Quinn Simmons è passato professionista giovane per essere più avanti degli altri.

 

 

In “Storia del ciclismo” di Gian Paolo Ormezzano, Felice Gimondi racconta: «Mi hanno insegnato che la storia del ciclismo si fa da soli più e meglio che in compagnia». Seguendo questo assunto, Quinn Simmons sul finire della stagione 2019 conquista il titolo iridato tra gli juniores.

«Il mio obiettivo era vincere quella gara; ma non volevo solo vincerla, volevo farlo partendo da molto lontano e da solo. Penso che sia il modo più bello per vincere, perché in pratica hai un intero giro per realizzare quello che stai facendo». Detto, fatto: dopo aver devastato il gruppo con l’aiuto del compagno Magnus Sheffield – nome maestoso -, come fossero un duo di musica industrial che picchia forte sul palco e nelle orecchie degli spettatori, Simmons lascia la compagnia quando al traguardo manca oltre un’ora e vince in solitaria con quasi un minuto di vantaggio sull’italiano Martinelli.

Quinn Simmons quel giorno, tra le strade dello Yorkshire, si trasforma in una specie di personaggio immaginario dai poteri sovrumani vestito con una calzamaglia a stelle e strisce. Quinn – detto Quincy – Simmons, ancora prima di quel successo, indicava Peter Sagan come il suo supereroe preferito; ma più che al campione slovacco, con il doppio salto dagli junior ai professionisti, Simmons ricorda un altro personaggio da fumetti: Remco Evenepoel, il divoratore di mondi.

©Mattia Luchetta, Twitter

Per carità, il talento dei due non sembra al momento minimamente paragonabile e probabilmente mai lo sarà; oltretutto saltare dagli juniores ai professionisti sembra una scelta esagerata e rischiosa, non adatta a tutti. Ma questa è un’altra storia su cui avremo modo di ritornare.

Se lo metti vicino ai suoi coetanei, Simmons è grande quasi il doppio, ha una barba rossa incolta che gli disegna il viso e gli dona anche qualche anno in più dei suoi diciannove appena compiuti. Ha scelto di passare direttamente nel mondo del professionismo perché per lui non aveva più senso mostrare quei muscoli da Hulk ai pari età, mentre reputa più importante prepararsi sin da giovanissimo alle grandi corse del calendario per le quali si sente più tagliato.

Lo fa con la maglia della Trek-Segafredo, che lo ha adottato con lo stesso sentimento col quale lo avrebbero fatto Jonathan e Marta Kent. «Sono i miei mentori», racconta; e difatti quel team lo ha investito di un ruolo importante per l’immediato futuro: «È uomo da classiche», sostiene il team manager della squadra italo-americana, Luca Guercilena. E nei suoi programmi avrebbero dovuto esserci fin da subito corse di primissimo piano: la Strade Bianche, la Gent-Wevelgem, la Parigi-Roubaix. E ribadiamo, perché non fa mai male dirlo: avrebbe dovuto correre su quelle strade senza avere nemmeno compiuto diciannove anni.

E così Quincy Simmons, con quel nome che ricorda più un produttore di black music che un amante della fatica in bicicletta, ha deciso di passare il Natale pedalando insieme a suo padre a Mallorca, rinunciando ai festeggiamenti a casa. «Non avrebbe avuto alcun senso per me viaggiare fino in America, stare qualche giorno lì e poi tornare in Spagna», nemmeno avesse come superpotere la possibilità di fare il giro del mondo in pochi minuti. Pochi giorni fa, invece, approfittando del momento, si è esibito in un allenamento massacrante: oltre trecento chilometri a quasi trentatré chilometri orari di media. Forse si sta perdendo di vista la misura, ma lui ribadisce: «Mi è stata data l’opportunità di diventare professionista e voglio sfruttare ogni attimo per crescere ancora di più».

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E se Stan Lee fosse ancora vivo, Quinn Simmons gli suggerirebbe come vorrebbe fosse il suo personaggio: «Capace di controllare il clima, in modo da poter sciare e andare in bicicletta nello stesso giorno e per tutto l’anno». Già, perché il rosso americano va forte anche con gli sci a piedi, tanto che due anni fa finiva sul podio del Mondiale giovanile di sci-alpinismo, primo americano della storia a raggiungere questo traguardo. Si racconta che arrivò alla partenza di quell’evento conciato come arrivasse da un altro mondo, quasi uno sprovveduto: barba accennata, capello lungo, cappellino da baseball in testa alla moda degli skater, una tutina celeste che sembrava l’avesse indossata per la prima volta. Apparenza ingannevole.

A suon di possenti bracciate che gli ritorneranno utili anche nel ciclismo, Simmons conquistò la medaglia d’argento. Il padre, anche lui in gara quel giorno nella gara senior, è appassionato di tutto ciò che è bicicletta ed è stato proprio lui ad indirizzarlo verso il ciclismo. Mountain bike – va forte anche lì – e poi ciclismo su strada: ha vinto una Gent-Wevelgem tra gli juniores e all’inizio di questo 2020, dopo Mallorca, si è trasferito a Oudenaarde per conoscere ancora meglio i segreti delle strade che fra qualche anno lo vedranno protagonista. «Per prendere confidenza sin da subito con le corse da duecentocinquanta chilometri e con le strade della Roubaix e del Fiandre. Tutto questo, fra due o tre anni, mi permetterà di essere più avanti di tanti miei colleghi».

E quando gli domandano qual è il suo segreto, risponde senza indugi: «Cercare di andare più forte di chi è più veloce di me». Possibilmente arrivando da solo per fare la storia del ciclismo.

 

 

Foto in evidenza: ©Cyclingnews.com, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.