Perché si attacca? Per vincere, magari per non dover fare a spallate.

 

Per entrare nella storia del ciclismo, a Richard Carapaz è bastato nascere a El Carmelo, Ecuador. Primo corridore ecuadoriano a partecipare a un grande giro (Vuelta a España 2017) e primo corridore ecuadoriano a vincere una tappa in un grande giro (Montevergine di Mercogliano, Giro d’Italia 2018). D’altronde, in un paese difficile e prettamente calcistico come l’Ecuador (Luis Antonio Valencia del Manchester United è infatti lo sportivo più famoso e acclamato in patria, anche dallo stesso Carapaz), scegliere il ciclismo equivale a muoversi da mosca bianca, vestendo i panni da pioniere di uno sport che quasi non esiste. Per entrare nella storia del ciclismo, dicevamo, a Richard Carapaz è bastato nascere a El Carmelo: nel frattempo, però, sono successe diverse cose.

Antonio e Ana, i genitori, sono contadini: sono affezionati alla terra che lavorano quotidianamente, quella che dà loro da mangiare e da sperare. E hanno mucche, “tante mucche”, come ricorda lo stesso Carapaz. Ogni tanto aiuta, anche se adesso ha una carriera a cui pensare e una famiglia da portare avanti: donna Tania e due figli, Richard Santiago e Aimy Sofia. Ha anche due sorelle più grandi, impiegate d’ufficio, un mestiere che mai potrebbe fare al caso di uno scricciolo irrequieto come lui. Pedalare, invece: ecco quello che ama il ragazzo.

La Vuelta de la Juventud, in cinquant’anni di storia, ha sempre premiato un hijo del pueblo, un colombiano: cinquanta volte meno una, nel 2015, quando a trionfare fu proprio Richard Carapaz. Da lì in poi gli è capitato di tutto: nel 2016 corre come stagista con la Movistar; un anno più tardi arrivano i primi buoni risultati col secondo posto a Larciano dietro Adam Yates ma davanti a Urán, e la prima partecipazione a un grande giro, la Vuelta a España appunto; fa anche in tempo, è novembre, a farsi cacciare per ubriachezza insieme a Narvaez e Caicedo dai Giochi bolivariani. Poi si arriva al 2018: per entrare nella storia del ciclismo, a Richard Carapaz è bastato nascere a El Carmelo, è vero, ma lui ci ha messo molto del suo. Perché magari non si può scegliere dove nascere, ma si può invece fortemente decidere come vivere.

La primavera del 2018 è stata un susseguirsi di risultati brillanti: undicesimo alla Parigi-Nizza, terzo alla Coppi e Bartali, primo alla Vuelta a Asturias (successo riconfermato nel 2019). Correre nella stessa squadra di Landa, Valverde e Quintana non lo preoccupa per niente, anzi, “Nairo è un esempio in tutto il Sud America per le grandi vittorie ottenute fin da giovane”. A Montevergine di Mercogliano era una di quelle situazioni dove tutti si osservano e nessuno scatta, poi parte uno un po’ meno impaurito degli altri e lo rivedono dopo l’arrivo. La corsa dei sogni, per Carapaz, è il Giro d’Italia: lo Zoncolan affrontato lo scorso anno non lo spaventò, d’altronde alla prima esperienza in una grande corsa a tappe chiuse undicesimo sull’Angliru. Per il Colle delle Finestre, invece, si preparò allenandosi addirittura sull’Alto de Chiles, una salita vicino casa: nove chilometri di sterrato.

A chi gli chiede qual è stato l’insegnamento più difficile da apprendere nei primi mesi da professionista, Carapaz è solito accennare al posizionamento in gruppo e a quanto sia difficile mantenerlo senza perdere strada, senza sbandare, senza cadere. Lui, da buon sudamericano, ha trovato un espediente semplice e geniale: scappare in avanti, come racconta la storia del ciclismo, che in Ecuador magari non è mai arrivata ma alla quale Richard si è subito affezionato.

 

Foto in evidenza: ©Movistar Team, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.