Se siete in cerca di un cane sciolto da tifare, l’avete trovato.

 

 

“E questo da dove salta fuori?”, si chiedeva Bernard Sulzberger mentre la Grand Cycling Classic 2010 si stava allontanando sempre di più, costringendolo ad accontentarsi del secondo posto. Sulzberger si è ritirato a trentatré anni, nel 2016, dopo una carriera quindicennale tra Asia, Australia e America – tranne qualche eccezione, gli appuntamenti erano rigorosamente di secondo piano, dunque un feticcio o giù di lì. Chi non ha smesso di correre, invece, è l’altro, il “questo” a cui si riferiva Sulzberger.

Patrick Bevin non è soltanto uno dei corridori della CCC, squadra del World Tour, bensì una delle novità dell’ultima stagione ciclistica. Sulzberger, tuttavia, aveva i suoi buoni motivi per stupirsi: avendo iniziato a pedalare sul serio soltanto da adolescente e venendo dalla Nuova Zelanda, Bevin non era certo uno dei nomi di punta del ciclismo giovanile – nemmeno di quello di secondo piano, che Sulzberger conosceva a menadito. Al ruolo di sconosciuto Bevin ha dovuto abituarcisi fin da subito.

L’ultima volta in cui si è verificato un episodio simile – l’ultima volta in ordine cronologico, forse l’ultima volta in senso assoluto, nel senso che non dovrebbe succedere più – risale al Tour Down Under 2019, dunque a gennaio di quest’anno. Dopo aver fatto parte della fuga che ha animato la prima tappa, e grazie alla quale ha guadagnato cinque secondi di abbuono ad un traguardo volante, Bevin ha pensato bene di vincere la seconda. “Ho evitato la caduta all’ultimo chilometro, ho sfruttato lo scatto di Luis León Sánchez come punto d’appoggio e ho puntato su di una volata lunga per stremare i velocisti presenti”, spiegò lucidamente.

Si lasciò alle spalle Sagan, Philipsen, Viviani, Impey. In molti storsero il naso, pensando ad un successo favorito da una serie di fortunati eventi. Ewan, che quel giorno fu secondo, non era stupito per niente: “So quanto sia resistente in salita e veloce allo sprint, infatti vedendolo mi torna in mente Gerrans”, disse di Bevin. “Lo conosco molto bene perché al Tour de Korea 2015 ci spartimmo le volate”. Ewan ne vinse quattro, Bevin solo una: da allora è passato molto più tempo dei quattro anni effettivi.

Quando scelse gli Stati Uniti e non l’Europa – “Posso crescere con più tranquillità, e poi tante corse del calendario americano sono battute tanto dai dilettanti quanto dai professionisti”, si giustificò all’epoca -, Bevin venne aspramente criticato, ma diversi anni più tardi ha avuto ragione lui: è finalmente pronto ad assumersi le proprie responsabilità e a mettersi in proprio, dopo aver pedalato nelle corse più strane, dopo aver vestito le maglie più strampalate e dopo aver servito i capitani trovati alla Cannondale prima e alla BMC poi.

La CCC sembra la squadra perfetta per lui: un solo leader riconosciuto – Greg Van Avermaet – e tanti attaccanti in cerca di fortuna. Lui è uno di questi. Secondo la terminologia inglese sarebbe un “all rounder”, ovvero un corridore completo, buono per tutte le stagioni, spendibile su ogni tipologia di manto stradale. È resistente e scaltro, pericoloso sulle salite di media lunghezza e nelle volate a ranghi ristretti. L’esperienza americana gli è servita anche a questo: a completarsi, a conoscersi. Ma non completamente: mai, almeno fino a qualche anno fa, avrebbe creduto che le cronometro potessero diventare il suo terreno di caccia preferito.

Nell’ultima prova contro il tempo che ha disputato, quella dei campionati del mondo, Patrick Bevin si è classificato quarto, a due secondi e un nulla da Filippo Ganna, terzo e proprio per questo medaglia di bronzo. Probabilmente il risultato di Bevin, come quello di molti altri corridori, risente in positivo delle varie assenze – Dumoulin, Thomas, Froome – e della stanchezza, degli acciacchi, delle cadute e dei problemi meccanici di altri presunti protagonisti – Lampaert, Campenaerts, Roglič, Asgreen, Tony Martin; tuttavia, un quarto posto a due secondi dal podio rimane comunque un successo.

Bevin, però, non è apparso così convinto: “Avrei potuto scrivere la storia ciclistica del mio paese”, sospirava dopo il traguardo. “Bisogna essere contenti quando le cose vanno bene, è vero, e questo è uno di quei momenti. Ma siamo degli sportivi di alto livello e quindi non ci accontentiamo mai, vogliamo sempre migliorarci”. Gli ultimi due anni di Bevin sono eloquenti, da questo punto di vista.

Deluso dal quattordicesimo posto ottenuto nell’abituale cronometro individuale di San Benedetto del Tronto che decretava la fine della Tirreno-Adriatico 2018, lui e la sua ragazza decisero di mettersi a lavoro su un materiale evidentemente ancora grezzo: Bevin stesso. Grazie ad una buona dose di intuito e ad un feroce desiderio di vittoria, il neozelandese arrivò ad una conclusione tutt’altro che banale: il manubrio doveva essere alzato di sette centimetri. “Pensate davvero che sia stato un processo facile e accettato in un ambiente così fissato con l’aerodinamica?”, ha detto Bevin a Stuff.

Gli ultimi diciotto mesi sembrano avvalorare la sua tesi: un mese più tardi arrivò secondo nella cronometro individuale dei Paesi Baschi, appena nove secondi dietro a Roglič; e poi ci sono un altro secondo posto al Tour of California, l’ottavo ai campionati del mondo di Innsbruck, il successo nei campionati nazionali, un quarto al Romandia, un ottavo e un quinto al Giro di Svizzera, un secondo all’ultima Vuelta ancora dietro a Roglič. Quando gli è stato chiesto cosa gli piace delle cronometro, Bevin ha risposto “che non ci sono né nascondigli, né tattiche, né scuse”; quando, invece, qualcuno ha curiosato sulle continue evoluzioni della sua posizione in sella, Bevin è stato chiarissimo: “Non sarò contento finché non avrò vinto”.

I suoi obiettivi per il prossimo anno sono sostanzialmente tre: le due cronometro più importanti – quella mondiale e quella olimpica – e il Tour de France, la gara che lo ha fatto appassionare al ciclismo, “anche se per seguirlo, a causa del fuso orario, dovevo stare sveglio fino a notte fonda”. Il sogno di parteciparvi l’ha realizzato; quella di quest’anno era la sua terza volta, ma è durata poco: cinque tappe, anche perché le due fratture alla settima e ottava costola del lato sinistro non gli permettevano di proseguire. Non solo: Bevin è stato il primo ritirato dell’edizione 2019, dunque fanno due abbandoni consecutivi dopo quello del 2018.

La campagna più fortunata rimane la prima, quella del 2017: nonostante una brutta caduta nella cronometro d’apertura di Düsseldorf, infatti, Bevin arrivò sui Campi Elisi con la soddisfazione d’aver contribuito al secondo posto finale del proprio capitano, Rigoberto Urán. “Voglio lasciare un segno”, aveva detto Bevin alla vigilia. “Voglio tornare a casa con qualche prestazione di cui essere fiero”. I suoi compagni apprezzarono l’approccio, ma soltanto a Parigi capirono il significato delle parole di Bevin: aveva appena concluso il suo primo Tour de France con un dito del piede rotto nella tappa d’apertura.

 

 

Foto in evidenza: @CCC Team, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.