Niki Terpstra, l’ultimo degli specialisti

Niki Terpstra è uno dei corridori più titolati e controversi del gruppo.

 

 

L’equilibrio necessario ad affrontare una corsa di tre settimane non è così semplice da trovare e va ricalibrato quotidianamente: è l’eterno conflitto tra concentrazione e spensieratezza, razionalità e istintività, organizzazione e intuito; è la bilancia della vita, se si vuole, e non è mai in pareggio. Alla Quick Step capita spesso di presentarsi alla partenza di un grande giro senza un capitano intenzionato a puntare sulla classifica generale. Le capitò anche alla Vuelta a España 2016: Brambilla e de la Cruz, pur cavandosela bene in salita, non garantivano di certo un piazzamento dignitoso. Quindi la squadra avrebbe puntato sui traguardi parziali, sulle fughe e sulle classifiche collaterali: tutto quello che di buono poteva venire dalla classifica generale, per la Quick Step era un di più.

Niki Terpstra, di quella selezione il corridore più brillante e autorevole, ebbe un’idea: organizzare una competizione interna alla squadra. Ci sarebbe stata una classifica, insomma, dunque dei punti guadagnati e dei punti persi: si guadagnavano punti centrando la fuga, consegnando un certo numero di borracce e vincendo qualcosa, una tappa o anche un traguardo parziali; al contrario, invece, si perdevano punti arrivando tardi a tavola o sul bus della squadra. «Penso che questa competizione interna possa farci bene», spiegò Terpstra al de Telegraaf. «Così, anche i gregari e i corridori meno abituati a vincere si sentiranno protagonisti, ancora più coinvolti di quanto già non lo siano nelle vittorie della squadra». Un modo come un altro per rimanere concentrati provando a divertirsi, come si diceva in apertura. Tre settimane sono un lasso di tempo enorme, se affrontate col piglio sbagliato.

©Roddy Rietveldt, Twitter

Terpstra fu talmente convincente da coinvolgere anche Specialized, l’azienda che fornisce le biciclette alla Quick Step: Eugene Fierkens, il direttore europeo, aveva messo in palio una fat bike. Dopo qualche giorno appena, quella simpatica trovata divenne l’argomento principale di cui discutere a tavola e durante i trasferimenti. Gli effetti benefici furono indubbi: Meersman vinse due tappe, Brambilla e de la Cruz una a testa; grazie alla vittoria sull’Alto del Naranco, de la Cruz vestì anche la maglia di leader per un giorno. Per la cronaca, pare che il vincitore sia stato Serry, bravissimo ad entrare nella fuga di giornata come ad accumulare chilometri in testa al gruppo. Questo episodio, tuttavia, non vuol esser niente se non una testimonianza della psicologia di Niki Terpstra. Un vincente, un fuoriclasse del pavé, un leader fatto e finito; allo stesso tempo, un corridore criticato e temuto, chiacchierato ed evitato, tanto brillante sulle pietre quanto invisibile sugli altri terreni. «L’ultimo specialista del pavé», come lo ha definito Tom Boonen nel 2018; secondo Patrick Lefevere, «un individualista capace di integrarsi alla perfezione nei meccanismi di squadra della Quick Step».

Surfare sulle pietre

Durante un’intervista concessa a Road Cycling UK nel 2015, Niki Terpstra spiegava come si vince una Parigi-Roubaix – un privilegio di pochi, va detto. «È fondamentale occupare le prime posizioni del gruppo, tanto sui settori in pavé quanto sugli intermezzi in asfalto; non troppo davanti, tuttavia, altrimenti si sprecano troppe energie. Sulle pietre bisogna pedalare sciolti, non rigidi; e stringere forte il manubrio, così da poter controllare la bicicletta e rimanere saldi. Il trucco sta nell’attaccare il pavé con un ritmo giusto: sostenuto, ovviamente, ma controllato; c’è una velocità giusta da tenere, è una sensazione che un corridore d’esperienza sente nitidamente. Sprintare è sbagliato, il rischio è quello di sbandare o di esaurirsi a lungo andare; non va bene nemmeno troppo piano, però, perché si finisce per rimbalzare su ogni pietra. Con una velocità giusta, si salta di pietra in pietra».

La Parigi-Roubaix Terpstra l’aveva vinta un anno prima, nel 2014. Ad una manciata di chilometri dal velodromo di Roubaix, aveva approfittato di un momento di stanca per affondare la stoccata decisiva; d’altronde, le sferzate di Boonen avevano indebolito a sufficienza la concorrenza. Finché i due sono stati i capitani della Quick Step nelle classiche del Nord, la tattica era chiara: Boonen era il faro, il campione in grado di seminare il panico tanto sulle pietre quanto in una volata a ranghi ristretti; Terpstra, al contrario, era l’outsider perfetto, forte sul passo e sul pavé e particolarmente abile a giocare di rimessa partendo da lontano. La Parigi-Roubaix 2014 rappresentò la consacrazione di Niki Terpstra: era la prima grande vittoria della sua carriera.

©Le Gruppetto, Twitter

Nei primi anni di professionismo, Terpstra era un oggetto-non-identificato, un personaggio in cerca d’autore. Di lui si conosceva la crosta, si sapeva quel che si poteva vedere: era olandese, di Beverwijk, andava piuttosto bene in pianura e smaniava per le classiche del Nord. Amante della multidisciplinarietà, tant’è che in inverno alternava mountain bike e pista come se nulla fosse. «In mountain bike alleno la resistenza e la potenza, in pista invece faccio girare velocemente le gambe e lavoro sull’intensità», dichiarava ancora a Road Cycling UK dopo aver spiegato qual è la maniera giusta di pedalare sul pavé. La pista, peraltro, gli fruttò anche qualcosa: in un primo momento diversi campionati olandesi nelle discipline più disparate, più avanti le Sei giorni di Amsterdam e Rotterdam con Iljo Keisse e Yoeri Havik. Su strada, invece, faticava a trovare una collocazione. Era passato professionista nel 2007, a quasi ventitré anni, con la Milram. Attaccava, andava in fuga, si spremeva: ma non portava a casa nulla. Nel 2009, alla terza stagione, s’intravidero i primi progressi sensibili quando vinse la terza tappa del Delfinato. L’anno successivo batteva Weening e Boom nella prova in linea dei campionati nazionali e diventava campione olandese.

Alla Quick Step arrivò nel 2011, praticamente ventisettenne. Se Terpstra fosse stato un predestinato, si sarebbe detto troppo tardi. Considerando invece la sua parabola, si può affermare che approdò nella squadra più adatta alle sue caratteristiche nel momento decisivo della sua carriera. Il primo anno fu scarno di risultati ma ricco d’esperienze. La stagione in cui Terpstra dimostrò di poter recitare da secondo violino fu quella successiva, nel 2012. Alla prima sortita in terra belga vinse la Dwars door Vlaanderen seminando la concorrenza e arrivando in solitaria, concludendo poi sesto al Giro delle Fiandre e quinto alla Parigi-Roubaix. In estate divenne campione olandese per la seconda volta in carriera. Nel 2013 non vinse, ma in compenso salì per la prima volta sul gradino di una classica monumento: terzo alla Parigi-Roubaix, primo degli inseguitori alle spalle di Cancellara e Vanmarcke. Nel 2014, oltre al trionfo nella Parigi-Roubaix, vanno segnalati il bis alla Dwars door Vlaanderen, il secondo posto di Harelbeke e il sesto del Giro delle Fiandre. Ormai Niki Terpstra non è più la migliore delle alternative.

Nel 2015 disputa ancora una volta una primavera d’assoluto livello. Si conferma nella classifica generale del Tour of Qatar, come un anno prima, ed è tra i migliori sul pavé: secondo alla Omloop Het Nieuwsblad, alla Gent-Wevelgem e al Giro delle Fiandre. «Non posso dire di essere insoddisfatto del mio secondo posto», dichiarò a Peloton Magazine al termine del Giro delle Fiandre, dopo aver provato in ogni modo a liberarsi di Alexander Kristoff. «Tuttavia, di secondi posti per quest’anno ne ho già collezionati a sufficienza e devo ricordare a me stesso che il mio obiettivo è vincere». Qualche mese più tardi diventa campione olandese per la terza volta in carriera. Nel 2016, per la prima volta dopo diverse stagioni, Terpstra inanella una serie di prestazioni negative: vince Le Samyn, ma poi non va oltre il decimo posto al Giro delle Fiandre. Si riprende nel finale di stagione, conquistando la classifica generale dell’Eneco Tour e laureandosi campione del mondo nella cronosquadre per la terza volta in carriera.

©AD.nl/sportwereld, Twitter

Per la primavera del 2017, Terpstra ha un piano preciso: concentrarsi perlopiù sulle tre classiche più importanti, vale a dire Gent-Wevelgem, Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix. Tuttavia, a rompergli le uova nel paniere saranno le circostanze. Il quarto posto alla Gent-Wevelgem, ad esempio, è figlio di un’accesa discussione con Peter Sagan. A sedici chilometri dal traguardo, mentre Van Avermaet e Keukeleire alimentano il ritmo in testa al drappello, Sagan prova a far passare Terpstra in terza posizione; l’olandese, in tutta risposta, smette di pedalare. Van Avermaet e Keukeleire si ritrovano da soli al comando, col primo che batterà il secondo in volata. Sagan sarà terzo, Terpstra quarto: i due non se le manderanno a dire, dopo la corsa. Sette giorni più tardi, Terpstra salirà per la prima volta sul podio del Giro delle Fiandre – terzo – dopo aver difeso a meraviglia l’assolo di Gilbert. Dopo un quarto e un terzo posto, Terpstra si presenta alla Parigi-Roubaix come uno dei favoritissimi. E invece, sarà costretto a ritirarsi dopo un capitombolo imbarazzante: come Hincapie nel 2006, anche Terpstra cade a causa della rottura del tubo del manubrio. Specialized si prese tutta la colpa.

Nel 2018, all’ultima stagione con la Quick-Step, Terpstra vive una delle sue migliori primavere: vince di nuovo Le Samyn, esulta anche ad Harelbeke, chiude al nono posto la Dwars door Vlaanderen e soprattutto conquista finalmente il Giro delle Fiandre – merito anche dei due chili di troppo buttati giù nell’inverno su consiglio della squadra. Ancora una volta, dimostra un tempismo ammirevole: salta sulla ruota di Nibali, un debuttante di lusso, lo stacca senza particolari difficoltà e s’invola verso il traguardo. «Ho imparato la lezione del 2015», disse raggiante a Cyclingnews. «Non sono un velocista, devo muovermi da lontano e provare a rimanere da solo. Avevo vinto la Parigi-Roubaix e adesso ho vinto il Giro delle Fiandre. Sono le due classiche che amavo di più quand’ero bambino, credo possa bastare questo». Una settimana più tardi, è nella prima pagina de L’Équipe accanto a Sagan: sono i due favoriti della Parigi-Roubaix. Vincerà Sagan con una delle azioni più belle della sua carriera. Terpstra sarà terzo e renderà onore all’avversario. «È stato semplicemente il più forte». L’addio alla Quick-Step sarà memorabile: campione del mondo nella cronosquadre per la quarta volta in carriera.

In meno di dieci anni, Niki Terpstra ha conquistato buona parte delle classiche del Nord: Dwars door Vlaanderen, Le Samyn, Harelbeke, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix; alla Gent-Wevelgem e alla Omloop Het Nieuwsblad è stato secondo, alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne è arrivato terzo nel 2019, al primo anno con la Direct Energie. Lui, Sagan e Gilbert sono gli unici tre corridori in attività ad aver vinto il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix. Prima della sua vittoria alla Parigi-Roubaix 2014, l’ultimo corridore olandese a conquistare una classica monumento era stato Servais Knaven nel 2001 – anche in quel caso si trattò della Parigi-Roubaix. È il terzo corridore olandese, dopo Jan Raas e Hennie Kuiper, a vincere Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix. Eppure, nonostante tutto questo bendidio, Niki Terpstra non gode nemmeno lontanamente della notorietà e del rispetto di cui godono Sagan e Gilbert. Anzi, quando staccò Nibali al Giro delle Fiandre 2018 molti storsero il naso: peccato, in fondo, farsi staccare da uno come Terpstra. Non è mica Sagan o Gilbert, no?

©Raymond Kerckhoffs, Twitter

Insopportabile

Risate velenose e amare, ma sincere; denti stretti, mani che si muovono come a scacciar via una mosca; sbuffate, spalle che si alzano, teste che scuotono: nominare Niki Terpstra nel gruppo significa questo. L’olandese non gode di una buona reputazione: è rispettato, certo, d’altronde non ce ne sono molti di corridori esperti e titolati tanto quanto lui; è temuto, anche, dato che sul pavé è uno dei migliori. Nulla di più, però: non è apprezzato, non è benvoluto; tuttalpiù, stimato. «La gente pensa che sia uno stronzo, mentre in realtà lui cerca soltanto la vittoria. Non vede nient’altro che sé stesso e la sua squadra», ha detto recentemente Laurens ten Dam, uno dei suoi migliori amici, a Procycling. Parole che fanno il paio con quelle dichiarate da Iljo Keisse all’Het Nieuwsblad nel 2018. «È vero, in passato ha fatto e ha detto certe cose, dunque si è costruito una certa reputazione. Ma oggi non la merita più, ormai è un’altra persona».

È difficile tratteggiare il carattere di Niki Terpstra. È spietato e implacabile nel perseguire i suoi obiettivi, è preciso e meticoloso nella preparazione e non accetta di buon grado compagni pigri e superficiali. È esigente, non lascia niente al caso e non teme di riprendere compagni e membri dello staff dopo un errore o un fraintendimento. Tuttavia, non sembra né maleducato né arrogante: crede in sé stesso, ovviamente, ma chi non crederebbe in sé stesso avendo vinto una Parigi-Roubaix e un Giro delle Fiandre? E poi non tratta male chi gli sta intorno; magari si aspetta troppo da chi lo circonda, ecco – una sfumatura ricorrente nei campioni. È duro e schietto, tagliente e pungente, prova un certo godimento nel rispondere con ironia alle domande dei giornalisti. Non è uno di quelli che si sbottona più di tanto: è disponibile ma essenziale, meglio una parola in meno che una in più.

Essendosi costruito questa nomea, Terpstra deve stare molto più attento di tanti altri colleghi. Non è detto che le critiche gli interessino più di tanto, se abbiamo inquadrato il personaggio, ma ogni episodio controverso in cui lui è uno dei protagonisti viene valutato diversamente. E purtroppo per lui, la casistica è sterminata. All’Eneco Tour 2014, ad esempio, Terpstra si fece squalificare nel corso dell’ultima tappa per aver sgomitato troppo con Maarten Wynants, rischiando persino di farlo cadere. Per difendere la sua posizione e i suoi interessi, Terpstra è disposto a tutto. Se lo ricorda bene anche Tom Boonen, il quale aveva già avuto spesso a che fare con Terpstra ancora prima che l’olandese lo raggiungesse alla Quick-Step. «Era sempre attaccato alla mia ruota posteriore», dichiarò Boonen a L’Équipe nel 2014. «Era un incubo, ce l’avevo appiccicato anche quando mi fermavo a pisciare. Finché correva per la Milram e non lo conoscevo, lo reputavo uno dei corridori più insopportabili e irritanti del gruppo».

©brassynn, Flickr

Come detto, Terpstra non ha mai fatto distinzioni tra rivali e compagni di squadra. Al massimo, a cambiare era il fine, non di certo i mezzi. Se un avversario va impaurito e sfiduciato, un compagno di squadra va incentivato e spronato. «Anche se spesso vengo frainteso», disse all’Het Nieuwsblad nel 2018. «Noi olandesi siamo duri e diretti e tendiamo a dimenticarci che dall’altra parte c’è qualcuno che può non apprezzare questo modo di fare». È quello che gli venne fatto capire al termine della cronosquadre inaugurale della Vuelta a España 2015, quando davanti alle telecamere riprese duramente i suoi compagni di squadra: erano arrivati quinti a dieci secondi dai vincitori, i ragazzi della BMC. Un anno prima, furioso per aver visto Tom Dumoulin “rubargli” il premio di miglior ciclista olandese dell’anno, se ne andò molto prima che la serata finisse. «Almeno una volata l’ho vinta, stasera», dichiarò amareggiato all’Algemeen Dagblad. «Quella per il guardaroba, s’intende».

Com’è possibile che un corridore così opportunista e ambizioso come Terpstra sia rimasto in una squadra come la Quick-Step per otto stagioni? Diventandone uno dei capitani, peraltro. La risposta – anzi, le risposte – c’è: perché ha saputo accettare qualche compromesso con l’ambiente e con sé stesso. Se si fosse dimostrato troppo egoista, Lefevere non avrebbe esitato a disfarsene: lui stesso, in diverse occasioni, ha ricordato d’aver licenziato alcuni corridori che peccavano d’altruismo, pazienza e comprensione. Terpstra, al contrario, ha fatto i suoi conti e ha capito che col tempo avrebbe tirato su un palmarès scintillante. «Bisogna essere pazienti, coltivare la fiducia in sé stessi e guardare il quadro generale», confermò infatti a Cyclingnews dopo la vittoria al Giro delle Fiandre 2018. «In una squadra del genere non puoi essere troppo egoista. Ci si deve impegnare in egual misura tanto nel dare quanto nel ricevere, se si presenta l’occasione. E a volte, come in questo caso, è stato necessario investire molto prima di raccogliere. Ma ne è valsa la pena, no?».

Tuttavia, qualche momento di tensione con l’ambiente belga c’è stato. I tifosi, ad esempio, non gli hanno mai tributato un affetto particolare. Da questo punto di vista non è bastato né correre nella squadra belga di riferimento, né essere uno dei massimi esponenti del pavé del decennio. «Spero d’aver guadagnato qualche tifoso in più», scherzava al termine del Giro delle Fiandre 2018. E anche con la squadra, di tanto in tanto, ha dovuto spiegarsi con chiarezza. Nel 2014, quando vinse la Parigi-Roubaix, c’è chi lo accusò di aver sfruttato il lavoro di Boonen e di avergli fregato la quinta Parigi-Roubaix della carriera. D’averlo fatto passare per scemo, insomma. E ancora nella primavera del 2018, pare che Terpstra avesse forzato più del previsto per impedire a Gilbert, suo compagno di squadra, di rientrare sulla testa della corsa. In quel momento, la testa della corsa era proprio Niki Terpstra, il quale evidentemente non voleva rischiare di perdere in volata. Disse che non sapeva che ad inseguirlo fosse Gilbert, non aveva la radio. Alla fine vinse in solitaria e Gilbert fu secondo, ma le polemiche durarono più d’un giorno.

©Wooning Zesdaagse, Twitter

Il pensiero più veritiero e imparziale, tuttavia, rimane quello di Lefevere, che tornò a parlare di Terpstra in un paio di occasioni tra il 2018 e il 2019. Prima lo definì nuovamente un individualista capace di giocare un ruolo fondamentale della squadra, «anche se bisogna dire che alla fine ogni campione è piuttosto egocentrico ed individualista», chiosò; poi, all’inizio della stagione successiva, spiegò che il trasferimento di Terpstra alla Direct Energie non lo stupiva così tanto: «Non dovrà spartirsi la leadership con nessuno, il che può essere un bene e un male allo stesso tempo. Non posso avercela con lui: ha aspettato che io trovassi degli sponsor per la prossima stagione, gliene rendo merito, e quando gli ho comunicato che non avevo i soldi per tenere tutti i capitani lui ha preferito firmare per un’altra squadra. È normale, ci sta: è il professionismo, no? E poi ha una casa da pagare, una moglie e due figli da mantenere. Verosimilmente, questo sarà l’ultimo grande contratto della sua carriera». L’ultima grande sfida della sua carriera, anche.

Una scelta inaspettata

Checché se ne dica, il trasferimento di Niki Terpstra alla Direct Energie era assolutamente inaspettato. L’unico corridore, nella primavera precedente, ad essere salito sul podio tanto al Giro delle Fiandre quanto alla Parigi-Roubaix, che lascia una corazzata del Wolrd Tour come la Quick-Step per passare ad un’ottima Professional come la Direct Energie. A dire la verità, probabilmente la Direct Energie è qualcosa in più che un’ottima Professional: è una delle migliori e una delle più ricche, tant’è che a Terpstra è stata fatta «un’offerta irrinunciabile», come lui stesso l’ha definita. Pare che oltre a Terpstra la squadra avesse avvicinato anche Alaphilippe, il quale ha preferito rimanere nel World Tour. Terpstra non ha mai negato che l’ingaggio offertogli ha pesato molto nella scelta, e tuttavia non ha accettato soltanto per questo. «C’è un progetto serio e ambizioso», dichiarò a Procycling. «Mi sento ancora più responsabilizzato e al centro dell’attenzione, sento il dovere di aiutare l’ambiente a fare un ulteriore passo in avanti».

Damien Gaudin, il capitano della Direct Energie nelle classiche del Nord prima dell’arrivo dell’olandese, all’inizio del 2019 spiegò molto bene a Cyclingnews cosa volesse dire avere uno come Terpstra in squadra. «È il campione in carica del Giro delle Fiandre, non so se rendo l’idea», raccontava. «Ha una parola per tutti, dispensa consigli e parla in maniera chiara e tranquilla. Si è interessato all’abbigliamento che indosseremo, al materiale che useremo e alla biciclette sulle quali pedaleremo. Ha proposto un breve ritiro nelle zone delle classiche del Nord per respirare l’aria e prendere confidenza con le pietre; l’albergo lo ha prenotato lui, quello in cui alloggiava con la Quick-Step. È esigente, è vero, ma vedendo come lavora lo siamo diventati anche noi. Dovremo essere pronti a supportarlo quando sarà il momento. L’atmosfera nella squadra è già cambiata». Ha imparato il francese nel giro di un inverno, Terpstra. Quando andava a scuola lo studiava controvoglia e finì per mollarlo; per colmare questa lacuna, ha comprato alcuni cd con delle lezioni di francese da ascoltare in macchina mentre uno guida. Pare che il suo francese, adesso, sia quasi perfetto.

©Aivlis Photography

Nonostante le premesse benauguranti, la prima stagione di Terpstra con la Direct Energie è stata povera di risultati. Dopo il terzo posto raccolto sia alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne che a Le Samyn, Terpstra ha dovuto abbandonare il Giro delle Fiandre a causa di una caduta. Erano passati cento chilometri circa e a causa dell’impatto perse pure lucidità per diversi minuti. Chiedeva d’essere rimesso in sella, ricordava solo questo. Fu costretto a saltare la Parigi-Roubaix, trovandosi quindi a pensare al Tour de France già ad aprile. Tuttavia, un’altra caduta lo avrebbe messo fuori gioco nell’undicesima tappa. La sua stagione si sarebbe chiusa con un secondo posto alla Parigi-Tours, primo degli inseguitori alle spalle di Jelle Wallays.

Nei venti giorni di corsa accumulati nel 2020, Niki Terpstra non ha raccolto nessun risultato degno di nota. Probabilmente, come molti altri colleghi, stava aspettando l’arrivo di una stagione – la sua stagione, la primavera – che purtroppo non arriverà. Il suo nome ha fatto capolino in un paio d’interviste, un modo come un altro per ingannare il tempo che di passare non vuole saperne. In una si lamentava dei criteri di assegnazione dei punti – «la vittoria sembra diventata una questione secondaria e io non lo accetto», ha dichiarato all’Het Nieuwsblad -, in un’altra raccontava d’aver insegnato ai giovani qualche trucchetto del mestiere «cosicché potranno aiutarmi ancora meglio quando sarà il momento». In una terza intervista, invece, sicuramente la più interessante, Terpstra ha spiegato cos’è per lui il pavé: la sua superficie preferita, quella che ama di più e dove riesce meglio, ma questo già lo sapevamo. «È la superficie più dura in assoluto», ha detto. In che senso? «Sul pavé soffrono tutti. In pianura soffrono gli scalatori e i corridori leggeri, in salita patisce di più chi ha lavorato in precedenza e chi pesa molto. Ma sul pavé, invece, soffrono tutti: i grandi e i piccoli, chi è in testa e chi è in fondo. Tutti a bocca aperta, tutti che sbavano, tutti in difficoltà». C’è da credergli, forse: è o non è, Niki Terpstra, l’ultimo degli specialisti?

 

 

Foto in evidenza: ©Team Total Direct Energie, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.