Riparto da me stesso: intervista a Kristian Sbaragli

Sbaragli riparte dalla Corendon di van der Poel e dai suoi trent’anni.

 

 

Perché sentiva di dover cambiare, perché il progetto della Corendon lo ha conquistato, perché se si presenta l’opportunità di correre con Mathieu van der Poel va colta al volo, lasciarla cadere nel vuoto sarebbe da incoscienti: Kristian Sbaragli spiega più o meno così quello che gli è successo nelle ultime settimane. “Al passato penso soltanto quando devo raccontare qualcosa, altrimenti guardo sempre avanti. Nel passato si ritrovano recriminazioni e polemiche, c’è sempre qualcosa per cui lamentarsi e volersi male. E io non voglio niente di tutto questo. Mi limito a prendere il positivo e a lavorare sul negativo”. Guardiamo avanti, allora.

È difficile rintracciare il negativo nella carriera di Sbaragli. Se il ciclismo assegnasse le sue vittorie ai punti come usa nel pugilato, le braccia di Sbaragli si sarebbero alzate al cielo in diverse occasioni. “Ci penso spesso. La costanza e la continuità mi appartengono, a differenza di tanti altri corridori che vincono una volta e spariscono per due mesi. Però non vinco mai e allora mi viene da dire che forse quelli che io vedo come pregi sono dei difetti. A volte mi è mancata la brillantezza e per essere più brillanti bisogna correre meno e tirare i remi in barca, finché la corsa lo permette. Io non lo faccio mai, praticamente”.

Un giovane professionista alla MTN-Qhubeka.

Sbaragli ha ragione, sia per quanto riguarda la brillantezza che serve per vincere le corse sia quando fa riferimento alla sua necessità. Appena si è accorto che Cimolai era più veloce di lui in volata, ha deciso di provare ad entrare nelle fughe, visto e considerato la fortuna di cui godono nel ciclismo contemporaneo. “E continuerò a farlo. Ci vogliono le tappe miste: la fuga ha più probabilità di arrivare e io di vincere. Da questo punto di vista, la corsa che mi piace di più è la Vuelta: percorsi mossi, aperti a tante soluzioni e a tanti corridori. Mi sembra la soluzione migliore anche per favorire lo spettacolo, che di certo non si propizia mettendo in fila salite di prima categoria una dopo l’altra”.

Tuttavia, dato che nel ciclismo il criterio dei punti non funziona come nel pugilato, Sbaragli si ritrova con una marea di piazzamenti e poco altro. Non si butta via nulla, ci si consola facendo appello all’esperienza, anche se a volte è preferibile un po’ d’esperienza in meno e qualche vittoria in più. “Si perde per una curva impostata male, per un metro, per un centimetro. Si perde perché non si crede abbastanza in sé stessi, che poi è quello che mi sento ripetere da anni. Mi considero una persona onesta, tranquilla ed equilibrata, ma evidentemente per vincere di più mi manca qualcosa”. La bontà può rivelarsi insufficiente, d’altronde la vita ce lo ricorda tutti i giorni.

Insomma, in sette anni di professionismo una sola vittoria; ma che vittoria: “Alla Vuelta, nel 2015, e chi se la scorda? Ciclisticamente parlando, il giorno più bello e importante della mia vita. Un punto di svolta, il giorno della consapevolezza”. Non solto, perché Sbaragli batté il miglior Degenkolb che si sia mai visto, il corridore che appena cinque mesi prima conquistò la Milano-Sanremo e la Parigi-Roubaix. “Ecco, la Milano-Sanremo è una vittoria che gli invidio, com’è normale che sia per ogni corridore italiano abbastanza veloce. Invece al mio nuovo capitano, van der Poel, ruberei l’Amstel Gold Race che ha vinto quest’anno. È una bella corsa e si adatta alle mie caratteristiche, un pensierino ce l’ho già fatto”.

Già, Mathieu van der Poel è il suo nuovo capitano. “Un fuoriclasse. Nel ciclismo odierno se ne vedono tanti di corridori in grado di guidare la bicicletta alla perfezione, ma come lui non c’è nessuno. Dovreste vederlo ai semafori, in sella ad una bicicletta fa tutto con una naturalezza disarmante”. È una bella squadra, la Corendon. Oltre a van der Poel ci sono Modolo e Vakoč, che arrivano dal World Tour, qualche giovane interessante – Benoist su tutti – e Merlier, il campione belga. E infatti Sbaragli è contento di farne parte. Peraltro, è reduce dal miglior finale di stagione della sua carriera; costanza premiata col ruolo di riserva ai campionati del mondo di Harrogate. “Fisicamente sto bene e non vedo l’ora di cominciare. Concludere bene la stagione permette di pedalare più rilassati d’inverno e pedalare più rilassati d’inverno permette di preparare meglio la prossima stagione”. Non fa una piega.

Kristian Sbaragli è entrato definitivamente nella seconda parte della sua carriera. Compirà trent’anni a maggio e la sua vita non è più quella del giovane alle prime armi: è stata una delle riserve della nazionale italiana, sogna grandi vittorie, corre con Mathieu van der Poel e ha persino ideato una linea d’abbigliamento insieme a Manuele Mori, ritiratosi proprio poche settimane fa. “Si chiama KM e si parla di ciclismo, ovviamente. K come Kristian e M come Manuele, s’intende”.

©IsraelCyclingAcademy, Twitter

È pur vero che Sbaragli è maturato anche perché corre più o meno da venticinque anni. Quando gli chiedo a quale età ha cominciato, lui mi risponde “non appena è stato possibile partecipare alle gare”. Da juniores non era ancora convinto di poter diventare un professionista, tant’è che Giurisprudenza gli sembrava un’alternativa tutt’altro che pessima. Poi è arrivato il dilettantismo, che ha portato con sé vittorie, sicurezze e notorietà. Chissà se avrebbe mai pensato di far parte di MTN-Qhubeka e Israel Cycling Academy, due dei progetti ciclistici più interessanti dell’ultimo decennio. “Le ringrazio entrambe: la MTN-Qhubeka per aver creduto in me e la Israel Cycling Academy per avermi fatto crescere ulteriormente. Però sentivo di dover andar via, ecco perché ho scelto la Corendon”.

Sbaragli è sempre stato uno sportivo, quando non era ciclismo era nuoto o calcio. Eppure, non s’è mai sognato di trascurare tutto il resto. “Perché mi hanno cresciuto così. Sarebbe arrivato il momento delle decisioni, ma all’inizio era giusto vedere lo sport come un divertimento e dare la precedenza alla scuola, così da non avere recriminazioni se la carriera sportiva fosse andata male. Ecco, direi che il ciclismo e lo sport allora erano un complemento”. Kristian Sbaragli, in credito con le vittorie e col buonsenso, vuole vedere se di quel complemento riesce a diventarne il soggetto.

 

 

Foto in evidenza: ©IsraelCyclingAcademy, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.