Storia di uno dei più grandi corridori del ciclismo moderno.

 

 

“La primavera è la stagione ciclistica che preferisco”, disse Philippe Gilbert a Cycling Today nel 2017. Se la risposta è banale, molto spesso è colpa della domanda: come si fa a chiedere a Gilbert qual è la sua stagione preferita? È dall’inizio della sua carriera che trascorre ogni inverno pensando alle classiche, alle pietre, alle Ardenne. Lo scorso inverno è stato l’ennesimo scivolato via nella stessa maniera. Tuttavia, una rarità nella parabola di Gilbert, i dubbi superavano di gran lunga le certezze.

Il bottino del 2018 non era stato così soddisfacente: una sola vittoria al Gran Prix d’Isbergues, alcuni piazzamenti prestigiosi – terzo al Giro delle Fiandre, secondo nella prova in linea dei campionati belgi e ad Harelbeke, quinto alla Omloop Het Nieuwsblad, ottavo alla Parigi-Tours – e un brutto infortunio rimediato al Tour de France. Stava affrontando la discesa del Portet-d’Aspet e la velocità con la quale stava scendendo non coincideva con la sua conoscenza della strada: in sostanza, tagliò una curva sinistra, impattò contro un muretto e si perse nella scarpata sottostante.

Siccome lungo la discesa del Portet-d’Aspet morì Fabio Casartelli, ogni volta che succede qualcosa del genere da quelle parti si teme il peggio. Dopo qualche minuto d’angoscia, Gilbert venne inquadrato: era ferito e dolorante, ma in piedi; cosciente, insomma, e tutt’altro che intenzionato ad abbandonare la corsa. Al traguardo mancavano sessanta chilometri e lui li avrebbe percorsi. Arrivò centoquarantaduesimo – nemmeno ultimo, dato che cinque colleghi arrivarono dopo di lui -, salì sul podio per ricevere il numero rosso di corridore più combattivo di giornata e ufficializzò il ritiro.

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Toon Cruyt, il responsabile medico della Quick Step Floors, fu categorico: “Sarebbe ovviamente senza senso fargli continuare il Tour. Ha un’emorragia al ginocchio, con tanto di interessamento dell’articolazione, dei muscoli e del legamento laterale. Si sta accumulando del sangue sull’articolazione e ovviamente questa non è una buona notizia. Fin quando stava pedalando non ha avuto niente ma una volta messosi a camminare ha iniziato ad avere problemi”. Alle ventidue e trenta, dall’ospedale di Tolosa arrivò il comunicato con l’esito definitivo degli esami: frattura nella parte laterale della rotula del ginocchio sinistro. Gilbert aveva pedalato gli ultimi sessanta chilometri di una tappa del Tour de France con un problema fisico che avrebbe costretto all’immobilità per diverse settimane la stragrande maggioranza delle persone.

Preparare una stagione esigente come quella delle classiche a trentasei anni non è la stessa cosa che farlo a ventotto; e con il lascito dell’infortunio, poi. Nei primi mesi del 2019, Gilbert è un corridore appesantito: vince la terza tappa del Tour de la Provence, ma per il resto deve accontentarsi dell’ottavo posto alla Omloop Het Nieuwsblad e del terzo nella seconda tappa della Parigi-Nizza. Alla Milano-Sanremo e ad Harelbeke lavora per propiziare le vittorie di Alaphilippe e di Štybar, mentre alla Gent-Wevelgem la Quick Step si squaglia. L’obiettivo diventa quindi il Giro delle Fiandre. Tuttavia, nella notte che precede la corsa, Gilbert rimane più in bagno che a letto, perde troppi liquidi e in gara è un fantasma. In un primo momento viene messa in discussione persino la sua partecipazione alla Parigi-Roubaix che si corre una settimana più tardi.

E invece, pur trovandosi nel momento di massima difficoltà fisica, Gilbert ha dimostrato una lucidità disarmante. Per non compromettere la sua presenza alla Parigi-Roubaix, preferisce scendere a patti col proprio orgoglio e ritirarsi dal Giro delle Fiandre, nonostante il ritiro sia un’eventualità che Gilbert ha sempre voluto rimandare il più possibile – nel corso della sua carriera, infatti, ha preso il via a cinquantacinque classiche monumento terminandone quarantanove. Il mercoledì successivo, per ritrovare se stesso, inforca la bicicletta e si allena in solitaria nell’entroterra vallonato di Nizza, quelle che nell’ultimo decennio sono diventate le sue zone, dato che vive nel Principato di Monaco dal 2009. Dopo sei ore e circa duecento chilometri, Gilbert torna a casa soddisfatto e ringalluzzito: i malanni del Giro delle Fiandre sono scomparsi.

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I fatti della Parigi-Roubaix 2019 non hanno bisogno di molti commenti: un ricordo non solo fresco, ma anche uno dei più belli dell’intera stagione.

I momenti decisivi diventano decisivi proprio perché lo decide Gilbert.

Gilbert che attacca, Gilbert che schianta gli avversari uno ad uno all’infuori di Politt, Gilbert che batte Politt in volata. “Ho attaccato con lui perché è fatto come me, non fa molti calcoli: è generoso e coraggioso, lo stimo molto. Oggi meritavamo entrambi la vittoria”, dice Gilbert nella conferenza stampa riservata al vincitore.

Sul traguardo piangono tutti, improvvisamente la Parigi-Roubaix sembrava esistere soltanto per essere conquistata da un corridore come Philippe Gilbert – e forse, a ben vedere, è sempre stato così. Piange Gilbert, con le rughe intorno agli occhi impolverate dalla gloria dell’ennesimo sogno realizzato; piangono i suoi compagni e le compagne dei suoi compagni, perché la grandezza la possono intuire tutti; e piange Patrick Lefevere, il general manager della Quick Step, l’uomo che ha creduto in Gilbert più di chiunque altro. “Come fai a non commuoverti quando vedi piangere un ragazzo che nella sua carriera aveva già vinto tante corse importanti?”, spiegava Lefevere a Cyclingnews. “Davanti c’era anche Lampaert, potevamo giocarcela diversamente: che so, puntare sul suo spunto veloce, provare ad innervosire Politt. Ma non c’è stato niente da fare: non puoi chiedere ad un corridore come Gilbert di aspettare”.

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Familiarizzare con la vittoria

Philippe Gilbert non ha avuto molta voce in capitolo nella scelta del suo destino. È vero, lo ha propiziato allenandosi, vincendo e vivendo per il ciclismo, indubbiamente questo gli va riconosciuto. Ma per il resto, a lui è bastato guardarsi intorno e ascoltare quello che il contesto gli suggeriva. Prima di tutto quello geografico: Remouchamps, il paese in cui è cresciuto, dista quaranta chilometri dal Muro di Huy, settanta dal Cauberg, uno e mezzo dalla Redoute. Poi, secondario per modo di dire, quello familiare: Jean, suo padre, era uno dei sei figli di una giovane vedova; amava lo sport, frivolezza imperdonabile in una famiglia numerosa e povera, e infatti fu costretto a rimanerne un semplice appassionato in cerca di un altro modo per guadagnarsi la giornata.

È per questo che non ha mai tappato la vena sportiva dei figli: anzi, la incentivava ogniqualvolta gli era possibile. “Non avevamo molti soldi, ma una buona parte di quelli che entravano in casa nostra andavano a finire nello sport”, ha raccontato.

Lo sport, nello specifico, è il ciclismo.

Christian, il fratello maggiore, è stato un buon dilettante, ma non ha mai avuto la maturità necessaria per intraprendere come si deve la carriera sportiva.

Grazie alla presenza del padre e del fratello, Gilbert inizia a pedalare e ad imboccare la strada della Redoute sempre più spesso. È una dichiarazione d’intenti. La sua adolescenza è già pregna di ciclismo. La scuola ha un ruolo marginale: frequenta e studia quel tanto che basta per passare l’anno, per non avere rogne, per potersi dedicare alla bicicletta senza ulteriori pensieri. Lo studente è l’antitesi del corridore: tranquillo, silenzioso, distaccato. Uno dei tanti.

Tutto sembra spingere Gilbert verso le corse d’un giorno. Non soltanto la predestinazione geografica, ma anche i modelli che lo emozionano di più (Bartoli, Boogerd, Museeuw, Rebellin) e le sue caratteristiche tecniche: è veloce, in salita sa il fatto suo e il suo marchio di fabbrica è uno scatto bruciante che non ammette repliche. Gilbert non può non rendersi conto del suo valore: prima vince le corse paesane, poi quelle provinciali, poi quelle regionali.

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In una prova internazionale riservata ai dilettanti, La Côte Picarde, Gilbert mette in mostra tutto il suo repertorio: vuole tenere alto il ritmo e non si accorge d’aver messo in fila indiana il gruppo; disperde gran parte dei rivali approfittando del vento; rimane l’unico rappresentante di una fuga a quattro durata centoventi chilometri; viene ripreso dal gruppo sulla penultima salita, attacca di nuovo sull’ultima e nella volata di gruppo conclude nono. All’arrivo gli tirano le orecchie per le troppe energie spese, una costante della sua carriera. Comunque qualcuno sembra aver apprezzato: Marc Madiot lo porta alla FDJ e lo fa debuttare tra i professionisti.

Dopo aver sacrificato gli studi d’agraria e la passione per la pesca, Gilbert deve sacrificare anche le ambizioni personali. Nel 2003, la sua prima stagione tra i professionisti, Gilbert ha solo vent’anni e ne avrebbe compiuti ventuno soltanto il 5 luglio. Un po’ di apprendistato è lecito. A svezzarlo ci pensano Baden Cooke e Bradley McGee, i quali vincono una tappa a testa al Tour de France 2003 – Cooke vincerà anche la maglia verde.

Gilbert non partecipa a quell’edizione della Grande Boucle, ma è contento di lavorare per due capitani del genere: essendo australiani, vivono il ciclismo in maniera più rilassata rispetto ai colleghi europei. In più, non sono anziani: McGee ha ventisette anni, Cooke arriva a malapena a venticinque. Aiutano volentieri i più giovani, li seguono, condividono con loro paure e consigli. Gilbert finisce nel treno di Cooke, il velocista riconosciuto, ma in alcune circostanze l’uomo a cui tirare la volata è McGee, pericoloso negli sprint a ranghi ridotti. Gilbert sarà sempre riconoscente ai due.

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Per spiegare come avviene il processo di crescita di un corridore – o meglio, spiegando come si è articolato il suo -, Gilbert ha sempre rimarcato l’importanza del coinvolgimento. La vittoria è fondamentale, si capisce, ma è soltanto l’ultimo gradino, uno dei tanti anelli di congiunzione. Secondo Gilbert, infatti, un corridore cresce stringendo i denti, scegliendo di non rialzarsi dopo aver svolto il proprio compito per la squadra, provando a rimanere col gruppo dei migliori, tentando di arrivare ogni volta più vicino al vincitore.

Chiamatelo come preferite: prendere le misure, trovarsi nel cuore della corsa, familiarizzare con la vittoria. È esattamente questo il percorso di Gilbert: diventa capitano dopo essere stato gregario e apripista, allena l’intuito e la pazienza per quando arriverò il suo momento, accumula informazioni sui percorsi, sulle squadre e sui corridori.

E inizia a vincere.

In sei stagioni alla FDJ, Gilbert colleziona diciannove vittorie: non sono molte, ma sono prestigiose e indicative. Nel 2003 si limita ad una tappa al Tour de l’Avenir e nel 2004 ad una del Tour Down Under, ma a partire dal 2005 il suo palmarès si fa più interessante: vince cinque volte, togliendosi lo sfizio di anticipare Rebellin tanto al Tour du Haut Var quanto nella seconda tappa del Tour Méditerranéen – è bene ricordare che soltanto l’anno prima Rebellin era diventato il primo corridore della storia a vincere Amstel Gold Race, Freccia Vallone e Liegi-Bastogne-Liegi nella stessa stagione, ovvero nel giro di una settimana.

Delle sei stagioni, quella del 2007 fu la peggiore: Gilbert vinse soltanto la prima tappa del Tour du Limousin e avendo ormai venticinque anni era chiamato a dare qualcosa di più. Ma c’era una spiegazione. Un giorno, a Gilbert cadde l’occhio su una macchia scura che non ricordava d’aver mai visto sulla sua gamba sinistra. Il dottore fu irremovibile: va levata e in fretta. Dieci giorni dopo l’operazione, il responso: non si tratta di melanoma, come si era temuto in un primo momento.

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“È una delle forme peggiori che il cancro possa assumere. Ho avuto molta paura”, disse Gilbert a Velonews un anno più tardi. Anche Bäckstedt e la Neben ebbero un problema simile in quegli stessi anni e anche loro, come Gilbert, fortunatamente ne uscirono bene. Considerando il sole e l’aria tutt’altro che salubre che entrano in contatto con la pelle di un ciclista, la categoria è particolarmente esposta. Da un punto di vista prettamente sportivo, la stagione di Gilbert ne risentì e non poteva essere altrimenti. Senza quell’intoppo, la sua consacrazione sarebbe potuta arrivare con un anno d’anticipo.

Nel 2006 e nel 2008, l’ultima annata alla FDJ, Gilbert è un battitore libero estremamente pericoloso: vince una tappa al Delfinato e una al Tour of Benelux, due edizioni della Omloop Het Nieuwsblad, una del Grand Prix de Wallonie, una del GP de Fourmies e una della Parigi-Tours. Tra successi di primo e di secondo piano, il totale ammonta a dieci: ma non è il numero, bensì il piglio grazie al quale Gilbert diventa uno degli uomini da classiche più temuti.

Al Delfinato vince con oltre cinque minuti di vantaggio su tutti gli altri, risultando il più forte tra i membri di una fuga partite nelle prime battute di gara; il successo gli permette anche di vestire per due giorni la maglia di leader. Alla Parigi-Tours 2008, la penultima gara corsa con la FDJ, scava il solco sull’ultimo strappo, raggiunge Vogondy e Delage in avanscoperta proprio per fungere da punto d’appoggio e anticipa la volata del gruppo di qualche secondo appena.

La vittoria più significativa, tuttavia, rimane quella conseguita alla Omloop Het Nieuwsblad nel 2008: sul primo pavé stagionale, Gilbert attacca a cinquanta chilometri dall’arrivo, cogliendo impreparati corridori come Nuyens, Boonen, Hushovd, Bettini, Cancellara e Devolder, e taglia il traguardo con un minuto scarso su Nuyens e uno abbondante su Hushovd.

A ventisei anni, Gilbert sente che è arrivato il momento di scommettere su sé stesso e di mettersi in proprio. Sarà sempre debitore alla FDJ: oltre ad avergli insegnato molto, gli ha dato la possibilità di diventare un ciclista professionista e di fare esperienza lontano dalle pressioni dell’ambiente belga, sempre così esigente coi suoi talenti più cristallini. Adesso, a ventisei anni compiuti, Gilbert è pronto per tornare in patria.

Re Filippo

Persi Van Petegem e McEwen, la Silence-Lotto si era ritrovata con un po’ di spazio a disposizione e la possibilità, per certi versi la necessità, di colmarlo con un innesto possibilmente adatto alle classiche. La squadra era di per sé ottima, niente da dire: Van Avermaet, Roelandts e Vanendert avevano già dimostrato le loro qualità nonostante i ventiquattro anni; Vansummeren e Hoste formavano una coppia pericolosa in vista del Giro delle Fiandre e della Parigi-Roubaix; Aerts, Brandt e Wegelius erano tre gregari di prim’ordine; e infine, Van Den Broeck sembrava poter apprendere ancora tanto sulle grandi corse a tappe frequentando la scuola di Evans, il capitano della squadra. Tuttavia, per quanto valida e completa, alla formazione belga mancava l’uomo in grado di lottare per la vittoria sulle Ardenne. Evans era un’ottima alternativa, ma l’occasione di ingaggiare un corridore fresco e arrembante come Gilbert andava colta senza riserve.

Gilbert, dal canto suo, non poteva sperare di meglio. Prima di tutto si trasferì nel Principato di Monaco, dove vive ancora oggi. Una scelta dettata anche dal fattore economico, non lo ha mai nascosto, ma vantaggiosa anche da un punto di vista prettamente sportivo: la possibilità di allenarsi su strade tenute in un certo modo, la varietà di percorsi a disposizione, una stagione spesso e volentieri clemente se non addirittura mite.

Il trasferimento nel Principato va interpretato anche in un’altra maniera: l’impegno economico che lo stesso Gilbert prende lascia presupporre che il belga si aspetta molto dal suo futuro. Di più: Gilbert non teme un passo indietro perché è intimamente sicuro di sfondare.

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A stimolare lui e la sua squadra c’è anche la concorrenza. L’altra grande realtà belga del circuito è la Quick Step e, va da sé, bisogna renderle la vita difficile tutte le volte in cui è possibile farlo. Non è detto che tra due formazioni debbano esserci per forza degli screzi. È una delle leggi non scritte dello sport e del tifo: rappresentare lo stesso paese e puntare agli stessi obiettivi basta e avanza per impancare e fomentare una rivalità. A volte, affinché una cosa esista, è sufficiente crederci.

Alla Lotto non pare vero: contrastare la Quick Step di Boonen con il corridore belga più promettente, e di due anni più giovane rispetto al leader della Quick Step. Non basta: siccome Boonen è fiammingo e Gilbert è vallone, la sfida si tinge di un’ulteriore sfumatura. Gilbert e Boonen, vuoi per carattere vuoi per interessi divergenti, avranno sempre un bel rapporto. Quando Gilbert finirà all’ospedale per la caduta nella discesa del Portet d’Aspet, Boonen sarà uno dei primi ad andare a trovarlo e a consolarlo. Si rispetteranno sempre, anche nei momenti di maggiore tensione.

Il nuovo status raggiunto da Gilbert è lampante fin dal 2009, la sua prima stagione alla Lotto. Finalmente conquista una frazione in un grande giro, vincendo ad Anagni la ventesima tappa del Giro d’Italia, dopo aver disputato una primavera sontuosa: è arrivato terzo al Giro delle Fiandre e quarto tanto all’Amstel Gold Race quanto alla Liegi-Bastogne-Liegi.

Nel finale di stagione arrivano ulteriori segnali premonitori. Nelle classiche Gilbert riesce ad entrare in una dimensione inaccessibile agli altri corridori del gruppo. In nove giorni vince tutte e quattro le corse alle quali partecipa: batte Visconti alla Coppa Sabatini, Boonen alla Parigi-Tours, Dani Moreno al Gran Piemonte e Samuel Sánchez al Giro di Lombardia, ottenendo così il primo successo in una classica monumento. È passato senza apparenti difficoltà da una semiclassica per i velocisti ad una classica monumento adatta perlopiù agli scalatori, lui che non è né un velocista né tantomeno uno scalatore.

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Nel 2010, Gilbert ripone altra selvaggina nel suo carniere. Vince l’Amstel Gold Race al quinto tentativo, dimostrando di aver imparato a domare il Cauberg, una salita che nel prosieguo della sua carriera gli regalerà ancora parecchie soddisfazioni. Conferma d’aver trovato un nuovo obiettivo nelle vittorie parziali dei grandi giri, centrando due tappe alla Vuelta. Dopodiché torna in Italia e ripropone pressappoco lo spettacolo dell’anno prima.

Non partecipa alla Coppa Sabatini vinta da Riccò, ma in compenso vince di nuovo il Gran Piemonte. Due giorni dopo, sulle strade del Giro di Lombardia, allestisce una delle più grandi rappresentazioni della sua carriera: segue l’attacco di Nibali sulla Colma di Sormano a più di quaranta chilometri dall’arrivo, prosegue insieme a Scarponi per poi staccarlo sulle rampe del San Fermo della Battaglia e infine vince in solitaria sul traguardo di Como.

Nibali, scivolato in un tratto di discesa, confessa che probabilmente con un Gilbert così forte non ci sarebbe stato lo stesso niente da fare. Quando la Rai informa Scarponi che il digiuno dell’Italia nelle classiche va avanti dal 2008, il marchigiano propone una soluzione semplicissima:

“Non c’è un altro Bettini? Adottiamo Gilbert”.

L’ultimo belga a vincere il Giro di Lombardia fu Alfons De Wolf nel 1980. L’ultimo belga a vincere due edizioni consecutive del Giro di Lombardia fu Eddy Merckx tra il 1971 e il 1972; fu anche l’unico: questo significa che Gilbert è il secondo ciclista belga di sempre a riuscirci.

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Si arriva dunque al 2011. Il 2011 non è soltanto la miglior stagione di Philippe Gilbert, bensì è una delle migliori stagioni mai disputate da un corridore negli ultimi decenni. Vince diciotto volte e ogni volta si supera, conquistando una corsa più complicata e prestigiosa. Il primo successo arriva il 16 febbraio nella prima tappa della Volta ao Algarve, l’ultimo il 14 settembre al Grand Prix de Wallonie. Nel mezzo, la lista che segue: Strade Bianche, quinta tappa della Tirreno-Adriatico, Freccia del Brabante, Amstel Gold Race, Freccia Vallone, Liegi-Bastogne-Liegi, terza tappa e classifica generale del Giro del Belgio, quarta tappa e classifica generale dello Ster ZLM Toer, prova in linea e a cronometro dei campionati belgi, prima tappa del Tour de France con annessa maglia gialla indossata per un giorno, San Sebastián, terza tappa dell’Eneco Tour, Grand Prix de Québec. Arriva terzo alla Milano-Sanremo – come nel 2008 -, nono al Giro delle Fiandre, terzo al Grand Prix de Montréal e ottavo al Lombardia.

Di queste gare è doveroso salvare almeno qualche altro particolare, qualche altro momento. Freccia del Brabante, Amstel Gold Race, Freccia Vallone e Liegi-Bastogne-Liegi arrivano consecutivamente, nel giro di undici giorni, replicando così quanto fatto nell’autunno del 2009 tra Italia e Francia. L’unico ad aver conquistato le tre classiche delle Ardenne nella stessa stagione fu Rebellin nel 2004: oltre a diventare il secondo corridore della storia a riuscirci, Gilbert ha emulato uno dei suoi idoli ed è difficile stabilire quale dei due eventi sia il più importante. Il successo all’Amstel Gold Race inizia a celebrarlo a più di cento metri dal traguardo, quello della Freccia Vallone lo suggella zigzagando a ridosso dell’arrivo, simulando una fatica che non c’è, che non esiste.

Alla Liegi-Bastogne-Liegi diventa Re Filippo, la figura di fronte al quale il Belgio s’inginocchia. Non si limita a sopravvivere alla morsa dei fratelli Schleck, ma li attacca. Dopo il traguardo, il mondo del ciclismo applaude Gilbert: Andy Sckleck gli stringe la mano, Fränk si toglie il cappellino e simula un inchino; Dirk De Wolf e Roger De Vlaeminck se lo coccolano come fosse il figliol prodigo, Bartoli gli consiglia di non ripetere il suo errore e di entrare nella storia provando a vincere la Parigi-Roubaix, Boonen riconosce la sua superiorità: “Ora è il numero uno dei corridori belgi”. Gilbert è particolarmente ispirato anche a parole: “Basta stupide polemiche”, tuona.

“In bici non ci sono né fiamminghi né valloni. C’è solo una bandiera”. E il Belgio gode.

Dal giorno dopo, Gilbert ha un solo obiettivo: la maglia gialla del Tour de France. L’arrivo della prima tappa sul Mont Des Alouettes sembra cucito addosso a Gilbert; forse nemmeno lui stesso avrebbe saputo disegnarlo meglio. Può darsi che non sia un caso, d’altronde anche al Tour de France farebbe comodo una maglia gialla del genere. È lo stesso Gilbert ad avanzare quest’ipotesi: “Tra ASO e la provincia di Liegi c’è sempre stata una collaborazione piuttosto stretta”, ha ricordato in un’intervista concessa a Rouleur nel 2018. Non si farà trovare impreparato.

Si muovono altri due grossi calibri, ma Gilbert li doma con una superiorità disarmante. Cancellara, ad esempio: in stagione è arrivato secondo alla Milano-Sanremo e alla Parigi-Roubaix, terzo al Giro delle Fiandre e pochi giorni prima del Tour de France ha conquistato due cronometro al Giro di Svizzera e la prova in linea dei campionati svizzeri, eppure Gilbert lo agguanta e lo stacca come se nulla fosse. Nel finale si muove Evans, che di Gilbert non è più compagno di squadra perché corre per la BMC. Niente da fare: nonostante un attacco deciso, Gilbert è irraggiungibile.

È il 2 luglio 2011. A diversi chilometri di distanza si stanno sposando Alberto II di Monaco e Charlène Wittstock. Siccome i principi non chiedono mai, diciamo che esige una cosa in particolare: una maglia gialla firmata da Philippe Gilbert come regalo di nozze.

A La Gazzetta dello Sport, Roberto Damiani tratteggia un ritratto apologetico di Gilbert:

“Vince perché è un corridore all’ antica, che usa poco le tecnologie ma sa che esistono. Fa la vita del corridore, va a letto presto la sera”.

Strano, per uno che vive a Montecarlo. “Provate a cercarlo alla sera nei ristoranti, se lo trovate. Phil vive lì perché, a parte gli indubbi vantaggi fiscali, trova il clima e le strade migliori per fare il ciclista. È una bella persona con la quale ho un piacevolissimo rapporto. È una persona diritta, chiara, che ti dice in faccia quello che pensa. Siamo usciti diverse volte anche con le famiglie, perché sa dividere molto bene la professione dalla vita quotidiana”. Qualcuno prova a spingerlo verso la classifica generale del Tour de France, ma Damiani giustamente si dimostra scettico:

“È capace di picchi altissimi di forma, difficile tenerli per tre settimane. È nato per le classiche”.

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I premi fioccano. Tra il 2009 e il 2011, viene premiato tre volte con il Kristallen Fiets – fanno quattro consecutive, considerando anche la premiazione nel 2008 – e col Flandrien, venendo eletto Sportivo belga dell’anno tanto nel 2009 quanto nel 2010 e nel 2011. Nel 2009 viene insignito anche del Trofeo AIJC dell’Associazione Internazionale dei Giornalisti di Ciclismo e del Trofeo “Mérite Sport”, mentre nel 2011 gli tocca il Vélo d’Or come miglior corridore dell’anno. Probabilmente è il ciclista più amato al mondo, persino più di Contador, Boonen, Cancellara e Cavendish. Sicuramente è uno dei più cari, pare che costi circa tre milioni all’anno. Il suo contratto è in scadenza e il numero di squadre che bussano alla sua porta è impressionante: diciotto. Ad aggiudicarsi il corridore più esaltante del momento è la BMC.

Alcune perle e un problema da risolvere

Con la maglia di campione belga sulle spalle e la stagione migliore della sua carriera appena dietro di esse, Gilbert approda alla BMC. Non è stata una scelta facile: la squadra americana è forte e paga bene, ma ha dovuto dire di no alla Quick Step. Se ne pentirà. Gilbert ritrova vecchi compagni di squadra (Van Avermaet, Evans), gli avversari di sempre (Hushovd, Ballan, Hincapie) e un paio di giovani di cui si parla un gran bene: Phinney e van Garderen. Alla soglia dei trent’anni e in un contesto del genere, Gilbert sembra davvero non avere limiti. Non gli manca niente: è esperto, è forte, è sicuro dei suoi mezzi e ha una squadra pronta a supportarlo. E invece la sua carriera prende una piega brutta e inaspettata.

Ripensando a quel periodo, la permanenza di Gilbert alla BMC sembra essere durata meno dei cinque anni effettivi. Come se non ci fosse un numero abbastanza alto di momenti da salvare, come se un atleta del suo calibro non potesse restare a secco di classiche monumento per cinque anni. Il corridore della Lotto e della Quick Step ha sempre dato l’impressione di poter vincere una classica monumento, quantomeno di potersela giocare; nei giorni della BMC, invece, la sensazione è quella opposta. Nella carriera di uno sportivo, cinque anni sono tantissimi. Gilbert ha ventinove anni quando arriva alla BMC e ne ha trentaquattro quando se ne va. È arrivato con la baldanza del giovane predatore e va via con la smorfia del vecchio leone ferito.

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Attenzione, non è che Gilbert dal 2012 al 2016 si limiti a portare a spasso la sua bicicletta: vince tre tappe alla Vuelta e due al Giro d’Italia, un’edizione del Tour of Beijing, di nuovo la Freccia del Brabante, l’Amstel Gold Race e la prova in linea dei campionati belgi. Soprattutto vince la maglia iridata: la classica delle classiche, la corsa delle corse, l’appuntamento di una vita. È di nuovo il Cauberg a lanciare lui e a respingere tutti gli altri. Gilbert sarà sempre riconoscente alla salita olandese come a poche altre cose nella sua vita:

“È lo strappo che preferisco di più”, disse una volta. “Se il traguardo dell’Amstel Gold Race fosse rimasto a Maastricht, io non avrei mai vinto così tante volte l’Amstel Gold Race. Il Cauberg si adatta benissimo alle mie caratteristiche”.

Tuttavia, persino la vittoria più bella ha un retrogusto amaro. Per preparare il campionato del mondo, Gilbert finisce per sacrificare un’intera stagione. Torna sui livelli che gli competono soltanto alla Vuelta, dove riesce a vincere due tappe. Intervistato dai media belgi ed europei, Gilbert prova a dare qualche spiegazione: dice che adesso le altre squadre lo marcano stretto e tentano di vendicarsi della superiorità mostrata nel 2011, che non si può sempre vincere e che probabilmente l’anno prima ha abusato del miglior momento della sua carriera ritrovandosi con poche energie, tanto fisiche quanto mentali.

Quella del 2012 è l’unica edizione dei campionati del mondo nella quale Gilbert recita da prim’attore: pur considerando qualche altro piazzamento, non gli era mai capitato prima e non gli è mai più capitato, almeno fino ad oggi. La vittoria più prestigiosa della sua carriera arriva all’inizio del suo periodo più difficile, come se Gilbert avesse sfruttato l’ultima stilla di onnipotenza derivatagli dalla dimensione precedente. Ha vinto all’ultimo momento utile, insomma: se quella corsa fosse giunta un anno più tardi, Gilbert non sarebbe mai diventato campione del mondo.

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In cinque stagioni non sale mai sul podio di una classica monumento: non partecipa nemmeno ad un’edizione della Parigi-Roubaix, si vede soltanto una volta al Giro delle Fiandre; alla Milano-Sanremo non va oltre il tredicesimo posto del 2014, mentre alla Liegi-Bastogne-Liegi e al Giro di Lombardia deve accontentarsi di due settimi posti e di un ottavo. Dopo il successo nel Limburgo, nelle successive edizioni dei campionati del mondo ha sempre una pedalata di ritardo dai migliori: nono a Firenze, settimo a Ponferrada, decimo a Richmond. Un rendimento del genere – buono, se non stessimo parlando di Gilbert – è il pane quotidiano delle malelingue.

Nel 2013, NRC Handelsblad riporta le dichiarazioni di un ex compagno di Gilbert ai tempi della Lotto. La fonte è sempre rimasta anonima, ma le accuse riportate dal giornale tedesco invece sono precise: “Gilbert ha fatto un uso massiccio del cortisone per migliorare le sue prestazioni e la squadra lo sapeva e lo aiutava”. Gilbert ha sempre negato e la questione è caduta nel vuoto, ma il lustro alla BMC è complicato. E visto che i problemi arrivano uno dietro l’altro, nel 2016 viene persino aggredito da due ubriachi mentre si sta allenando con Vliegen, un compagno di squadra. Rimedia una frattura ad un dito della mano sinistra. Il colmo è che gli succede in primavera, proprio pochi giorni prima delle Ardenne. Persino il destino gli ha voltato le spalle.

Oltre ai problemi personali, alla quotidianità di Gilbert si aggiungono anche quelli relativi alla squadra. Anzi, sarà proprio il concetto di squadra che lo porterà lontano dalla BMC. Prima di tutto, l’affiatamento e la complicità non fanno parte dell’ambiente della BMC; o meglio, svolgono un ruolo marginale all’interno di una squadra talentuosa e professionale, ma poco unita e un po’ freddina. Non solo: tra Gilbert e Van Avermaet non scorre buon sangue.

Sono due corridori forti ed esigenti, sono i due capitani nelle corse d’un giorno e sono entrambi belgi. Tra i due, ad avere il dente avvelenato è sempre stato Van Avermaet.

“Covava rabbia contro di me e non ho mai capito perché”, si sfogò Gilbert all’Het Nieuwsblad nel 2017.

Dopo la vittoria nella prova in linea dei campionati belgi del 2016, i tifosi di Van Avermaet si scagliano violentemente contro Gilbert. Chi era a conoscenza di questo, non si sarà stupito nel vedere Van Avermaet impegnato ad impedire il rientro di Gilbert nella prova in linea dei campionati del mondo di Harrogate.

©filip bossuyt, Wikimedia Commons

Con gli altri compagni di squadra, il rapporto è buono ma a mancare sono le vittorie. Se Gilbert scelse la Lotto a discapito della FDJ, fu proprio per questo: per non dover sacrificare troppe energie nei grandi giri. Gilbert non ha mai avuto problemi a supportare la causa di Evans, van Garderen, Dennis e Porte, a patto però che tutta la fatica fatta servisse a qualcosa. E invece non serviva mai a niente: prima o poi arrivava l’infortunio, la crisi, la caduta. “La BMC è sempre stata interessata più alle corse a tappe che alle classiche”, ha spiegato a Rouleur. “Eppure, nonostante un duro lavoro, non vincevamo mai. Terzi, quarti, quinti. Alla fine ti chiedi perché continui a farlo”.

Aver scelto il Principato si è rivelata una scelta azzeccata: nel momento di massimo splendore, poteva permettersi di rifiutare qualche invito per una semplice questione di distanza; dal 2012 al 2016, nel periodo più critico, è ancora la distanza ad impedire alla stampa belga di tartassarlo. La forza per stringere i denti gliela danno i suoi figli: Alan, nato nel 2010, e Alexandre, nato nel 2013.

Il contratto che lega Gilbert alla BMC scade nel 2016. Un giorno riceve una chiamata: quando risponde, dall’altra parte riconosce la voce di Patrick Lefevere. “Non capiva come mai, cinque anni prima, avessi scelto la BMC e non la Quick Step. Non si dava pace”, ha raccontato ultimamente Gilbert. “La sua squadra mi ha sempre colpito: forti, uniti, pronti a sacrificarsi l’uno per l’altro. Vincenti, soprattutto. Ad un certo punto mi sono detto: dato che nel corso della mia carriera la Quick Step ha sempre rappresentato un problema, cosa succederebbe se anch’io diventassi parte del problema?”. Da questa scelta ci guadagneranno tutti: la Quick Step troverà un riferimento, Gilbert vincerà il Giro delle Fiandre – la prima classica monumento dalla Liegi-Bastogne-Liegi del 2011 – e Van Avermaet vincerà la Parigi-Roubaix – la prima, e fino ad oggi l’unica, classica monumento della sua carriera.

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Sognando Sanremo

Patrick Lefevere conosce il ciclismo, le classiche e tutto sommato conosce anche Philippe Gilbert. È esperto e scafato quanto basta per intuire che uno dei tanti motivi di contrasto tra Gilbert e Van Avermaet erano gli obiettivi comuni. Gilbert non lo ha mai affermato, limitandosi alle mezze parole e alle dichiarazioni di rito, ma vuole misurarsi definitivamente sul pavé. È consapevole di avere i mezzi necessari e non vuole più aspettare. La convivenza con Van Avermaet, il quale non ha niente da invidiare al connazionale, non può proseguire. Lefevere lo ha capito, forse ci è arrivato ancora prima dello stesso Gilbert.

Tuttavia, la Quick Step è già una corazzata e di soldi a disposizione per assicurarsi Gilbert ce ne sono pochi. Lefevere ha un’idea: sopperire al fattore economico con una fiducia incondizionata. Lefevere crede in Philippe Gilbert e gli concede il tempo di cui avrà bisogno per completare la sua trasformazione da scattista a robusto passista adatto alle pietre. Ai risultati ci penseranno Boonen, Terpstra, Daniel Martin, Alaphilippe, Kittel, Štybar e compagnia.

E invece, alla prima occasione buona, Gilbert vince il Giro delle Fiandre. Una corsa così Gilbert non l’ha mai vinta. È il trionfo che lo proietta definitivamente in un’altra dimensione: da quel giorno, Gilbert vale la pena aspettarlo su qualsiasi traguardo e i suoi avversari devono osservarlo in qualunque momento e su qualunque terreno. Era già arrivato terzo in due occasioni, è vero, ma quanto tempo è passato da allora: era il biennio 2009-2010 e nessuno immaginava che Gilbert si sarebbe spinto così avanti. Com’è normale quando i protagonisti sono dei fuoriclasse, ad incantare è il modo in cui Gilbert vince il Giro delle Fiandre 2017.

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La vera impresa del decennio non è quella di Froome nella tappa del Colle delle Finestre al Giro d’Italia 2018, ma quella di Gilbert al Giro delle Fiandre 2017. Il trionfo di Froome è l’apoteosi della tecnica e la morte dell’improvvisazione: tutto è andato com’era stato previsto. Il successo di Gilbert è la rivincita dell’uomo contro la macchina, l’intuito che ribadisce la sua superiorità sul calcolo. Mancano cinquantacinque chilometri al traguardo, il gruppo è già stato selezionato dalla Quick Step sul Geraardsbergen e Gilbert decide di scremarlo ulteriormente sul Kwaremont.

La sua accelerazione è violenta e si ritrova in testa alla corsa con qualche metro di vantaggio. L’ammiraglia non può aiutarlo: è rimasta bloccata dietro ad uno dei tanti drappelli; è lontana, talmente lontana che non funzionano nemmeno le radioline. I contatti sono saltati: nessuno sente niente e chi parla lo fa a vuoto. “Non avevo la minima idea di cosa stesse succedendo alle mie spalle, mi aiutavo soltanto con quello che mi dicevano dalla moto e talvolta da bordo strada”, ha raccontato qualche tempo dopo. “Alla fine è stato meglio così: magari dall’ammiraglia mi avrebbero suggerito di rialzarmi e di aspettare gli inseguitori”.

Gilbert, un vallone, vince il Giro delle Fiandre indossando la maglia di campione belga. Potrebbe bastare, ma c’è dell’altro: l’ultimo vallone a vincere il Giro delle Fiandre fu Criquielion nel 1987, mentre per trovare un corridore capace di vincere il Giro delle Fiandre, la Parigi-Roubaix e la Liegi-Bastogne-Liegi bisogna tornare indietro fino a Merckx e De Vlaeminck. Con quattro classiche monumento su cinque, Gilbert è entrato a far parte di un circolo esclusivo: soltanto De Bruyne, Kuiper e Kelly hanno fatto altrettanto; e soltanto Van Looy, Merckx e De Vlaeminck hanno primeggiato in almeno un’edizione di ogni classica monumento.

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Per sua stessa ammissione, Gilbert è diventato un altro corridore, come l’attore che getta una maschera per indossarne un’altra. Nella prima parte della carriera ha sfruttato l’esplosività per vincere le classiche vallonate, consapevole che col passare degli anni l’esplosività è la prima qualità ad incancrenirsi; nella seconda, invece, ha messo su qualche chilo, si è concentrato sul passo e sul ritmo e ha partecipato a diverse classiche e semiclassiche per prendere confidenza col pavé.

La vittoria al Giro delle Fiandre è arrivata all’ottavo tentativo; la Parigi-Roubaix è giunta solo al terzo, ma preceduta dall’edizione 2018 conclusa al quindicesimo posto. Gilbert corre da così tante stagioni da aver avuto il tempo di assecondare la sua prima natura, di trovarne una seconda e di assecondare pure quella. Ha lavorato sul proprio corpo e sulla propria mente come il più entusiasta degli alchimisti. Ha dimostrato che la specializzazione non può nulla contro il talento, l’ambizione e la qualità.

Le sue dichiarazioni, come quelle dei colleghi e degli addetti ai lavori quando parlano di lui, risentono della sua influenza: sono autoritarie, belle, piene. Qualcuno lo vede bene in politica, molti corridori del gruppo si augurano invece che il suo futuro sia nell’associazione che li tutela – la Cycling Pro Association o CPA, Gianni Bugno è al terzo mandato da presidente. Gilbert, per il momento, si gode il ciclismo e la sua famiglia nel Principato, dove ha aperto anche un negozio di biciclette.

In un’intervista a Le Vif di poche settimane fa, Gilbert spiegava la sua visione del gruppo: “È come la migrazione degli gnu: nessuno aspetta nessuno. Ci sono gnu che ce la fanno e altri che non ce la fanno perché muoiono. A differenza degli gnu, almeno noi quando c’è una vittima ci fermiamo. E non mi piace il gruppo in mano agli autoritari. Cancellara ha il suo carattere, io ho il mio. Il dovere dei più esperti è dare il buon esempio ai giovani e tirargli le orecchie se si comportano male, ma io non mi permetterei mai di decidere chi va in fuga e chi no o cose del genere. Io stesso, da giovane, mi esaltavo nel combattere coi più esperti. Basta non mancar loro di rispetto”.

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Gilbert si è esposto anche sul ruolo della tecnologia: non è d’accordo, e non potrebbe essere diversamente. Finché può ne fa a meno e sembra che non sia in grado di leggere tutti i parametri che lo riguardano. “Guardo molte corse in televisione e ogni volta mi stupisco della sufficienza di molti colleghi”, disse a Rouleur nel 2018. “Guardano soltanto i loro numeri e la strada davanti a loro: mai nessuno che butta un’occhiata a destra o a sinistra, che approfitta di una situazione tranquilla per guardare cosa succede alle sue spalle, per studiare i volti degli altri. È inutile guardare soltanto avanti: non c’è niente da vedere se non la strada libera. Che si guardino intorno, piuttosto: quanti corridori ci sono, chi sono, quanti della stessa squadra. Un corridore deve analizzare il gruppo nel quale si trova”.

Il rapporto tra Gilbert e la Quick Step si è incrinato all’improvviso durante la scorsa estate, quando è stata annunciata la squadra che avrebbe disputato il Tour de France e Gilbert non ne faceva parte. Una decisione inspiegabile, considerando che si tratta del vincitore della Parigi-Roubaix. Gilbert ha accusato il colpo. Per qualche giorno è rimasto la prima riserva, ma a quel punto il Tour de France già non gli interessava più:

“Dovrei sperare nei problemi dei miei compagni? Non lo farei mai. Preferisco restare a casa, piuttosto che sostituire un compagno malato o infortunato”.

C’è chi dice che la Quick Step gli avesse offerto un altro anno di contratto, mentre altre voci sostengono che non gli sia stato proposto niente. Gilbert ha accettato l’ennesima offerta intrigante della sua carriera: tornerà alla Lotto Soudal, per la quale ha firmato per tre stagioni.

Come sostiene lui stesso, però, “sono pagato fino a dicembre”: e allora, nonostante l’esclusione dal Tour de France, va alla Vuelta, dà il massimo e vince due tappe. La seconda, quella di Guadalajara, gli vale il milionesimo riconoscimento ricevuto in carriera: il Ruban Jaune, il “nastro giallo”, che viene assegnato al corridore che vince una tappa o una corsa in linea con la media più alta. Gilbert lo ha strappato a Trentin, che ce l’aveva dal successo alla Parigi-Tours del 2015.

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La media di Trentin era intorno ai 49,6 chilometri orari, quella di Gilbert ha sfondato il muro dei cinquanta. Da quando è stato ideato nel 1936, se lo sono aggiudicato grandi corridori: Van Steenbergen, Maertens, Tchmil, Zabel, Freire; anche due italiani: Marcato e Trentin. Con una costante: il vincitore veniva fuori o dalla Parigi-Tours, o dalla Parigi-Roubaix, o dalla Parigi-Bruxelles. Facile capire perché: sono corse lunghe ma tutto sommato piatte e veloci. Soltanto un corridore, dal 1936 ad oggi, se l’è meritato vincendo una tappa di un grande giro ad oltre cinquanta chilometri orari di media.

Alla Lotto Soudal lo aspetta una bella sfida. L’ambiente lo conosce bene, non avrà problemi di questo genere. Più che altro, dovrà aiutare la squadra a trovare una propria identità.

Nelle ultime stagioni li ho affrontati una marea di volte e ho avuto l’impressione che abbiano bisogno di un leader”. Eccolo qua, insomma: adesso ce l’hanno.

L’unicità di Gilbert l’ha rimarcata Brian Holm, uno dei direttori sportivi della Quick Step. Quando gli hanno chiesto a chi avevano pensato per rimpiazzarlo, Holm ha spalancato gli occhi:

“L’unico che può tenerci tutti uniti è Patrick Lefevere. Nessuno può rimpiazzare Philippe Gilbert”.

Tuttavia, almeno in una corsa, Gilbert dovrà mettere da parte l’identità della squadra e rispolverare la sua. Lo Milano-Sanremo lo aspetta da quindici anni.

Che un corridore come Gilbert non abbia mai vinto la Milano-Sanremo è quantomeno bizzarro; era più probabile che non riuscisse a vincere la Parigi-Roubaix, per dire. E invece gli rimane da provare a conquistare la Milano-Sanremo, delle classiche monumento la più imprevedibile. Ora, siccome anche Gilbert è abbastanza imprevedibile, qualcosa dovrà pur succedere. Dal 2004 ad oggi, su quindici partecipazioni, Gilbert è arrivato due volte terzo, una volta sesto e una volta nono. L’ultimo piazzamento degno di nota è il terzo posto del 2011, nove anni fa. In compenso, non si è mai ritirato.

Gilbert è il fotografo in primo piano. ©Simon Dekaezemaker, Twitter

Anni fa, quando la Milano-Sanremo provò a rinnovarsi spostando l’arrivo sul Lungomare Italo Calvino e inserendo la salita delle Mànie, Gilbert ammise di fare il tifo per il percorso classico, perché più veloce e quindi più duro e selettivo. Quelle strade le conosce a menadito: dal Principato a Sanremo ci sono quaranta chilometri appena, Gilbert ci passa spesso. Poi si ferma a Ventimiglia, a prendere un caffè al bar di Gabriele Colombo, che la Milano-Sanremo la vinse nel 1996.

Quest’anno una frana potrebbe impedire al gruppo di affrontare il Poggio, uno dei tanti trampolini che Gilbert potrebbe sfruttare per andare a caccia di una vittoria storica. Attaccherà, prima o poi, anche se la differenza la farà il risultato, poiché Gilbert vuole essere ricordato come un vincente, non come un attaccante fine a se stesso.

“Il mio sogno è vincere le corse più importanti, vincere un’altra volta quelle che ho già vinto e possibilmente vincere quelle che ancora non ho mai vinto”.

Queste parole, praticamente il manifesto della sua carriera, potrebbe averle dette da giovane; magari nel 2011, quando le sue possibilità e i suoi desideri combaciavano. E invece queste parole Philippe Gilbert le ha dette un anno fa, nel 2019, a trentasette anni. Come si fa a chiedere a Gilbert qual è la sua stagione preferita?

 

 

Foto in evidenza: ©BIKENEWS.IT, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.