Quante sono le cicatrici di Ben Swift

Tra una vittoria e un piazzamento, Ben Swift non vuole arrendersi.

 

 

È bastata una pietra in un tratto di discesa per disarcionare Ben Swift e la prima parte del suo 2019, che avrebbe dovuto disputare nuovamente col Team Sky dopo due stagioni altalenanti alla UAE Emirates. Se n’era andato per esplorare i meandri più reconditi del suo talento ed era tornato a casa con la coda tra le gambe e tanti dubbi di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Si stava allenando con Geraint Thomas a Tenerife quando cadde malamente: la milza aveva un versamento e fu necessaria la terapia intensiva. «In queste condizioni non penso al ritorno in sella: mi interessa tornare ad essere un uomo normale», sintetizzò alla stampa inglese. Oltre che un uomo normale, Swift è tornato ad essere il corridore solido e brillante di sempre: si è laureato campione inglese, ha dato battaglia nel finale di stagione ed è stato l’unico inglese insieme a Geoghegan Hart a tagliare il traguardo della prova in linea dei campionati del mondo della Yorkshire, la sua terra.

©Cycling Weekly, Twitter

D’altronde Ben Swift ai ritorni c’è abituato. Se proprio dovessimo individuare una chiave di lettura della sua carriera, quella del ritorno sarebbe probabilmente la più valida. Da giovane, ad esempio, nonostante fosse in possesso di un talento cristallino, non riuscì a superare il provino per entrare nel British Cycling Talent Team: tutti erano sicuri che ce l’avrebbe fatta senza problemi e invece andò diversamente.
Qualche anno più tardi, tuttavia, faceva parte della British Cycling’s Under-23 Academy, un sistema che permetteva ai più promettenti corridori britannici di vivere tra Manchester e la Toscana in totale autonomia.

Totale autonomia significava farsi da mangiare, pulirsi la bicicletta, organizzare e rispettare gli allenamenti e sgarrare il meno possibile. Lui, Stannard e Thomas ce la fecero. Anche per questo Swift non ha esitato a tornare alla Sky: è la sua famiglia ciclistica. Stannard, Thomas e Rowe, ma anche Cavendish, Blythe e Kennaugh, non sono soltanto dei compagni e dei colleghi: sono degli amici.

Di amici coi quali pedalare quand’è a casa, Ben Swift ne ha molti che non appartengono al mondo del ciclismo professionistico: vanno in bicicletta per passione, per passare il tempo, magari per vantarsi d’aver pedalato al suo fianco. Swift afferma da sempre che questo atteggiamento da parte dei suoi amici e compagni lo aiuta a respirare, a ricordarsi chi è: un ragazzo normale, tutto sommato, e non soltanto un ciclista professionista.

Il mondo di cui fa parte Swift non aiuta di certo da questo punto di vista: a volte non ci si ricorda dove si era il giorno prima, tutto si assomiglia e le uniche immagini che rimangono impresse sono «aeroporti, alberghi e i volti dei corridori», spiegò lo stesso Swift tempo fa. A lui, che ha vissuto in Toscana, a Girona, a Nizza e sull’Isola di Man, non sembra vero poter tornare a casa e rilassarsi. A maggior ragione da quand’è diventato padre, una responsabilità che rende più complicata la partenza ma che in compenso addolcisce il ritorno.

©CHPT3, Twitter

Perché molte volte, fin troppe, Ben Swift avrebbe avuto bisogno di addolcire un ritorno altrimenti amaro. Lui, abituato a vincere fin da giovane, da professionista ha accarezzato spesso e volentieri la vittoria riuscendo ad abbracciarla solo in pochissime occasioni. Una quindicina dal 2009, l’anno in cui passò professionista con la Katusha: alla prima volata del primo grande giro della sua carriera – la seconda tappa del Giro d’Italia 2009 – arrivò terzo dietro a Petacchi e Cavendish. L’anno prima, nel 2008, fu uno dei dilettanti più costanti.

Un corridore completo, veloce e resistente, tanto da conquistare la classifica degli scalatori del Tour of Britain a soli diciannove anni e da arrivare secondo sull’Alpe d’Huez al Delfinato 2017 – quel giorno lo batté Kennaugh, l’amico di una vita. Troppo completo, forse, se è vero che oggi conviene specializzarsi: ma se si fosse specializzato, Swift avrebbe perso tutta la sua unicità. Quella che lo fa arrivare secondo sull’Alpe d’Huez e quinto nella volata dei campionati del mondo di Bergen, quella che gli permette di vincere il campionato del mondo su pista nello scratch e la quinta tappa del Giro dei Paesi Baschi 2014 davanti a Valverde e Kwiatkowski – la reputa la più bella della sua carriera.

La delusione più grossa, invece, il secondo posto alla Milano-Sanremo 2016 a pochi centimetri dalla vittoria di Démare. «Arrivare secondi e quarti è terribile, i piazzamenti peggiori», dichiarò al termine di quella giornata. «Nel primo caso sei il primo degli sconfitti, nel secondo invece ti ritrovi ai piedi del podio con niente in mano. Il terzo posto è già più accettabile: vuol dire che hai perso meritatamente, ma allo stesso tempo sei sul podio». Per questo, infatti, quando arrivò terzo alla Milano-Sanremo 2014 non recriminò: la numerologia, certo, ma soprattutto perché si trattava della sua seconda classica monumento in carriera – la prima fu il Giro delle Fiandre 2011, centoundicesimo.

Quante vittorie sfumate, quante tappe sfiorate: più al Giro e alla Vuelta che non al Tour, va detto. Alla Grande Boucle ha partecipato soltanto due volte. La prima nel 2011, per prendere confidenza con l’atmosfera gli ci vollero due giorni. «Sono gli stessi corridori coi quali lotti ogni settimana», diceva a sé stesso per motivarsi. «Concedigli meno spazio e goditi l’evento: per chi fa il tuo sport è il massimo». Oltre alle innumerevoli cadute, talmente tante da spingerlo a definire la corsa «una carneficina», Swift ricorda la fuga abbozzata nella tappa dei Campi Elisi: ad attenderlo c’erano la ragazza, la famiglia e gli amici e lui fece un figurone.

©road.cc, Twitter

Negli anni, per quanto brutto possa sembrare, più che a vincere Swift s’è abituato a perdere: le classiche e le tappe in giro per il mondo, ma anche il Tour de France 2014 che partiva dallo Yorkshire. La sua prima corsa non andò meglio: aveva tre anni e mezzo, si teneva in un parco e arrivò al traguardo soltanto perché suo padre pedalava accanto a lui e lo spronava. Prima della strada e della pista ci furono la bmx e la mountain bike, prima delle corse vere e proprie toccò alle rin-corse che Swift s’inventava col pullman della scuola: quello sul quale avrebbe dovuto viaggiare e che invece inseguiva con la propria bicicletta.

Gli infortuni, in particolar modo quelli ad una spalla, erano ancora lontani. Ma nemmeno quando sono arrivati e hanno inceppato la sua ascesa Swift si è fermato. Nemmeno quand’è nato suo figlio e ha compiuto trentadue anni. Anzi, ha cominciato il 2020 con la stessa costanza che lo ha sempre contraddistinto: quarto nella prima volata dell’anno alla Vuelta a la Comunitat Valenciana, ottavo alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne. E una promessa: «Non smetterò mai di provare a vincere per paura di rompermi qualcosa».

 

 

Foto in evidenza: ©Mamnick, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.