Ritirarsi a ventitré anni: il ciclismo oscuro di Patrick Müller

Patrick Müller, l’incubo del ritiro e la sua voglia di ripartire.

 

L’oscurità ti inghiotte. Guardi in avanti ed è come fare un salto nel buio; guardi indietro e vedi una carriera lunga sedici anni e poi interrotta all’improvviso. Un istante ed eccoti scendere dalla bicicletta per sempre. “Sempre”, una parola che vuol dire tanto, o forse nulla: la prima che gli sarà venuta in mente dopo aver preso quella decisione.

L’oscurità è uno stato d’animo che alimenta la tua ansia. Diventa tangibile quando un attimo prima eri avvolto dalla luce, magari quella dei riflettori, magari quella delle gare vinte, dei complimenti ricevuti; le pacche sulle spalle, quel talento di cui non sai che fartene se quando scendi dalla bicicletta la gamba sinistra ti fa così male che non riesci nemmeno a reggerti in piedi. O se quel dolore ti tiene sveglio la notte. Eccola, dannata oscurità, che ti avvolge come fossi un lupo della steppa.

L’oscurità del pugile, che nasconde le nocche rotte dentro a un guantone e finge di non avere nulla per poter partecipare al prossimo incontro, imbottendosi di antidolorifici. O pensate a cosa può fare la paura della velocità che all’improvviso nasce dentro il pilota di Formula Uno, o gli enigmi che assalgono il running back del football americano con le ginocchia martoriate, che vede la sua vita perdere senso dopo il liceo perché non avrà una borsa di studio per il college. Menti a te stesso per prima cosa; e poi ci sono le notti insonni, l’operazione, le scelte da fare. «Il salto nel buio», lo definisce Patrick Müller il giorno dell’annuncio del suo ritiro, il 14 luglio del 2019.

©B&B HOTELS-VITAL CONCEPT P/B KTM, Twitter

Sceglie di abbandonare quel mondo fatto di bici e agonismo a ventitré anni non perché stufo di fare la vita del ciclista, sia chiaro: girovago lo è sempre stato – «stavo duecento giorni all’anno fuori casa», racconta – e aveva da poco conquistato la sua prima, unica e per forza di cose più importante, vittoria in carriera, la Volta Limburg.

La corsa arrivava alla vigilia di uno dei suoi appuntamenti preferiti, il Giro delle Fiandre, che nel 2018 aveva corso sia come professionista che come Under 23; ma la sua squadra per il 2019 decide di dirottare il suo ragazzo svizzero in Olanda per disputare una semiclassica di quelle che meriterebbe di essere maggiormente valorizzata, che di solito premia corridori adatti a un certo tipo di percorso – nervoso, ostico, caratterizzato dai tipici “berg”. E Patrick Müller, con quel suo carattere tranquillo, amabile e in antitesi con quel tracciato, si sposa perfettamente a gare del genere.

Ha dimestichezza con la guida della bici e non ha paura di esporsi faccia al vento. E poi, l’assenza di squadre World Tour trasforma la corsa in una diatriba senza regole con nomi da appuntarsi per il futuro: quello di Patrick Müller è uno di questi. Una lunga volata sul ciottolato di Eijsden e il fotofinish lo vede vincente su Justine Jules, partito lungo, forse lunghissimo. «Rimbalzavo sulle pietre e rallentavo a ogni metro», racconta il francese della Wallonie-Bruxelles subito dopo aver tagliato il traguardo; mentre Müller, leggero come il vento, trovava modo di superarlo proprio sulla linea. Più che il biglietto buono preso alla lotteria, quel gesto atletico dava l’impressione di essere l’inizio della storia di un corridore capace di poter diventare protagonista nelle corse di un giorno, di ogni genere e difficoltà.

La sua squadra, la francese Vital Concept, lo aveva scritturato al termine del suo periodo di stagista del 2017 perché intravedeva in quel ragazzo «colto, curioso, attaccante nato, completo, poliglotta», come veniva definito sul sito della squadra, l’uomo giusto. Al Giro del Belvedere del 2016 arriva uno dei suoi successi più importanti, quando tra gli Under 23 correva con la BMC Development – squadra americana ma dall’animo svizzero.

©Patrick Müller, Twitter

Quel giorno, Müller si presentò al via fisicamente tirato: faccione allungato, occhi giganti, capelli biondissimi, dentro un body da campione nazionale che gli calzava a pennello. Al termine di una gara combattuta mise in fila allo sprint Nicola Bagioli, Rumac, Vendrame, Fabbro, Geoghegan Hart. Futuri colleghi, futuri protagonisti più o meno annunciati dell’infame mondo agonistico delle biciclette da corsa. Quel dolore alla gamba, però, né al termine della Volta Limburg né al termine del Giro del Belvedere aveva mai smesso di ricordargli quanto mesta possa essere l’esistenza.

E così, al suo primo anno da professionista, nel 2018, decide di farsi operare all’arteria illiaca dopo decenni di dolore («un problema che mi ha accompagnato per tutta la carriera, sin da ragazzino») e dopo esserci andato giù pesante con il programma delle corse. Prende il via e conclude nel giro di un mese: Het Nieuwsblad, E3 Harelbeke, Gand-Wevelgem, Giro delle Fiandre, Freccia del Brabante e anche con piazzamenti dignitosi; prende il via senza portare a termine: Dwars door Vlaanderen, Ronde van Drenthe, Amstel Gold Race e Freccia Vallone. Infine, dopo il Tour du Jura disputato sempre nel mese di aprile, decide di fermarsi.

Torna in corsa tre mesi dopo, giusto in tempo per infittire nuovamente il calendario e provare a vedere come va con quella gamba, giusto in tempo per aiutare un suo compagno di nazionale, l’altrettanto talentuoso Hirschi, a vincere il mondiale Under 23 di Innsbruck. Lui chiuderà nono su un percorso così duro che di più non si poteva.

E nel 2019 si parte di nuovo a tutta e il calendario è di nuovo intenso così come lo sono i dolori alla gamba. Dopo aver vinto in Olanda, prova a sopportare ancora qualche mese quel fastidio che poi ritornava a essere dolore vero e proprio. Il 14 luglio decide di lasciare per sempre il ciclismo, affidandosi a un comunicato stampa attraverso i suoi canali social. Un messaggio di commiato con la promessa di dare tutto, per quei mesi, da lì alla fine; un ringraziamento verso quel mondo che gli ha tenuto compagnia dall’adolescenza al mondo adulto; infine, il desiderio di proseguire con gli studi in Legge ed Economia.

©B&B HOTELS-VITAL CONCEPT P/B KTM, Twitter

In un documentario che immortala gli ultimi mesi di carriera, girato pochi giorni prima della sua ultima corsa, il Giro di Lombardia, si vede Patrick Müller a suo agio a casa mentre si prepara per un giro in bicicletta dalle sue parti, Schaffhausen. Il ragazzo racconta di come a breve avrebbe proseguito con i suoi studi, di come sopra ogni cosa ami divorare libri e di come abbia sempre preferito leggere per concentrarsi, alla vigilia di una corsa, rispetto ai suoi compagni di squadra, sempre chiusi in loro stessi con musica, telefonini e cuffiette. «Anche quando tornavo a casa dagli allenamenti, i miei momenti di relax erano scanditi dalla lettura dei quotidiani», spiega.

Ora, in quella sete di conoscenza potrà trovare la giusta consolazione al suo ritiro. Potrà divorare Hesse, Melville e Conrad, inseguendo tra quelle pagine la luce dopo l’oscurità; e poi via ancora, salirà su quella bici per comprarsi il giornale e godere di quello che non ha mai apprezzato mentre si formava come ciclista.

Quella bicicletta che gli ha tenuto compagnia per sedici anni non racconterà più la storia di un corridore, dentro i quotidiani non vedrà più una sua foto mentre taglia il traguardo a braccia alzate, ma potrà sempre immaginarselo; potrà raccontare la storia di un ragazzo che a ventitré anni ha dovuto abbandonare il ciclismo; la storia di un ragazzo in costante lotta tra oscurità e luce, dolore e rinascita. Potrà raccontare il ciclismo di Patrick Müller, che a soli ventitré anni ha dovuto dire basta, ma che almeno si è preso il lusso di farlo con le parole di Herman Hesse: «Alcuni pensano che tenere duro renda forti, ma a volte è lasciarsi andare che lo fa».

 

 

Foto in evidenza: ©Patrick Muller, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.