Il punto di vista diverso apportato da un giovane come Nicola Conci.

 

Nel 2008 Andy Schleck indossa la maglia bianca di miglior giovane del Tour de France ed è in quel momento, vedendo quelle immagini, che Nicola Conci lo elegge suo modello di riferimento. La bicicletta la conosceva ancora poco, salito a malapena qualche volta dando retta al padre che lo pungolava continuamente. Le raccomandazioni della sorella quando lo vide allontanarsi con la sua mountain bike Conci se le ricorda ancora oggi che corre nella Trek-Segafredo, la stessa squadra che pianse in silenzio il triste e repentino declino di Andy Schleck.

Dieci anni dopo quella folgorazione, Nicola Conci ha pedalato e completato la sua prima stagione tra i professionisti. Il suo è stato un battesimo di fuoco. Del Lombardia ricorda il chilometraggio, “il più lungo che abbia mai affrontato”, e il Muro di Sormano, “dove andavamo pianissimo in mezzo ad una marea di tifosi”.

La Vuelta, come previsto alla vigilia, l’ha salutata al termine della seconda settimana; non era previsto invece che Conci vi partecipasse. “Una settimana prima correvo in Colorado. All’improvviso mi dicono: fai la Vuelta. Così torno a casa e ventiquattr’ore dopo prendo l’aereo per la Spagna”. Divide la camera con Bauke Mollema, uno che brucia libri ed energie come fossero cerini. Un capitano esperto da osservare e dal quale attingere a piene mani. “Non mi pareva vero”, racconta Conci. “E poi a me rimanere in silenzio viene facile: preferisco dire una parola in meno ma strappare un insegnamento in più”.

Le altre due grandi corse a tappe le conosce soltanto per sentito dire. Il Tour de France glielo hanno raccontato i suoi compagni di squadra ed è proprio come se lo immaginava. “La mia infatuazione infantile. Vedevo lo spettacolo, la gente sulla strada, le televisioni e i giornalisti all’arrivo e pensavo che fosse la corsa più complicata e stressante del mondo”.

Poi venne il Giro d’Italia 2012, la tappa dell’Alpe di Pampeago e il parziale riscatto di Kreuziger che nella tappa di Cortina era sprofondato. “Andai a vederla dal vivo provando gli ultimi quaranta chilometri. Due volte l’Alpe e nel mezzo il Lavazè: durissima”. Quel giorno il Tour de France venne soppiantato da un amante meno ricercato ma più verace.

Oltre ad essere quelle che segue e apprezza maggiormente, queste sono anche le corse dove Nicola Conci è atteso e spera di far bene. Non si definisce uno scalatore puro, però. “Passista scalatore”, precisa. “Non sono né un colombiano né peso cinquanta chili, devo adattarmi di conseguenza. E penso di avere ampi margini di miglioramento. Le classiche non sono il mio pane ma in quelle più dure potrei dire la mia: lo spunto non mi manca”.

I giovani che si dedicano interamente al ciclismo sono i più degni d’ammirazione e rispetto, la parte migliore di una gioventù che ultimamente si smarrisce con una continuità che lascia attoniti. Scelgono lo sforzo estremo a discapito della tranquillità, il brivido di un’attività costantemente rischiosa ed esigente. Conci è uno di loro: un talento che non ha scelto gli permette di vivere un sogno che da bambino nemmeno immaginava. Deve andare forte da contratto, eccellere per placare quel tarlo che si chiama ambizione. Il suo merito più grande è però un altro: rimanere una persona in un mondo di automi.

E allora fa piacere sentirgli dire che per durare tanti anni ad alti livelli deve piacere far fatica, che la montagna sommata alla bicicletta dà come risultato una libertà pressoché totale, che dopo Andy Schleck si affezionò a Ryder Hesjedal perché sentendolo parlare nelle interviste gli sembrava un brav’uomo, che da un paio d’anni strimpella una chitarra ma nulla di che, cerca di farsi sentire il meno possibile. Perché è pacato e silenzioso e riconosce che gli manca un po’ di cattiveria agonistica.

Ben venga qualche debolezza, di atleti statuari e inesauribili non sappiamo più cosa farcene, e nemmeno di prestazioni, palmarès, parametri. Preferiamo il teorema di Conci, che appena può va in giro con la bici da passeggio e una leggera brezza che gli sfiora i capelli. “E pedalo il più piano possibile, tanto ad andare di fretta son tutti buoni”. E al diavolo tutto il resto. Se il ciclismo fosse soltanto uno sport non varrebbe la pena d’esser seguito.

 

Foto in evidenza: @Nicola Conci, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.