La carriera di Paolo Bettini, un’autentica leggenda del ciclismo italiano e internazionale.

 

 

Una tappa al Romandia, sei alla Tirreno-Adriatico, una al Giro di Svizzera; una frazione al Tour de France, cinque alla Vuelta a España, due al Giro d’Italia; e ancora, due volte la Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro di Lombardia, il Campionato di Zurigo, la prova in linea dei campionati italiani; una volta la Milano-Sanremo, la Coppa Placci, la Coppa Sabatini, il Giro del Lazio, il Trofeo Matteotti, la Classica di Amburgo e quella di San Sebastián, il Gran Premio di Lugano e quello di Camaiore; infine, due volte campione del mondo e la medaglia d’oro olimpica: piuttosto grossolanamente potremmo dire che Paolo Bettini ha impiegato poco più di trenta giorni per conquistare quelle vittorie che lo hanno proiettato nella storia del ciclismo italiano e mondiale. Nello stesso lasso di tempo, un uomo da grandi giri non riuscirebbe a centrarne due, se è vero che la matematica non è un’opinione e che ventuno più ventuno fa quarantadue. Per un velocista funziona in maniera ancora diversa, ma il valore e la storia di una classica non è così intercambiabile come quello di una volata: vincere uno sprint a Brescia o a Lione, ad esempio, non è tanto diverso quanto esultare a Sanremo o a Roubaix.

Essendo un corridore tagliato per le classiche, Bettini ha dovuto convivere con quella duttilità che spesso sembra più un peso che una molla: troppo leggero per le cronometro, troppo lento per le volate, troppo esplosivo per le grandi – e dunque lunghe – salite. E infatti molte dichiarazioni rilasciate dallo stesso Bettini nel corso della propria carriera vanno proprio in questa direzione: “se rifacessimo quello sprint, Zabel mi batterebbe nove volte su dieci”, disse qualche anno fa ai Rouleur Classic ripensando ai campionati del mondo di Salisburgo; “non mi sono mai allenato per resistere tre settimane consecutive anche perché non riuscirei a rimanere concentrato a dovere: i miei obiettivi sono altri”, spiegò a BikeRadar nel 2008.

©The Dublin Reeds, Wikipedia

L’unicità di Bettini, tuttavia, sta proprio nel contrario di quanto detto adesso: è stato più veloce di Zabel e Petacchi, più resistente di Garzelli e Simoni, più spericolato di Samuel Sánchez, più scaltro di Valverde. La sua carriera è la successione di tanti istanti, piccoli e insignificanti soltanto all’apparenza dato che poi la loro somma ha dato come risultato uno dei palmarès più brillanti del ciclismo contemporaneo; una ruota da seguire, una piega da sfruttare, una porzione d’asfalto da occupare: una questione di tempismo, insomma. La duttilità e il talento si possono soltanto assecondare, e tra averli e non averli c’è una differenza sostanziale; ma quando ci si trova a giocarsi la vittoria con Valverde, Zabel e Petacchi, queste qualità non bastano: è necessario adoperare i sensi, tendere l’orecchio al silenzio, saper leggere dove non c’è scritto niente. Nella carriera di Bettini è la precisione ad aver fatto la differenza, la capacità di comprimere ed espandere il tempo a proprio piacimento.

La fantasia al servizio della vittoria

La consapevolezza: ecco di cos’era ricco Paolo Bettini. Non è greco, Bettini, ma pare aver interiorizzato uno dei precetti più importanti del popolo più intelligente che sia mai vissuto: conosci te stesso, ovvero una delle massime più famose iscritta nel tempio di Apollo a Delfi – un’altra, per dire, è “niente di troppo”, e Bettini più o meno consciamente ha rispettato anche questa. Non è un caso che in diverse occasioni si sia apertamente schierato contro la piega esasperante che ha preso gran parte dello sport giovanile: lui stesso, almeno fino all’adolescenza, ha visto e vissuto il ciclismo come una valvola di sfogo, “significava stare con gli amici, praticare uno sport, andare in ritiro, dormire una notte fuori, fare quasi una vacanza”, disse a La Gazzetta dello Sport.

Solo dopo il diploma da perito meccanico e il militare suo papà gli concesse un anno intero per capire se la bicicletta gli avrebbe potuto dare da mangiare o meno. Bettini, come ha ricordato anche il compianto Daniele Tortoli, è stato fortunato a nascere nella regione giusta: “Se un giovane vuole emergere, deve dimostrare di andar forte in Toscana. La psicologia e l’ ambiente in cui si svolgono le gare ti rafforzano, anche le corse del martedì sono vere. Qui i mezzi corridori spariscono”.

©Filippo Diotalevi, Flickr

Io non ero un predestinato”, ricorda Bettini a La Gazzetta dello Sport. Ha ragione, è innegabile: dei quattro italiani che sbaragliano la concorrenza nella prova in linea riservata agli Under 23 dei campionati del mondo di Lugano del 1996, Bettini è il quarto, il primo degli sconfitti, lui giù dal podio che piange e Figueras – la medaglia d’oro, sic – che al momento dell’inno nazionale lo chiama accanto a sé, Sgambelluri e Sironi; la prima vittoria tra i professionisti la ottiene al secondo anno, nel 1998, in una tappa del Romandia; e per trovare i primi grandi trionfi bisogna aspettare il 2000, la stagione in cui Bettini compie ventisei anni e conquista la sua prima Liegi-Bastogne-Liegi e l’unica tappa al Tour de France della sua carriera. Nel 2002 la metamorfosi è definitivamente completata: nella Liegi-Bastogne-Liegi dei cinque italiani ai primi cinque posti, Bettini è il primo, il dominatore, il mattatore.

Era un grillo, di nome e di fatto. Antonio Salutini, uno dei grandi vecchi del ciclismo toscano, richiama alla mente con facilità i mille scatti di cui è punteggiata la gioventù di Bettini: “Scattava anche quando trovava un ponte, e alla gente piaceva. Buttava via un sacco di energie, certo, però dimostrava di avere qualcosa in più. Noi a Livorno lo chiamiamo il sesto senso dei gatti”. Tuttavia, quell’irrequietezza col tempo è diventata qualcos’altro. Bettini non ha mai lesinato attacchi, affondi e stoccate, d’altronde certe volte era la corsa stessa ad obbligarlo quantomeno a provarci; ma l’esperienza e l’ambizione gli hanno fatto capire che non vince chi attacca di più, ma chi attacca al momento giusto.

La fantasia non era un fine, Bettini se ne fregava dell’art pour l’art: nella sua testa e nelle sue gambe, l’estro diventava il punto di vista grazie al quale immaginare una corsa diversa e inaspettata. Quando si dice che nel ciclismo odierno manca la fantasia, forse s’intende questo: non il coraggio – o meglio, la sciagurataggine – d’attaccare a cento chilometri dal traguardo, quanto la capacità di plasmare uno scenario nuovo. Umberto Preite Martinez de l’Ultimo Uomo scrive che “[Bettini] vinse una Liegi-Bastogne-Liegi scattando sulla Redoute, una Milano-Sanremo partendo sul Poggio, un Lombardia salutando tutta la compagnia sul Ghisallo”: se il contenuto è corretto, è il piglio bettiniano ad essere frainteso.

©Melifiscentgirl, Flickr

Bettini non era un corridore d’altri tempi; indubbiamente un corridore generoso, ma non di certo folle. Le sue azioni non hanno la gittata che De Gendt e l’ultimo Gilbert stanno imprimendo alle loro; se del primo, però, ci ricorderemo indipendentemente dall’esito delle sue mosse, di Gilbert e Bettini rammenteremo proprio il risultato che queste hanno favorito. Alla base degli attacchi di Bettini non c’è la volontà di dare spettacolo, ma una feroce voglia di vincere coadiuvata da una precisione clinica. I piazzamenti alla Milano-Sanremo e al Giro di Lombardia sembrano testimoniare proprio questo: né prima né dopo i suoi successi in queste due classiche Paolo Bettini è stato così vicino a ripetersi una seconda o una terza volta, come se fosse lui a scegliere l’edizione precisa in cui lasciare il segno.

In sei anni, dal 2000 al 2006, Bettini conquista quasi tutte le corse che gli si addicono: le tappe nei grandi giri, le classiche, alcune brevi corse a tappe – persino tre edizioni della Coppa del Mondo e due classifiche a punti consecutive al Giro d’Italia. L’ultima parte della sua carriera ruota intorno ad una sola corsa. E come disse la moglie, Monica Orlandini, in un’intervista del 2007, “Paolo è testardo fino all’impossibile. Se è convinto di una cosa, non molla finché non fa cambiare idea agli altri”. E “gli altri” dicono da anni che Bettini non vincerà mai un campionato del mondo.

Un bis memorabile

L’oro olimpico è impareggiabile”: la vittoria più prestigiosa di Paolo Bettini, dunque, è allo stesso tempo quella che più di ogni altra passa in secondo piano quando si parla di lui. Non è un caso: la prova in linea olimpica riservata ai professionisti esiste soltanto dal 1996 e prima di Bettini avevano gioito soltanto Richard nel 1996 e Ullrich nel 2000; per il ciclismo, che vive da sempre di appuntamenti annuali, le Olimpiadi non possono essere vissute se non come qualcosa di anomalo. Ha ragione Bettini quando dice che un oro olimpico è impareggiabile, ma allo stesso tempo non ci si può stupire se ripensando alla sua parabola emergono prima almeno due o tre ricordi – i piazzamenti e le vittorie ai mondiali, il Lombardia dedicato a suo fratello Sauro, la sua onnipresenza sugli arrivi tortuosi della Tirreno-Adriatico.

Reliquie. ©Nicola, Wikimedia Commons

Anche la medaglia d’oro di Atene arriva al termine di un saggio sulla precisione e sul tempismo. Bettini attacca a poco meno di trenta chilometri dalla fine sfruttando le pendenze del Licabetto, l’asperità principale del circuito greco; che il momento sia quello perfetto lo dimostrano le reazioni degli altri favoriti: Vinokurov, Ullrich, Valverde e Van Petegem provano a seguirlo, poi si siedono, infine si rialzano. È il segnale inequivocabile: in quel frangente Bettini non è il più coraggioso, ma il più forte, e ne approfitta. Lo segue soltanto Paulinho, che oltre alla medaglia d’argento ha il merito di mandare in crisi Bulbarelli e Cassani e di regalare qualche esilarante momento d’incredulità: “comunque sia è una sorpresa, perché l’unico portoghese forte che conosciamo è José Azevedo”, dice il primo, mentre il secondo per sottolineare la punta di velocità di Paulinho ricorda che “quest’anno ha vinto una tappa al Giro del Portogallo battendo in volata Barbosa, corridore abbastanza veloce”.

È un trionfo che proietta inevitabilmente Bettini in una dimensione nuova: non più un ottimo cacciatore di classiche, ma un campione, un fuoriclasse capace di mettere nel mirino obiettivi prestigiosi e di farli propri. La medaglia d’oro olimpica trascende lo sport d’appartenenza, qualsiasi esso sia. Bettini è stato chirurgico anche nella scelta dell’edizione. Non avrebbe potuto desiderare una chance migliore: nel 2000 partecipò, ma il circuito era abbastanza semplice e il capitano era Bartoli; sarebbe tornato nel 2008, ma con un ruolo e delle sensazioni diversi.

Quando annunciò il suo ritiro alla vigilia della prova in linea dei campionati del mondo di Varese, Paolo Bettini usò parole molto chiare: “Ad Atene, nella conferenza stampa dopo la gara e con l’oro al collo, dissi che vedevo la fine della mia carriera nel 2008. Ci ho pensato tanto e non ho trovato controindicazioni a scegliere questa corsa, la mia corsa, per attaccare l’ultimo numero, il numero uno, sulla maglia”. Bettini ha di nuovo ragione: il campionato del mondo, insieme alla Liegi-Bastogne-Liegi, è la sua corsa, quella che gli ha regalato la gioia più sfrenata e la delusione più cocente.

©The Dublin Reeds, Wikimedia Commons

Nel 2000, a Plouay, chiude nono ma le polemiche del dopo gara sono feroci: il capitano, Bartoli, lo accusa d’aver fatto la sua volata; se invece avesse rispettato il suo ruolo e aiutato il leader designato, forse Bartoli avrebbe centrato un risultato più importante del quarto posto finale. In un secondo momento, qualcuno dirà che Bartoli e Bettini litigarono già all’inizio dell’ultimo giro. Fatto sta che il bel rapporto che si era instaurato tra i due finisce lì: Bettini prende in un certo qual modo il posto di Bartoli, di cui per anni era stato fedele gregario.

Un anno dopo, a Lisbona, Bettini è secondo, freddato da Freire. I battibecchi non si placano nemmeno in Portogallo: Simoni si è messo in proprio come un anno prima e, esattamente come in Francia, è stato un italiano a ricucire su di lui; a Plouay furono proprio Bettini e Bartoli, mentre a Lisbona è Lanfranchi a dannarsi l’anima come se Simoni fosse il peggior nemico. Qualche anno più tardi, in un’intervista a Tuttobiciweb, Lanfranchi dirà di non essersi accorto dell’attacco di Simoni e di aver sbagliato ad accelerare in discesa, favorendo il ritorno del gruppo: “ma non ho mai parlato con Bettini”, rimarcherà.

A Zolder contribuisce al successo di Cipollini, ad Hamilton è quarto, a Verona si ritira – unico ritiro di Bettini in un campionato del mondo. Nel 2005 è tredicesimo, mentre nel 2006 arriva finalmente il primo sigillo. È un finale indelebile: Bettini che ci prova e viene rintuzzato, Bettini che molla la ruota di Boonen perché intuisce la volontà di Samuel Sánchez e Valverde, Bettini che anticipa il capitano spagnolo e Zabel al termine di uno sprint durissimo. A Bike Show TV, ricordando Salisburgo, parlerà di sensazioni quali la serenità, la soddisfazione, l’appagamento: l’aver conquistato una corsa che lo aveva respinto tante volte e che lui voleva assolutamente vincere almeno una volta. Bettini non immagina nemmeno cosa lo aspetta un anno più tardi a Stoccarda.

Il rapporto tra Bartoli e Bettini si incrina definitivamente ai campionati del mondo di Plouay, nel 2000. ©Eric HOUDAS, Wiki

Il campione del mondo uscente potrebbe non partecipare alla prova in linea, perdendo così la possibilità di difendere la sua maglia: ecco cosa si dice in Germania nei giorni che precedono la gara della domenica, quella riservata ai professionisti. I motivi sono diversi e la situazione è pericolosa. Dopo la deflagrazione dell’Operación Puerto, il doping non è certo scomparso ma in compenso le istituzioni ciclistiche hanno aperto quella che verrà definita, con poca fantasia, “una vera e propria caccia alle streghe”. Avremmo voluto scrivere istituzioni sportive, ma ancora una volta è il ciclismo a distinguersi per impegno e volontà, anche se un conto è muoversi e un altro far bene. L’UCI, ad esempio, introduce dei test che incrociano sangue ed urina, dimenticando – per usare un eufemismo – che si tratta dello stesso modus operandi che la WADA (Agenzia Mondiale dell’Antidoping) adotta dal 1997.

Non è finita qui: in questo nuovo codice promosso dall’UCI e dal suo presidente, Pat McQuaid, è presente una sezione relativa all’impegno economico che il corridore ha contratto con la sua squadra, con gli organizzatori e più in generale con l’ambiente. La regola che più di ogni altra fa discutere è quella che prevede la restituzione di un anno di stipendio in caso di positività. “Uno strumento di coercizione e ricatto”, lo definisce Bettini senza mezzi termini. Tra un pianto e un lamento, tutto il gruppo finisce per firmare e ripartire da capo: tutti tranne gli spagnoli, appoggiati dalla propria Federazione, e Paolo Bettini.

Sono diventato professionista nel 1997, esattamente nell’anno in cui la WADA ha introdotto quei test che oggi l’UCI ripropone: hanno già archivi pieni di dati, tutto quello di cui hanno bisogno”, spiega Bettini alla stampa. “E poi la parte etica l’ho già sottoscritta a suo tempo, mi trovano d’accordo: è su quella economica che mi permetto di alzare la voce”, chiarisce. Tra la Germania e l’Italia sono giorni tesissimi. Wolfgang Schäuble, il ministro dell’Interno tedesco, dichiara che “la partecipazione di Paolo Bettini ai Mondiali di Stoccarda distruggerebbe la credibilità della battaglia comune contro il doping nel mondo del ciclismo”; Susanne Eisenmann, assessore allo sport e presidente del comitato organizzatore dei Mondiali 2007, si rivolge al Tribunale di Stoccarda chiedendo che Bettini venga escluso dalla rassegna: “nessuna eccezione sia tollerata”, tuonerà.

Bettini e Cancellara non hanno mai avuto problemi ad esporsi contro il doping e le illazioni. ©djneight, Flickr

Per il ciclismo tedesco è un momento orribile: Ullrich, l’atleta di riferimento del loro movimento, ha ammesso d’aver fatto uso di sostanze dopanti; stesso discorso per Zabel e Jaksche, due senatori. Le televisioni tedesche dichiarano di non essere più interessate nel trasmettere gare ciclistiche, nemmeno il Tour de France, la più importante. Poi è il turno di Sinkewitz, uno dei nomi nuovi della Germania ciclistica. Sinkewitz va oltre: non soltanto confessa le pratiche dopanti, ma tira in mezzo Bettini e Bramati per una sostanza vietata. Anzi, no: è Zdf, una televisione tedesca, ad aver riferito di un verbale di Sinkewitz in mano alla polizia, ma in realtà non c’è niente; Sinkewitz chiama Bettini e glielo spiega. “Ci siamo sentiti otto volte”, conferma Bettini. “Mi ha detto che il suo dramma è anche il mio, che siamo entrambi delle vittime. Gli ho risposto di stare tranquillo, ma di far mandare subito al legale una dichiarazione. Non mi va di buttare al secchio la carriera per qualcuno che si sveglia alla mattina con idee storte”.

Bettini, da buon toscano, non riesce a rimanere in silenzio nell’attesa che il tempo passi, la corsa si avvicini e la giustizia faccia il suo corso. E quando prende la parola, distribuisce stilettate a destra e a manca – come fa in sella, peraltro. “È un attacco politico, che strano che tutte queste cose escano proprio quando io faccio parte della squadra italiana”, sbotta una mattina subito dopo colazione; “non ho mai infranto alcun regolamento, non vedo perché non dovrei correre”, continua imperterrito; “ho visto la rassegna stampa e mi sono reso conto di quanto poco basta per annientare quello che una persona fa in una vita. In questi tre giorni, qui in Germania mi hanno preso di mira. Evidentemente i grandi appuntamenti creano molto interesse, sono una bomba a orologeria. Quando ho scelto di avere un legale, non pensavo certo di farlo lavorare tanto”, rilancia.

Poi svela a La Repubblica un retroscena estivo: “Il 23 agosto scorso ero in Toscana a casa dei miei genitori, dopo aver comunicato con un fax all’UCI la mia temporanea residenza. La sera mi trovavo alla Fiera Zootecnica a La California, a cinquecento metri da casa, ed al ritorno ho trovato una lettera di un medico inviato dall’UCI per un controllo a sorpresa: mi comunicava che era stato ad attendermi tra le ventuno e le ventidue. Avevo dato pure il mio telefono, ma il giorno dopo l’UCI mi ha spiegato che per il regolamento WADA è vietato contattare i numeri privati. Ho capito chi è che vuole veramente il male del ciclismo”.

Per scrollarsi di dosso veleni e polemiche, Bettini aveva una sola alternativa: vincere di nuovo la prova in linea dei campionati del mondo. “La maglia iridata porta sfortuna? Se il pensiero comune è questo, allora me ne faccio carico io senza problemi”, avrebbe scherzato un anno più tardi ai microfoni di Bike Show Tv. E Bettini, magistrale, esegue. Sul traguardo mima uno sparo, il cacciatore che con un colpo singolo e preciso colpisce al cuore la preda più ambita facendola stramazzare al suolo. Di nuovo, ha vissuto in una bolla di tempo irreale riducendo il tutto ad un attimo, ad uno sprint in leggera salita, spazzando via tutto quello che c’era stato prima. Doveva vincere quella corsa e l’ha vinta. Risuonano le sue parole della vigilia: “se fanno questo per destabilizzarmi sappiano che io il Mondiale glielo rivinco apposta”; oppure quelle della moglie al momento del ritiro: “la vittoria di Stoccarda ha oltrepassato la felicità sportiva. Avevano messo in gioco il suo onore”; e infine quelle istintive e perfette di Auro Bulbarelli: “è un bis memorabile”.

 Tra Ballerini e Alonso

Il ritiro di Paolo Bettini non è dei più felici. Prima di tutto perché arriva a trentaquattro anni e mezzo, non certo in età avanzata: è lui il primo a riconoscerlo, tant’è che in un’intervista a BikeRadar puntualizza che “ad appesantirmi sono lo stress, le aspettative e la concentrazione, che perdo sempre più facilmente; fisicamente sto bene, potrei correre per altri cinque anni”.

Infatti il 2008 è una buona stagione per lui: arriva nono alla Liegi-Bastogne-Liegi, due volte secondo al Giro d’Italia, a luglio vince il Matteotti, una tappa al Giro d’Austria e una al Tour de Wallonie, a San Sebastián chiude quarto, dietro a Valverde, Kolobnev e Rebellin. Poi fa rotta alla Vuelta, classico appuntamento che permette di affinare la gamba e i sensi in vista dei campionati del mondo. Alla vigilia dichiara d’aver cerchiato di rosso soltanto due tappe: quella di Toledo e quella di Suances; nelle due settimane successive le vince entrambe: la prima davanti a Gilbert, Valverde e Freire, la seconda lasciandosi alle spalle Rebellin, Cunego, Ballan e Contador.

In entrambe le occasioni, tuttavia, l’esultanza è polemica: Bettini copre il nome dello sponsor che campeggia da un decennio sulla propria divisa, Quick-Step. Da qualche mese si accenna ad un malumore presente da entrambe le parti. Bettini è consapevole di costare molto, tanto da muoversi per rilevare la licenza di una Saunier Duval in crisi – per i problemi d’immagine legati alle positività riscontrate nei mesi precedenti – e mettersi in proprio, o quasi; quando il progetto naufragherà, Bettini dirà che a Lefevere aveva chiesto solo un po’ di chiarezza in più. Lo stesso Lefevere, incalzato dalla stampa a riguardo, si lascerà andare ad un’esternazione dura: “al prezzo di Bettini adesso ho quattro corridori di primo piano: Chavanel, Devolder, Tosatto e Schumacher”. Il 6 ottobre 2008, dieci giorni dopo la stoccata di Ballan, Schumacher risulterà positivo al CERA; dei quattro, era lui il più simile a Bettini, il corridore sul quale la squadra belga aveva puntato per sostituire l’italiano.

L’ultima volta di Bettini nel ciclismo professionistico è alla Sei Giorni di Milano, la sua prima e unica vittoria in una sei giorni: corre, stupisce, impaurisce perché cade e picchia la testa; dopodiché rientra, ritorna e suggella il successo finale conquistato in coppia con Joan Llaneras. L’addio su strada, come detto, l’aveva dato il 28 settembre 2008: il giorno in cui ipnotizzò gli avversari favorendo Ballan, il giorno in cui sua figlia Veronica compiva cinque anni.

Non abbiamo ancora finito di parlare del tempismo di Paolo Bettini. Ci sono almeno altri quattro momenti nei quali questo suo sesto senso brilla prepotentemente. Le dinamiche che favoriscono il processo, tuttavia, non sono felici. Il primo, per certi versi il più importante, arriva nel 1999, quando Bartoli cade malamente al Giro di Germania. L’esito è devastante: rottura completa e trasversale della rotula. Per l’unica volta in carriera, nel 2000 Bartoli è costretto a saltare la Liegi-Bastogne-Liegi: guarda caso la prima di Bettini, libero di poter fare la sua corsa.

Insieme a Kim Kirchen. ©Klever, Wikimedia Commons

Nel 2006, invece, Bettini conquista la sua quinta e ultima classica monumento: è quella delle mani in volto, della faccia rotta dall’emozione, delle lacrime che si mescolano al sudore e all’asfalto. Quando Sauro, il fratello, muore, Bettini chiede alla famiglia cosa fare: ritirarsi? Smetterla con la bicicletta per stare vicino a tutti? I suoi genitori gli dicono di no: Sauro vorrebbe vederti correre. La furia di Bettini è talmente cieca da cancellare ogni traccia del suo tempismo: è lui che gestisce in prima persona il tempo della corsa, impostando la velocità e il ritmo al quale tutti gli altri devono adattarsi – Wegmann, ad un certo punto, si mette persino a piangere per la fatica che sta facendo nel rimanergli a ruota.

Nel 2010 è un altro lutto a segnare la vita di Paolo Bettini. Se ne va Franco Ballerini, amico e compagno di tante avventure mondiali e olimpiche, e le istituzioni italiane non hanno dubbi su chi debba essere il suo successore. “Bettini è un uomo che viene dal mare, e da marinaio è diventato ammiraglio”, dice Alfredo Martini con la sua consueta ricercatezza. Martini riconosce però una differenza fondamentale: “Paolo è voluto da tutti. Ha dimostrato da atleta di non subire mai la corsa degli altri, ma di saperla sempre imporre con tranquillità ed intelligenza. Una cosa sola gli manca, quel Bettini che aveva Franco Ballerini”.

In quattro edizioni, la sfortuna e quei piccoli errori che Bettini non commetteva quasi mai sono presenze fisse nelle spedizioni azzurre: a Geelong, nel 2010, la volata di Pozzato è straripante ma essendo rimasto chiuso ai blocchi di partenza il vicentino non va oltre il quarto posto; stesso discorso per Nibali nel 2013, che vorrebbe rendere indimenticabili i mondiali toscani e invece si ritrova prima in terra e poi a maledire Valverde per la sua condotta di gara, scellerata ed egoista; a Valkenburg, nel 2012, anche Pinotti lasciò sull’asfalto un medaglia. “Cosa invidio a Cassani?”, gli venne chiesto nel 2015, “Posso dire che fino ad ora lui ha goduto di una indulgenza maggiore rispetto a quella che avevo io”. Dopo il campionato del mondo di Firenze, Bettini si ritrova ancora una volta al posto giusto al momento giusto. In pentola bolle da tempo un’idea stuzzicante: a mescolare il tutto c’è Fernando Alonso.

©Giro d’Italia, Twitter

Le tappe sono nette e il loro susseguirsi incalzante: “Ricordo perfettamente le date, di fine 2013. Il 18 dicembre abbiamo parlato, il 23 c’è stato uno scambio di mail, il 26 mi è arrivata la proposta. Il 27 ho chiamato il presidente Di Rocco per avvisarlo che avevo deciso di lasciare la Nazionale. E il 7 gennaio mi sono incontrato a Madrid con Fernando e il manager, Luis Garcia Abad”, ripercorre Bettini su La Gazzetta dello Sport. Per un uomo di sport ancora così giovane e talentuoso è un’occasione d’oro; il socio, poi, non è il primo che passa: è il primo pilota della Ferrari, due volte campione del mondo al volante della Renault e appassionato vorace di ciclismo. Ai campionati del mondo che si corrono in Toscana si gode la partenza e l’arrivo e sale su un solo bus: quello dell’Italia.

Il ruolo di Bettini nel team di Alonso è chiaro: “Direttore tecnico. Dovevo costruire la squadra. Direttori sportivi, corridori, gestione del personale, consulenza sportiva. Ho lavorato con entusiasmo, passione, era una sfida esaltante. A fine marzo ero pronto, con i nomi e una idea di budget sulle indicazioni di Fernando. I direttori sportivi tutti giovani, età media di quarant’anni. E tra i corridori sapevamo di non poter prendere i big dei grandi giri come Contador, Froome o Nibali, ma il terreno per fare un team all’altezza c’era eccome”. Nei mesi successivi sono trapelati alcuni nomi coi quali Bettini s’era già accordato: Sagan, Tony Martin, Joaquim Rodríguez.

Però qualcosa s’inceppa: è il rapporto tra Alonso e la Ferrari. Il 2013 è l’ultimo anno ad alti livelli del pilota spagnolo, che non può concedersi il lusso di allestire una squadra di ciclismo senza prima aver chiarito la sua posizione all’interno del paddock della Formula Uno. “Il suo lavoro è fare il pilota di Formula Uno, sono cominciati i cambiamenti in Ferrari di cui tutti sanno e anche lui ha cominciato a muoversi per cambiare squadra. È stata un’annata cruciale per la sua carriera e ha dovuto concentrarsi su quello, non c’era spazio per un progetto così affascinante ma anche impegnativo”. Ma Bettini non ha né rimpianti né rimorsi: sembrava un’esperienza unica e lui ci ha creduto finché è stato giusto farlo: “Vista con gli occhi di adesso che l’ho preso in tasca… Se avessi saputo che il progetto non sarebbe decollato, sarei rimasto alla Nazionale. Ma sono discorsi che non ha senso fare adesso e io non lo considero un anno perso”.

©Melifiscentgirl, Flickr

Bettini è ancora nel mondo del ciclismo: pedala, partecipa a diverse rassegne e manifestazioni e la sua conoscenza è preziosissima per il disegno di alcune tappe della Tirreno-Adriatico – c’è sempre il suo zampino, quando vedete l’arrivo in cima ad uno strappo e la corsa passa dalle parti di Pomarance. Il tempismo e l’intuizione che per una vita gli hanno permesso di imperversare in giro per il mondo, adesso gli suggeriscono di non forzare, ché un campione del suo calibro non ha davvero bisogno né di vendersi, né di proporsi, né di mostrarsi.

Quando qualche anno fa gli venne chiesto un parere sulla crisi che il ciclismo italiano palesava nelle classiche, Bettini svelò una vena pedagogica: “È una questione di cicli, ma anche di mancanza di cultura per le classiche. Io le ho cominciate ad amare attraverso Bartoli e nelle mie squadre erano una religione. Anche al freddo le potevi correre in maglietta, tanto eri caldo e carico. Ritroviamola, questa cultura”. Ecco, probabilmente è stata proprio la sua predisposizione per le classiche a penalizzarlo, in un paese come l’Italia che stravede per lo scalatore che va all’assalto del Giro d’Italia o del Tour de France. Chissà in quanti modi diversi sarebbe venerato Bettini in Belgio: un corridore scaltro e astuto, forte e veloce, pimpante e coraggioso, orgoglioso e battagliero, umile e tagliente.

Ci sembrerebbe tuttavia esagerato scadere nel senso opposto, ovvero far passare Bettini come uno dei tanti classicomani da riesumare a comodo e a piacimento; e siccome non sappiamo cos’altro dire, ci affidiamo ad uno dei commenti che si possono trovare sotto al video che riassume la vittoria di Bettini alle Olimpiadi di Atene: “grazie a te che mi hai aiutato ad uscire dal coma”, scrive Giuliano Di Benedetto.

 

 

Foto in evidenza: ©CONI, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.