Pavel Sivakov e l’arte della pazienza

Sivakov ha dato un assaggio delle sue qualità anche tra i professionisti.

 

Nell’ultima tappa del Tour of the Alps, Pavel Sivakov taglia il traguardo raggiante, mettendo in mostra la sua faccia da caratterista da film d’azione, lui che nell’azione come ha sempre dimostrato sin dalle categorie giovanili, ci sta benissimo. Da protagonista principale. La sua corsa fra Austria e Trentino è stata nobile, impreziosita dal primo successo in carriera tra i grandi e la capacità di rispondere non a uno, ma almeno a una decina di attacchi portati da Nibali in quattro giorni: il miglior Nibali da diversi anni a questa parte.

Oltre al pregio di aver mostrato anche alla platea più generalista le sue qualità – forte sul passo, fortissimo in salita dove agli attacchi devastanti tipici degli scalatori, preferisce la progressione – c’è anche quello di aver regalato al Team Sky l’ultimo successo in una corsa a tappe. Gara con un parterre minore anche rispetto al recente passato, ma dominata con piglio da leader, con Froome totalmente al suo servizio (e chissà se diventerà un’abitudine la prossima stagione) e con un altro rampollo di casa come Tao Gheoghegan Hart, a sua disposizione.

Poliglotta: parla inglese, francese, olandese, russo e italiano. Cosmopolita: genitori russi ex ciclisti, nato in Italia ai tempi in cui papà Alexei, che tra i professionisti non ha mai vinto, correva con la Roslotto-ZG. Cresciuto ciclisticamente in Francia, corre con la nazionalità di padre e madre, ma ha anche passaporto transalpino e sogna – o almeno sognava – di correre un giorno per quella nazionale. Fisico statuario, quasi centonovanta centimetri di altezza, paura di nessuno come il cucciolo che si fa forza nel branco e che branco quello del team Sky. Che tra pochi giorni si schiererà al via del Giro con un pacchetto per le montagne che oltre lui e Bernal, comprenderà anche Geoghegan Hart e Sosa.

Sivakov sul palco del Tour of the ALps (foto ©Claudio Bergamaschi)

Pavel Sivakov è corridore completo, ma la sua indole da attaccante lo differenzia da molti altri corridori adatti alle corse a tappe.  Passato professionista come predestinato del pedale, la prima stagione e i primi mesi del 2019 d’apprendistato stavano già facendo storcere il naso ai suoi, numerosi, suiveur. Il leitmotiv delle accuse alla gestione della Sky suonava più o meno così: “Dovrebbe essere lasciato libero di correre, dovrebbe essere capitano se non seconda punta intanto nelle brevi corse a tappe, perché solo così si diventa grandi corridori. A lavorare per gli altri e basta perdi motivazioni e abitudine a correre per vincere, non sviluppi ulteriormente le tue caratteristiche. Oltretutto un corridore come lui abituato ad attaccare, vede imbrigliato dal gioco della Sky il suo potenziale”. Sivakov lo scorso anno e in questo inizio di stagione ha avuto pazienza, ha lavorato per gli altri, tatticamente relegato a un ruolo di terzo o quarto uomo, ma appena ha avuto l’occasione ha dato prova del suo valore anche tra i grandi.

Nelle categorie giovanili il talento lo sfoggia da subito vincendo una gara a tappe in Austria davanti a due ritenuti il futuro del ciclismo belga, Lambrecht e Vanhoucke, che diverranno anche nelle stagioni successive fra i principali rivali, e qualche tempo dopo vince il Giro delle Fiandre Junior: siamo nel 2015 e Sivakov ha da poco compiuto diciotto anni. Sale di categoria e su di lui cresce l’attesa. Nonostante la vittoria nella corsa fiamminga (ma quante volte vi abbiamo detto che quelle corse lasciano il  tempo che trovano), dimostra maggiore propensione per le classiche vallonate, ma soprattutto per le corse a tappe, viste le doti di resistenza (parlare di fondo, ma soprattutto recupero è ancora prematuro), di forza sul passo e in salita e mettendo in mostra capacità, voglia di attaccare e di accendersi all’improvviso e dalla distanza, come sapevano fare i campioni del passato.

Nella prova a cronometro tra gli Under 23 del mondiale di Bergen è tra i candidati a una medaglia, ma la sua è stata una stagione lunga e logorante: finirà undicesimo a quasi 2′ da Berg, oro e a oltre trenta secondo dal bronzo di Ermenault (Foto Løken CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

Nel 2016 sale tra gli Under 23 nella BMC Devolopment punto di riferimento in quelle stagioni del movimento giovanile: arriva secondo alla Liegi-Bastogne-Liegi, battuto solo dall’americano Owen e quindicesimo alla Parigi-Roubaix,  ma è al Giro della Valle d’Aosta che inizia a mostrare il suo potenziale in salita nelle gare a tappe. Finisce secondo nel durissimo arrivo di Piani di Tavagnasco sconfitto da Schachmann, di due anni più grande, e dopo essere andato in fuga a oltre quaranta chilometri dall’arrivo col tedesco. Al traguardo sarà il più giovane in top ten, così come lo sarà nella classifica finale dove chiuderà ottavo. Un mese dopo è al via del Tour de l’Avenir: il suo miglior risultato sarà il terzo posto con arrivo in salita a Les-Carroz-d’Arâches vinta dal colombiano Rodriguez. La classifica finale del “Tour dei giovani” la vince Gaudu, quarto arriva Bernal, sesto Geoghegan Hart, Sivakov è undicesimo e rimanda alla stagione successiva la sua consacrazione tra i più giovani.

L’anno dopo infatti è tempo di affrescare capolavori. Il Giro d’Italia lo fa conoscere al grande pubblico, ma prima c’è tempo per ottenere piazzamenti al Fiandre under 23 (dodicesimo) e una settimana dopo alla Liegi (ventiduesimo). Stravince la Ronde de l’Isard, breve gara a tappe tra i Pirenei e corsa punto di riferimento per la categoria: attacca nella prima tappa che viene cancellata per condizioni meteo avverse; domina la seconda con arrivo a l’Hospice de France lasciando Lambrecht a 1’17”; come un nobile padrone lascia al belga il giorno dopo il traguardo della tappa di Plateau de Beille e nella quarta frazione si prende il lusso di vincere come i dominatori del ciclismo passato. In maglia di leader Sivakov attacca in discesa a oltre cinquanta chilometri dalla conclusione e vincerà davanti a Knox, Antunes e al terzetto belga Lambrecht, Cras, Vanhoucke con quasi un minuto di vantaggio; il settimo arriverà a oltre quattro minuti.

Poche settimane dopo vince il Giro Under 23, non un’edizione qualsiasi: è quella del ritorno in calendario fortemente voluto da Davide Cassani dopo cinque anni di assenza. È uno dei favoriti e si divide il fardello con tanti corridori di ottime qualità: da Powless, ai corridori della Mitchelton mattatori nelle corse italiane, da Padun ai colombiani, fino all’italiano Conci. Non vince nessuna tappa, ma la costanza lo fa svettare in maglia rosa dalla terza frazione fino all’ultima, resistendo agli attacchi degli australiani in particolare quelli di Hamilton e Hindley che finiranno dietro di lui sul podio a una manciata di secondi. Sazio? Nemmeno un po’. È tempo di Giro della Valle d’Aosta, quattro settimane dopo la rosa, è tempo di imprese come quella del quarto giorno nella conclusione di Breuil-Cervinia.

Sivakov insegue in classifica, si vocifera non sia al meglio o che sia in gara principalmente per preparasi al grande obiettivo stagionale: il Tour de l’Avenir. In mattinata si mostra tranquillo, faccia distaccata. Un grande bluff oppure quelle opere che vengono bene strada facendo? Fatto sta che con la sua BMC distrugge il gruppo, in una tappa dal profilo altimetrico e dalla lunghezza degna di una tappa da Grande Giro. Saltano tutti, compreso Giovanni Carboni leader della classifica che era rimasto in un primo momento davanti, in compagnia dei quattro BMC promotori dell’azione decisiva: Sivakov, Cras, Hirschi e Müller. Sivakov si ritrova sul Col St. Pantaléon, a oltre trenta dall’arrivo, da solo, davanti a tutti a scandire il ritmo e a distanziare compagni e avversari. Scollina con 1’15” su Lambrecht e sull’ultima salita gestisce le forze vincendo con quasi un minuto e mezzo sul solito belga e con distacchi da corridore di una categoria superiore su tutti gli altri.

L’opera più importante della sua giovane carriera Pavel Sivakov la vuole realizzare al Tour de l’Avenir, il mese successivo. Il corridore in maglia russa ambisce a un filotto di successi clamoroso,  e si divide i favori dei pronostici con Egan Bernal, che corre già con i professionisti, ma viene selezionato dalla Colombia per conquistare l’ambita corsa. I due preparano la battaglia: sono purosangue in mezzo a illegittimi, due Formula 1 contro utilitarie. Il primo giorno di montagna però, il russo salta: “Non so cosa sia successo, semplicemente non sono un robot“, conosce per la prima volta, dopo una stagione perfetta, il sapore di fiele della sconfitta, della débâcle, oltretutto sul suo terreno preferito. Si arriva a Hauteluce-Les Saisies, tappa corta e infida che arriva dopo sei tappe e un giorno di riposo. Bernal stravince, Sivakov cede quasi sette minuti. Bestia ferita, il russo il giorno dopo va subito in fuga, ma le gambe e i pensieri sono ancora catrame fresco steso sull’asfalto: le sue sono prove generali per il successo nelle ore seguenti. Ad Albiez-Montrond, ultima tappa, realizza un’altra grande impresa. Frazione corta, ma con il Col de la Madeleine.  Proprio sulla storica salita Sivakov attacca prima con altri ribelli (tra cui Carboni), poi resterà con il solo Powless. Sugli undici chilometri di salita finale però, dopo pochissimi metri Sivakov si sbarazza dell’avversario e vincerà con due minuti e mezzo di vantaggio sul secondo. “Zitti tutti“, fa segno al traguardo.

Il giorno dopo arriva la chiamata del Team Sky per passare professionista nel 2018: difficile dire di no. Dopo l’apprendistato nella scorsa stagione, il presente ora è conosciuto e il resto della storia deve ancora essere scritto. Magari iniziando già dal Giro d’Italia.

Foto in evidenza: © Claudio Bergamaschi

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.