduta stante»; studiare Scienze Politiche, interessarsi all’osteopatia, infine tornare all’università per studiare Scienze della Salute; militare nella frangia giovanile del partito laburista. Questo, a grandi linee, è Nathan Haas.

Tuttavia, Nathan Haas non è soltanto una successione di eventi bizzarri; ai fatti, evidentemente pittoreschi, si affiancano delle considerazioni tutt’altro che banali: ha posto l’accento sulla salute mentale degli atleti professionisti, «un argomento di cui, purtroppo, si parla ancora troppo poco»; si è messo a nudo, raccontando i problemi avuti nella gestione delle pressioni e degli allenamenti; ha dichiarato di studiare il ciclismo, la sua storia, i risultati dei suoi avversari, l’evoluzione economico-finanziaria di uno sport che, a detta sua, a breve cambierà sensibilmente; ha spiegato come sia mutato il profilo delle corse, coi loro arrivi sempre più tecnici e il chilometraggio drasticamente ridotto, ragion per cui risulta trasformato anche il rapporto tra la fuga e il gruppo che la insegue; rivendica il diritto che ogni gregario ha di dare spettacolo una volta che ha svolto il suo lavoro, così da regalare un momento di euforia al pubblico che aspetta da ore il passaggio dei corridori; ad un piazzamento anonimo preferisce un tentativo rischioso, ha detto, e la sua carriera di agitatore lo testimonia. Insomma, Nathan Haas ha vissuto trent’anni pregni di eventi: eppure, l’avventura più stramba doveva ancora capitargli.

Haas sedeva all’esterno del Crowne Royal Plaza insieme al suo compagno di stanza, Attilio Viviani. I due stavano scambiando due parole prima di tornare in camera e riposarsi in vista della sesta tappa dell’UAE Tour, quando hanno visto arrivare ambulanze, sirene e lampeggianti. Una guardia, per non impaurirli, disse loro che si trattava di un VIP. «Con tutti questi mezzi», ha ammesso d’aver pensato Haas, «potrebbe trattarsi perfino di Donald Trump». Senza porsi ulteriori domande, Haas e Viviani sono tornati in camera e si sono addormentati. Sono stati svegliati alle tre e mezzo, quando la situazione era già degenerata: la corsa era stata interrotta a causa di alcune presunte positività al coronavirus. Dopo due giorni d’incertezza – e di ulteriori contatti che andavano evitati, diciamocelo -, la maggior parte delle squadre ha ricevuto il via libera per rientrare. Tutte tranne quattro: la UAE-Emirates, che ha optato per la quarantena volontaria; la Groupama-FDJ, la Gazprom-RusVelo e la Cofidis, invece, perché alloggiavano al quarto piano, secondo i sanitari a rischio per via di due stati febbrili che avevano colpito altrettanti atleti della Gazprom. La Cofidis è la squadra di Nathan Haas.

Le due squadre francesi sarebbero dovute rientrare il 14 marzo, ma il loro rientro è stato anticipato all’8 perché la loro situazione ormai non destava preoccupazioni. Haas, come molti altri corridori, è stato duro nei confronti di RCS: li ha accusati d’essere scomparsi, di pensare soltanto al profitto, di guadagnare sulla pelle degli atleti. Ha applaudito invece le ambasciate, sempre vicine ai corridori: a Gaudu della FDJ, ad esempio, hanno fatto avere una PlayStation; Haas si è accontentato del dentifricio. Per ingannare il tempo irrimediabilmente perso, si è dato all’attività fisica che gli oggetti intorno a lui gli suggerivano e permettevano: corsa a ostacoli, dove gli ostacoli erano valige e cestini; esercizi di squat con Attilio Viviani sulla schiena; qualche sessione di salti sul letto di camera sua. Il video montato dalla Cofidis ha spopolato, contribuendo ad accrescere la fama di istrionico che Haas si porta dietro da sempre. Tornato a casa, si è scusato con RCS per i toni usati: era avvilito dalla situazione, arrabbiato perché filtravano poche notizie, stizzito perché poteva pedalare soltanto sui rulli. Contento, finalmente, d’essere tornato a casa. Rientrato all’ora di pranzo, pare che tre ore dopo fosse già in strada ad allenarsi.

 

 

Foto in evidenza: ©MathildeLAzou, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.