Patrick Sercu era un’ellisse d’argento

Patrick Sercu, il Re delle Sei giorni, s’è spento a settantaquattro anni.

 

Nel ciclismo c’è una razza dura da digerire, razza folle e senza scrupoli che sgomita e saetta nel budello finale di strada, come se la vita non contasse più e valesse addirittura la pena sacrificarla pur di prendere il volo, ruote e telaio, negli ultimi cento metri prima del traguardo.
Ma lui non era così, era un velocista atipico nel carattere, fortissimo ugualmente quando spuntava all’improvviso e teneva la linea diritta senza sbavature. Limpido e velocissimo; chi ha avuto il privilegio di vederlo correre afferma che non ve ne fossero di così corretti. E lui, Patrick Sercu, sosteneva che nel ciclismo il corridore fosse solo di passaggio, un po’ come nella vita, e che non si dovessero rendere le cose ancora più pericolose di quanto già non lo siano in questo folle sport.

La razzaccia meravigliosa e irregolare dei velocisti annuiva agli ammonimenti del collega ‘gentiluomo’; dalla volata dopo riprendevano a gettarsi all’orizzonte, come branco impazzito di lupi. Eppure spesso se lo ritrovavano lì, piombato sul drittone come un angelo, mentre saettava nei grandi boulevard del Tour – sei vittorie e la verde fino a Parigi nel ’74. O nelle sue tredici tappe al Giro. Già, ma Sercu macinava anche le pietre, tra innumerevoli piazzamenti nelle classiche del pavé e una sola (per le sue qualità) portata a casa: la Kuurne-Bruxelles-Kuurne del ’77.
Basterebbe questo palmarès per consegnarlo alla storia come un cavallo di razza del ciclismo; eppure tutto ciò va in secondo piano e sfuma, scompare. Si abbuia persino il mitico Giro di Sardegna del 1970, quando si impose dopo un meraviglioso duello con Eddy Merckx. Tutto scompare perché la strada per Sercu sembra quasi un diversivo, qualcosa per riempire la primavera poiché la passione per le corse ti brucia a tal punto che non si può star fermi. Perché è dentro la pista che il suo nome si fa leggenda.

@David Guénel, Twitter

È il 1912. Odile Defraye è il primo belga a vincere il Tour de France e con la somma ricevuta in premio, al ritorno a casa si compra un taverna a Izegem, nelle Fiandre Occidentali. Ovviamente la passione per la bici resta, cosicché nel giardino di fianco all’osteria ci fa costruire un velodromo di centosessantasei metri.
Passano quasi cinquant’anni e l’usura del tempo ha reso la pista tutta buche, coi bordi di marmo franati, al limite dell’agibilità. Qualcuno però ci va ancora; tra questi c’è Albert Sercu, deciso a iniziare il figlioletto al ciclismo. Albert era stato un grande corridore, mancato però in una sola dote: nella velocità. Quel punto debole del padre si fa cruccio nella testa del ragazzino, mentre il genitore gli racconta dei Mondiali su strada del 1947: lo scaltro olandese Middelkamp lo aveva beffato proprio allo sprint. Ecco allora che il figlio Patrick si affina proprio lì, in quella velocità che eleva il corridore a un qualcosa di simile alla macchina e che va oltre l’umano; da Albert impara l’equilibrio, la linea ottimale da tenere in curva, i rapporti da tirare. E come si sprinta, appunto.

Poi va da solo Patrick, anzi vola. E un grande volo è la sua carriera ventennale stellata di trionfi; quasi viene a noia citarli da quanti sono. Eppure va fatto, se non altro per restare increduli: a diciannove anni il campionato belga della velocità dilettanti e quello mondiale. Anno dopo, 1964, Bruxelles e il record del chilometro con partenza da fermo su pista coperta, identica prova dove vinse l’oro alle Olimpiadi di Tokio. Celebri e ineguagliate le ottantotto Sei giorni vinte che gli valgono il soprannome di Re in quella competizione, senza dimenticare i diciotto titoli di campione d’Europa nelle varie specialità. E poi quelli mondiali del ’67 e ’69 nella velocità. Un fuoriclasse puro e inarrivabile, insomma.

Patrick Sercu è morto ieri a 74 anni. Chissà se prima di partire gli è tornata alla mente la prima Sei giorni vinta nella sua adorata Gand, in coppia con l’amico amico di sempre, quel Cannibale già citato e col quale ha formato, parola sua, la coppia migliore. Eddy era il compagno ideale: “Lui la forza, io la velocità”.
O magari ha pensato al babbo e alla sua vecchia pista fiamminga tutta buche dove è nata una stella. O invece un pensiero proprio alle stelle, al firmamento dei ciclisti che lo attendeva. E ai pianeti che fuggono soli e imprendibili per ellissi d’argento, simili a corridori sulla pista. Simili a Patrick Sercu.

 

Foto in evidenza: @DH Cyclisme, Twitter