Bizzarro e talentuoso. Scenico ma incostante. Latour: un corridore dalle mille sfaccettature.

 

 

Le Monde lo ha definito, nei giorni in cui vestiva la maglia bianca al Tour de France 2018, lunatico ma accattivante. Romain Bardet, in quelle stesse ore: “Un tipo strano“. E per non farsi mancare nulla, anche Samuel Dumoulin dice la sua su quanto particolare appaia Pierre Latour agli occhi di un gruppo spesso e volentieri tutto uguale e che poco spazio concede alla fantasia, in corsa come fuori: “Al Tour du Finistère, in cima a un dosso, si è messo nella posizione di Superman. Ho riso così tanto che stavo per cadere e mi sono quasi staccato dal gruppo“. Al Tour de France 2018 Latour concluse al tredicesimo posto vestendo la maglia bianca finale e sfiorando il successo di tappa sul Mûr de Bretagne. E poche settimane prima ottenne quella che è, a oggi, la sua ultima vittoria in carriera: la prova a cronometro dei campionati francesi.

Quanto è bizzarro Latour lo si intuisce quando chiama le sue gambe Brigitte e Bernardette. In gruppo raccontano che a volte gli urla di tutto, le insulta e le colpisce. Bernadette la destra, Brigitte la sinistra. “Hop-Hop, avanti, ritmo, più forte Bernadette; piano, così Brigitte“. Di corridori che parlano con i propri arti inferiori, proprio come i soldati con le proprie armi in Vietnam, ne abbiamo conosciuti. Ricordate Jens Voigt? Quando andava in fuga, urlava loro di stare zitte e ha creato persino un marchio con la sua nota espressione “Shut Up! Legs“. Ma che dessero anche dei nomi, come il plotone addestrato dal Sergente Maggiore Hartman faceva con i propri fucili, questo no.

Latour, in un periodo in cui si cerca di limare l’impossibile in fase di preparazione, in cui magari ci si prende anche troppo sul serio in questo come in altri aspetti dell’esistenza, entra nel mondo del ciclismo proprio come il soldato Joker interpretato da Matthew Modine in Full Metal Jacket: diverso, strano, lunatico, divertente. Irriverente.

In una lunga intervista a un giornale francese, racconta di essersi addormentato spesso guardando le tappe di montagna del Tour de France, mentre per festeggiare la sua prima firma a un contratto professionistico fece un pupazzo di neve con una bistecca a raffigurarne il pene. Il management dell’AG2R non la prese troppo bene quando vide le foto su Internet, ma oramai il contratto era firmato. Latour, però, ha imparato a farsi conoscere e apprezzare dalla squadra: sceso dalla bici ha uno stile di vita “totalmente pazzo”, come dicono alcuni suoi colleghi al quotidiano Libération; in corsa, invece, è un cagnaccio che si fa in quattro per la maglia e per i suoi compagni.

Anarchico, non molla mai. Forte, scattante, magari non bellissimo da vedere, ma efficace. Si difende sugli strappi e va forte sia nelle corse di un giorno che in quelle a tappe.  Anche se inseguire il Tour de France per lui significa rinunciare a “la fête de la Raviole et de la Pogne“, che da trent’anni viene organizzata nel suo paese.

Quest’anno un brutto incidente a inizio stagione gli ha fatto saltare cinque mesi di corse e persino il Tour, ma si è presentato, insieme alle immancabili Brigitte e Bernadette, scattante, nevrotico, con l’ambizione di lasciare il segno nelle classiche italiane di fine stagione: settimo al Giro dell’Emilia e nono al Giro di Lombardia, correndo entrambe le volte da protagonista. Lanciandosi in fuga, scattando decine di volte a costo di saltare per aria: un modo di correre che pare disegnato perfettamente per il suo stile.

Nel 2020 non si nasconderà, non è nella sua indole. Correrà le Ardenne e poi il Tour de France da capitano, visto il dirottamento di Bardet al Giro. “È stravagante, ma maturo. Ed è giusto che abbia la sua possibilità al Tour, perché si è sempre sacrificato al 100% per gli altri“, dicono di lui all’AG2R. Brigitte e Bernadette sono avvertite: a luglio niente fête de la pogne, ma tanto lavoro straordinario da incanalare verso l’obiettivo di fare classifica al Giro di Francia per far parlare di sé anche per il suo talento e le sue vittorie.

 

 

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Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.