La prima Parigi-Roubaix, l’apprendistato da Kristoff, le belle parole di Gilbert.

 

 

Una scorta di borracce da consegnare ai compagni di squadra, un improvviso rallentamento, una caduta, la ripartenza, infine il traguardo: questo è grossomodo il riassunto della seconda tappa del Tour of Britain 2018 di Nils Politt. La Katusha ha montato le riprese di quel giorno facendone un video; alcuni dei frammenti dello stesso si possono vedere anche nella pubblicità della Alpecin che occupa gran parte delle pause televisive.

Il corridore dai denti bianchissimi che si tiene sofferente il gomito sinistro è proprio Nils Politt. “Mi sento come stordito, ma adesso passa”, riferisce quasi scocciato al suo direttore sportivo. “Vuoi pulirti la faccia?”, gli chiede quest’ultimo qualche chilometro più avanti. “Hai un taglio sotto all’occhio e sei tutto insanguinato”; “Ah sì?”, gli risponde molto superficialmente Politt.

Quel giorno terminò penultimo a ventotto minuti dal vincitore, ma appena cinque giorni più tardi avrebbe concluso la settima tappa al secondo posto dietro al solo Stannard. Per descrivere cosa si prova in situazioni del genere, probabilmente Politt adopererebbe le stesse parole usate per delineare la sensazione di inevitabilità che lo colse lo scorso inverno, quando sua moglie gli disse che avrebbe partorito alla metà di luglio, mentre lui sarebbe stato impegnato al Tour de France:

“Con certe cose non ci si può fare proprio niente”.

Avvicinarsi al ciclismo nei primi anni duemila è tutt’altro che raccomandabile per un bambino tedesco: tra scandali e inchieste, le teste cadono come gocce di pioggia e gli idoli crollano senza pietà. “In Germania c’è solo il calcio”, spiegò Politt a Pez Cyclingnews, “e in più sono molte le persone che continuano ad associare il doping al ciclismo. Non possiamo fare altro che andare avanti, credere in quello che facciamo e dare il giusto esempio”.

Politt, per dire, è uno di quelli che fin da piccolo sfruttava la vicinanza del confine belga alla sua Hürth per andare di là, appunto, in Belgio, a capire un po’ di più di ciclismo. Non c’è da stupirsi, dunque, se apprezza le cronometro e la pianura e se le sue giornate preferite sono un alternarsi di freddo, vento, pioggia e pavé. Alexander Kristoff, che di classiche se ne intende, intuì fin da subito le potenzialità di Politt e chiese espressamente alla squadra e a lui di aggregarlo ed aggregarsi al blocco di uomini che avrebbe fatto rotta verso il Belgio e il nord della Francia.

Nessuno si oppose, nonostante il tedesco avesse ancora ventuno anni. I dubbi contribuì a fugarli lui stesso: non appena gli dettero carta bianca, arrivò quinto al Le Samyn al termine di una giornata da lupi.

“Sei pronto per la Parigi-Roubaix”,

gli disse poi Kristoff dandogli una pacca sulla spalla e coccolandosi quel marcantonio – un metro e novantadue per ottanta chili.

Da allora, la situazione è cambiata e non poco: Kristoff corre per la UAE-Emirates mentre Politt è rimasto alla Katusha, squadra di cui è diventato ormai uno dei capitani. In virtù del ritiro di Kittel e del passaggio di Zakarin alla CCC, si potrebbe dire che Politt è l’unico capitano della Katusha, se non fosse per la fusione con la Israel Cycling Academy alla quale il team russo è stato costretto per rimanere nel World Tour.

Politt ha deciso di rimanere dopo settimane difficili in cui la tentazione di rompere il contratto con la Katusha per cercarne un altro era dura da reprimere. Gli era stato chiesto di aspettare almeno il primo ottobre, e così ha fatto. Quello che infastidiva Politt, ovviamente, era l’incertezza, non la paura di rimanere fuori dal World Tour; un corridore come lui, e con i risultati che ha raccolto in primavera, potrebbe perfino permettersi di dire qualche “no, grazie”.

Dopo essere stato squalificato alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne per aver pedalato per un tratto fuori dal percorso previsto, la sua stagione è decollata: secondo nella cronometro individuale della Parigi-Nizza, sesto alla E3 BinckBank Classic, quinto al Giro delle Fiandre; di conseguenza, anche se lui non ha fatto altro che smorzare i toni fino alla partenza, uno dei nomi più pericolosi da seguire alla Parigi-Roubaix.

La prima volta di Politt alla Parigi-Roubaix fu un disastro: nella prova riservata agli Under 23, infatti, cadde cinque volte. Al traguardo, tuttavia, non era così abbattuto: “Oggi è andata male, ma è una corsa adatta alle mie caratteristiche. Ritornerò”, disse a suo padre. Da quand’è professionista non l’ha mai saltata; se si eccettua il ritiro al primo anno, nel 2016, è sempre arrivato al velodromo di Roubaix: ventisettesimo nel 2017, settimo nel 2018, secondo quest’anno.

Perché se Gilbert è riuscito a vincere e ad anticipare alcuni corridori più veloci di lui, deve tanto a Politt, il propiziatore di due delle azioni più importanti della corsa. È sempre stato nelle prime posizioni, facendo valere la sua stazza e la sua potenza, riguardo alle quali – ormai l’avrete capito – lui non può fare nulla: “Non sono le dimensioni del corpo a decretare il tipo di corridore che uno può diventare, bensì la struttura muscolare”, spiegò in un’intervista a Velomotion. “Se hai fibre corte sei un velocista, altrimenti sei più resistente e adatto a sforzi d’un certo tipo”.

Ad attendere Politt sul traguardo c’era Annike, la sua giovane compagna – è giovane anche lui, compirà ventisei anni a marzo. Le lacrime del suo uomo non la preoccuparono: sapeva che erano di felicità. “Ho venticinque anni, era il mio quarto tentativo e ho chiuso secondo dietro ad un campione come Gilbert. Non è un peccato, ma una bellissimo risultato”. In uno sport che impone sempre di guardare avanti, al meglio, a come si sta bene al piano di sopra, fa piacere sapere che c’è ancora chi sa accontentarsi senza risultare remissivo o dozzinale. “E poi oggi meritavamo di vincere entrambi”, riconobbe Gilbert, mica il primo che passa.

 

 

Foto in evidenza: ©Holger’s Radsport-Fotos, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.