Romain Bardet, alla ricerca del tempo perduto

Ritratto di Romain Bardet, uno dei corridori più poliedrici del gruppo.

 

 

Scendendo dal podio finale dei Campi Elisi con indosso la maglia a pois, Romain Bardet aveva maturato una decisione drastica. «Non so se continuerò a pedalare», aveva confidato a Vincent Lavenu, il team manager dell’AG2R La Mondiale. Il Tour de France 2019 non era andato come Bardet sperava. In cima a La Planche des Belles Filles, il primo vero test per gli uomini di classifica, aveva dovuto concedere più d’un minuto a Thomas e Alaphilippe. Quella sera, in albergo, disse ai compagni di squadra che si vergognava da morire per quel risultato così inspiegabile. Figurarsi se il morale poteva crescere assistendo alle scorribande di Pinot e Alaphilippe, i corridori che la Francia aspettava da più di trent’anni.

La seconda parte della corsa non andò molto meglio, ma Bardet provò comunque a prendere in mano la situazione: se la mente e il corpo non gli permettevano di soddisfare le proprie aspettative, allora avrebbe dovuto rivedere quest’ultime. Accontentarsi, insomma, in barba ai diktat esasperanti del mondo moderno che vorrebbero vedere l’uomo ambire soltanto al massimo. L’obiettivo, dunque, divenne la maglia a pois. A forza d’inseguirla, per poco non vinse anche una tappa: la diciottesima, quella che arrivava a Valloire, conquistata da un redivivo Quintana proprio davanti a Bardet. «Vincere la classifica degli scalatori era un sogno che avevo fin da bambino», dichiarò alla stampa una volta ipotecata la maglia.

©SudOuest Sport, Twitter

Tuttavia, nonostante l’evidente battuta d’arresto, Bardet aveva parlato troppo presto. Necessitava di una pausa, certo, ma non così definitiva come quella del ritiro. Magari la sua mente abbisognava di riposo e di nuovi stimoli, di orizzonti diversi da provare a raggiungere pur avendo la consapevolezza di non poterli raggiungere mai. Alla fine, vestire la maglia a pois sul podio parigino è il massimo risultato che un buon corridore può sperare di realizzare. Per Bardet non può bastare, s’intende, ma tante carriere sono state ricostruite su fondamenta assai più friabili. E poi uno come Bardet – uno che odia l’ipocrisia, che crede fermamente nella libertà, che reputa coraggio e indipendenza i valori più importanti per gli uomini e le donne di tutto il mondo – non può uscire di scena così. Può perdere, magari, d’altronde una parte consistente del fascino che emana deriva proprio dalle sconfitte subite: ma non può gettare la spugna.

Rincorrendo le aspettative

Che Romain Bardet sia uno scalatore adatto alle grandi corse a tappe è un dato di fatto. Fin da giovane ha dimostrato di poter diventare un corridore del genere. Nelle più probanti brevi corse a tappe riservate ai dilettanti, i suoi piazzamenti non lasciavano spazio a nessun dubbio: nel 2010 fu nono alla Ronde de l’Isard, ottavo al Tour des Pays de Savoie, sesto al Tour de l’Avenir; un anno più tardi fu sesto al Giro del Friuli Venezia Giulia, quarto alla Ronde de l’Isard, secondo al Tour des Pays de Savoie e dodicesimo al Tour de l’Avenir riportando anche una vittoria di tappa.

Anche la sua progressione nella classifica generale del Tour de France è indicativa: quindicesimo nel 2013, al debutto, alla seconda stagione tra i professionisti; sesto nel 2014, nono nel 2015, secondo nel 2016, terzo nel 2017, sesto nel 2018. Le tre vittorie di tappa conquistate alla Grande Boucle sono arrivate in tre giornate altimetricamente esigenti: Saint-Jean-de-Maurienne, Saint-Gervais Mont Blanc, Peyragudes. Tutte, peraltro, nella seconda parte del Tour de France: era la diciottesima tappa nel 2015, la diciannovesima nel 2016, la dodicesima nel 2017. Delle sette vittorie accumulate tra i professionisti, tre fanno riferimento al Tour de France. Le altre quattro sono la classifica generale del Tour de l’Ain, la Drôme Classic e la Classic d’Ardèche (due classiche vallonate del calendario francese), e la quinta tappa del Criterium del Delfinato 2015.

©Peter Edmondson, Flickr

Addentrandosi ancora di più nei risultati di Bardet, emergono altri aspetti interessanti. Nel 2017, ad esempio, Bardet chiuse al terzo posto: se è vero che nella sconfortante cronometro di Marsiglia riuscì a difenderlo per un solo secondo dagli assalti di Landa, è altrettanto vero che alla partenza di quella stessa cronometro tra Froome, in maglia gialla, e Bardet c’erano soltanto ventitré secondi. Per un paio di estati, il francese è stato l’avversario più credibile, pericoloso ed imprevedibile di Froome. E la squadra di Bardet, l’AG2R La Mondiale, l’unica che ha provato a scalfire le resistenze di una squadra evidentemente troppo più forte. Gli unici due corridori che, quando l’età ancora glielo permetteva, gli hanno impedito di primeggiare nella classifica riservata ai giovani, sono stati Pinot nel 2014 – per la prima e unica volta sul podio finale di un grande giro – e Quintana nel 2015, uno dei migliori scalatori della storia recente del ciclismo.

Non c’è da stupirsi, insomma, se un profilo simile ha concentrato grandi riserve d’energie sul Tour de France: è la corsa che lo ha formato, che lo ha svezzato e che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Senza dimenticare le responsabilità patriottiche, ovviamente, anche se Bardet non ha mai nascosto il suo fastidio quando i discorsi che riguardavano lui e Pinot cadevano sull’astinenza francese al Tour de France. «Il prossimo corridore francese che vincerà il Tour de France dovrebbe ritirarsi sui Campi Elisi», disse qualche anno fa a Velonews. «Chi glielo farebbe fare di continuare a correre? Col rischio di ripresentarsi l’anno successivo e non riuscire nel bis che tutti i francesi si aspetterebbero». Per poi chiudere con nettezza. «Prima o poi un corridore francese trionferà nuovamente al Tour de France». Secondo alcuni giornalisti francesi, Bardet sarebbe stato preso in contropiede addirittura dai suoi stessi risultati: nel 2016 puntava al quarto posto, ai piedi del podio, per cercare di salirvi l’anno successivo; non si aspettava di arrivare secondo e pare che questo, almeno così si dice, non abbia fatto altro che incrementare le aspettative nei suoi confronti.

©Rouleur, Twitter

Un ricordo d’infanzia

Le ultime due edizioni, al contrario, hanno restituito un Bardet più modesto e meno efficace. Come altri corridori della sua generazione – van Garderen, Landa, Aru, Quintana – la sua progressione si è affievolita fino al ristagnamento. Le promesse di qualche anno fa sono diventate dei miraggi. Nel 2018, tuttavia, abbiamo potuto apprezzare un Bardet finalmente competitivo anche nelle classiche di un giorno che più gli si addicono: fu secondo nella Strade Bianche più difficile della sua giovane storia, terzo alla Liegi-Bastogne-Liegi e secondo nella prova in linea dei campionati del mondo di Innsbruck, a pochi centimetri dal rovinare a Valverde il suo appuntamento con la storia. Spulciando il suo passato, ci si rese improvvisamente conto che le classiche vallonate non erano così distanti dalle possibilità di Bardet: alla Liegi-Bastogne-Liegi era già arrivato due volte sesto e una volta decimo, mentre al Giro di Lombardia 2016 fu quarto.

La Liegi-Bastogne-Liegi, tra l’altro, rischiò di vincerla da dilettante, secondo nel 2011 alle spalle di Van der Sande. È la sua classica preferita e ad essa è legato uno dei primi ricordi ciclistici della sua vita: lui e suo padre davanti alla televisione mentre Bartoli e Jalabert scattano sulla Redoute nell’edizione del 1997. «È la classica degli scalatori e io sono uno di loro», spiegava a Rouleur nel 2017. «Eppure, non riesco a spiegarmi come mai la Parigi-Roubaix venga considerata così superiore alla Liegi-Bastogne-Liegi. È vero, l’arrivo nel velodromo è molto più iconico di quello modesto di Ans, ma per il resto la Liegi non ha niente da invidiare alla Roubaix. Sembra che nessuno si ricordi delle imprese di Merckx o di quella che fece Hinault nel 1980 sotto alla neve. Anche la Liegi-Bastogne-Liegi, insomma, è una corsa antica ed affascinante».

Il 2018 potrebbe aver avuto l’effetto di uno spartiacque nella carriera di Romain Bardet. A ventinove anni, con pochissima esperienza alla Vuelta e nessuna al Giro d’Italia, il francese potrebbe aver intuito l’importanza di esplorare tutte le proprie potenzialità. La resistenza di cui è dotato, sommata allo scatto ficcante di cui è capace, possono rivelarsi fondamentali nella conquista di una grande classica. Ad aumentare il suo coefficiente di pericolosità, concorrerebbero il carattere e il piglio: sfrontato, ribelle, generoso. Perché solo nelle classiche Romain Bardet può rinsaldare la sua originalità.

©Dans la Musette, Twitter

Tra i numeri e l’istinto

Secondo Romain Bardet, un grande ciclista deve saper correre senza l’ausilio – l’assillo – dei numeri e dei dati. Anzi, di più: è questa superiore capacità di controllo che lo rende tale. Questo non significa che Bardet non si avvalga della tecnologia contemporanea. In fondo, tutte queste cifre dovranno pur dire qualcosa: se i rilevamenti di quest’anno sono migliori rispetto all’anno scorso, non c’è nessun motivo per essere tristi. Tuttavia, Bardet riesce ad accantonarli quando arriva il momento della competizione: lì, più che per i numeri, dev’esserci spazio per l’intuito.

È da questo demone, infatti, che Bardet si lasciò guidare negli ultimi chilometri della diciannovesima tappa del Tour de France 2016. In quel momento era quinto in classifica generale con tre secondi di vantaggio su Porte, sesto, e poco più d’un minuto di ritardo da Mollema, secondo. Provare un attacco non gli costava nulla: nell’immaginario di Bardet non c’è nessuna differenza tra un quinto e un decimo posto e ogni lasciata è persa; bisogna saper cogliere il momento, propiziarselo se necessario, forzarlo se gli eventi non lo favoriscono.

Si mosse nella parte finale della lunghissima discesa della Montée de Bisanne insieme a Cherel, abile pilota di sovversivi, e scalò in solitaria l’ascesa finale verso il traguardo di Saint-Gervais Mont Blanc, dieci chilometri con una pendenza media dell’8%. Ribaltò la classifica, passando dal quinto al secondo posto. Si guadagnò le pagine principali dei giornali francesi per i tre giorni successivi, L’Équipe definì “eroica” la sua azione e Christian Prudhomme, il capo del Tour de France, affermò che la sua vittoria «infondeva fiducia per il futuro del ciclismo». Giuseppe Martinelli, direttore sportivo dell’Astana, fu il più laconico: «Ha dimostrato d’avere palle».

Pur non avendola mai messa giù in questi termini, anche i suoi compagni dell’AG2R La Mondiale sarebbero d’accordo con Martinelli. «Eleva chi gli sta intorno», riconobbe Domenico Pozzovivo qualche anno fa. La leadership esercitata da Bardet è silenziosa: parla il giusto, scherza poco, non urla praticamente mai. Lascia che sia l’esempio a far passare il messaggio giusto. Più che introverso e timido, Bardet è pacato e riservato. Avendo contribuito notevolmente alla crescita della squadra, il credito di cui gode è pressoché infinito. Per questo, talvolta, gli sono stati perdonati e concessi passaggi a vuoto e tentativi scriteriati. «Vincere la maglia a pois in un contesto così difficile ha dato un senso alla sua corsa e al lavoro della squadra», ha sottolineato Lavenu al termine del Tour de France 2019. «Romain ha dimostrato per l’ennesima volta di essere un uomo e un capitano, interpretando il ruolo di leader al meglio delle sue possibilità attuali».

©Romain Bardet, Twitter

Dei suoi avversari, Chris Froome è quello che più di tutti gli altri ha potuto saggiare la sua consistenza umana. Bardet, pur non crocifiggendolo, non nascose il suo dispiacere quando venne a sapere dell’affaire salbutamolo nel quale Froome era rimasto coinvolto. Allo stesso tempo, non esitò a spezzare una lancia in suo favore quando la tifoseria francese gli mancò di rispetto. È successo spesso, nelle ultime stagioni, ma una volta Bardet si sentì più coinvolto delle altre, dato che furono alcuni suoi tifosi a bersagliare Froome d’insulti. Accadde al Tour de France 2017, mentre il gruppo dei migliori stava affrontando l’ascesa di Peyra Taillade: Froome rimase attardato a causa di un guasto meccanico e il pubblico francese s’infiammò vedendo passare l’AG2R e Bardet senza il britannico. «Mi dispiace davvero per Froome, che è un campione e merita rispetto», disse Bardet. «Sono orgoglioso di tutto il sostegno che ho ricevuto ieri, ma io rispetto Froome come avversario: non merita questo trattamento».

Vedendolo competitivo e reattivo in alcune delle prove d’un giorno più importanti del 2018, tornarono in mente le parole che lui stesso affidò a Rouleur nel 2016. «Credo d’essere più vicino a conquistare una classica che un grande giro», affermò. Il fatto è che le classiche sono l’habitat naturale di Romain Bardet. Se il Tour de France non fosse l’evento di punta della Francia e del ciclismo, probabilmente il palmarès di Bardet sarebbe diverso: più vario, più rigoglioso, più ricco. Dove non arrivano i fatti, arrivano le parole: una volta disse che per lui correre la Liegi-Bastogne-Liegi era rinfrescante perché poteva scordarsi delle tattiche, del giorno dopo e di tutto il resto; al termine della Strade Bianche fangosa del 2018, invece, dichiarò estasiato che «questo è puro ciclismo».

Qualche anno fa Jean-Baptiste Quiclet, l’allenatore di Romain Bardet, ha raccontato che una mattina, durante uno dei ritiri invernali della AG2R, si è svegliato all’ora di sempre e non ha trovato Bardet da nessuna parte. Poi gli hanno spiegato che, nonostante l’uscita di squadra fosse programmata per le dieci, il francese aveva deciso di uscire da solo alle nove perché il programma della giornata gli sembrava troppo leggero. Questo è Romain Bardet: un corridore che improvvisa perché così si diverte, non necessariamente perché è costretto a improvvisare; un corridore che si definisce ostinato, che può permettersi di dichiarare che a lui della vita interessa l’intensità e non la durata, e che ad un ciclista è concesso il fallimento a patto d’aver dato tutto sé stesso; un corridore che, per sua stessa ammissione, sogna di incontrare di nuovo la vecchia insegnante di matematica per dimostrarle che il ciclismo non è un mondo di furbi e dopati, come lei sosteneva a suo tempo.

©Tour de France, Twitter

Eppure, così come ha riconosciuto tutto questo, allo stesso modo Romain Bardet ha spiegato di non sentirsi definito dal ciclismo e di non credere che il ciclismo sia il fine ultimo della sua esistenza. Forse la sfrontatezza è una conseguenza di questa leggerezza, di un fatalismo sul quale non ha potere nemmeno il più accanito dei perfezionisti: Bardet attacca come se non avesse niente da perdere proprio perché l’eventuale perdita non sarebbe così irreparabile e così preziosa come un’eventuale vincita. E allora, da cos’altro è composto l’universo Bardet?

Un giornalista, uno scrittore, un deejay

Quando Peloton Magazine gli chiese cosa avrebbe voluto fare se non fosse diventato un ciclista, Romain Bardet rispose che gli sarebbe piaciuto diventare un deejay o uno scrittore. Non è una risposta convenzionale per un ciclista professionista, ma non dobbiamo dimenticarci che nemmeno Bardet è un corridore convenzionale. La famiglia nella quale è nato spiega questa anomalia soltanto in parte: madre infermiera, padre maestro elementare. La dote che hanno trasmesso al figlio è perlopiù politica.

Bardet, infatti, è un avido lettore e conoscitore delle dinamiche politiche francesi e mondiali: si tiene costantemente aggiornato tra letture, programmi televisivi e radiofonici, si sente tanto francese quanto europeo, vede nell’immigrazione obbligata e mal gestita il problema sociale più grande del ventunesimo secolo e crede fermamente nel diritto di voto – «un’esigenza», usando le sue parole. Il momento più emozionante del suo primo Tour de France, infatti, non fu l’arrivo sui Campi Elisi oppure la scoperta d’essere stato il miglior francese in classifica generale: fu stringere la mano al Presidente della Repubblica.

Una certa abitudine alla lettura Bardet la prese fin da giovanissimo e stavolta economia e politica non c’entrano niente. Fu il ciclismo, ovviamente, a fungere da ariete. Ogni estate, durante il mese di luglio, Bardet non si perdeva mai le pagine ciclistiche de L’Équipe. Poteva trovarvi di tutto, dalle storie più emozionanti alle riflessioni più costruttive: mentre imparava e scopriva il ciclismo, affinava una predisposizione che gli sarebbe tornata buona più avanti. Da allora, Bardet non ha mai più smesso di leggere. I suoi autori preferiti non sono tre scappati di casa: Édouard Louis, Clément Rosset, Samuel Huntington. Qualche ora prima della partenza di una tappa del Tour de France 2016, Bardet pubblicò una foto emblematica: sul suo letto giacevano una copia de L’Équipe, una di Le Monde, una del Courrier International e una di Les Inrockuptibles, un settimanale di musica.

©Ciclo 21, Twitter

Tuttavia, nonostante un ventaglio piuttosto ampio d’interessi, Bardet trova ancora il tempo – e la voglia – di documentarsi e approfondire le sue conoscenze ciclistiche. «Fondamentalmente rimango un appassionato di ciclismo», spiegava qualche anno fa. «Ecco perché ogni mattina leggo le analisi dei giornali». Ma Bardet non si limita soltanto ad assimilare: prova su sé stesso, sperimenta, si aggiorna costantemente. «Nel ciclismo di oggi non potrebbe essere altrimenti», ripete spesso ai compagni di squadra. Della sua inestinguibile sete di conoscenza ne sa qualcosa l’AG2R: ogni anno, infatti, Bardet avanza qualche idea sulle metodologie d’allenamento, sulla galleria del vento, sui materiali e sulla dieta. Pare che attinga da alcune pubblicazioni universitarie.

A proposito di università, Bardet non s’è fatto mancare nemmeno quella. Grazie all’e-learning, infatti, ha conseguito una laurea magistrale in economia e management. Il tirocinio lo ha svolto nella squadra di rugby di Clermont-Ferrand, la città capoluogo del dipartimento del Puy-de-Dôme in cui vive. Si occupava della fidelizzazione dei tifosi e crede che il ciclismo abbia molto da imparare da uno sport come il rugby.

Nel 2019 Romain Bardet è diventato una delle firme di Rouleur: ha a disposizione un po’ di spazio nelle prime pagine di ogni numero e dalla sua penna esce sempre qualcosa di interessante. Non ha un taglio giornalistico, anche se potrebbe permetterselo: ed è questo, forse, che rende ancora più interessante quel che ha da dire. Non appena ha potuto, ad esempio, ha parlato di vino, un’altra delle sue grandi passioni extraciclistiche.

Ma l’esperienza vinicola per Bardet non si esaurisce nel momento in cui si beve, né può essere ridotta soltanto a questo. Intanto, giusto per far capire come funziona il ciclista francese, per lui un bicchiere di vino è una ricompensa e mai un desiderio o un vizio: se sente di non esserselo meritato, infatti, fa fatica persino a pensarci. In secondo luogo, assaporare il gusto di un vino piuttosto che di un altro gli è servito per ricordarsi e apprezzare una volta di più il valore della tranquillità, dei tempi lunghi e della condivisione. Ha affinato anche i suoi sensi e le sue capacità percettive, un aspetto che in gruppo non è affatto secondario.

©Cycling Weekly, Twitter

Nell’attesa di ripartire

Il ciclismo, dunque, è soltanto uno dei pianeti che compongono l’universo Bardet. Negli ultimi tempi il più grande è diventato quello familiare: poche settimane fa, infatti, il francese è diventato padre per la prima volta. La quarantena forzata che sta vivendo è più dolce e intensa di quanto avrebbe mai immaginato. «È un lusso poter approfittare dello stare assieme a mio figlio», ha detto recentemente a Le Monde. «Una delle mie angosce come padre, con tutti gli spostamenti che facciamo abitualmente, è: riuscirò a vederlo crescere? È una gioia essere presente ad ogni istante della sua crescita. Dargli il biberon la notte è un momento privilegiato». Bardet ha detto la sua anche riguardo alle tematiche più calde del momento: l’incombenza della monotonia, l’importanza di rimanere in casa e rispettare le normative, la speranza che al momento della ripartenza il ciclismo sia ancora uno sport credibile. «In questo momento non ci sono controlli antidoping per il passaporto biologico», ha dichiarato. «Sarà possibile avere un’equità se i controlli non saranno fatti sino ad allora?».

La quarantena, insomma, è arrivata in un momento particolare per Romain Bardet. Se non comportasse tutto quello che ormai conosciamo così bene, potremmo dire che è arrivata al momento giusto della sua vita e della sua carriera: oltre a potersi godere le prime settimane di vita del figlio, infatti, può distanziare ulteriormente i cattivi ricordi del 2019. Nell’inverno, un po’ per cambiare e un po’ per ritrovare certe sensazioni, ha alternato la pista e il ciclocross alla strada. Le prime sortite del 2020 non sono state malvage: secondo al Tour des Alpes Maritimes et du Var, tredicesimo alla Royal Bernard Drome Classic, nono nella tappa più dura della Parigi-Nizza. A cose normali avrebbe dovuto debuttare al Giro d’Italia, ma la presunta certezze granitica delle date del Tour de France hanno convinto lui e la squadra a ripresentarsi alla Grande Boucle per riscrivere una storia diversa. Probabilmente il Giro d’Italia gli avrebbe fatto meglio: un’esperienza nuova, molte pressioni in meno, un mese in uno dei paesi che ama di più.

©Département des Yvelines, Flickr

Il Bardet tagliente e impegnato s’è visto anche nel 2020. Al Tour Down Under, ad esempio, ha espresso più volte il suo dispiacere per gli incendi che stavano devastando l’Australia. Alla Parigi-Nizza, invece, è stato uno dei più critici nei confronti dell’organizzazione della corsa. «Non capisco perché la Parigi-Nizza stia andando avanti», tuonava al termine della sesta tappa. «Stiamo disputando la nostra corsetta come se nulla fosse, come se il mondo non stesse facendo i conti con un pericolo globale. Non mi è piaciuto nemmeno l’atteggiamento di alcuni corridori: chi rimane in silenzio, chi se ne va. Non c’è unità, non ha senso quello che stiamo facendo: forse dovremmo fermarci».

È molto difficile prevedere il futuro di Romain Bardet. A novembre compirà trent’anni, ipoteticamente parlando potremmo considerarlo a metà della sua carriera. Se dovesse proseguire nel solco della prima parte, è probabile che continui a vincere poco e a piazzarsi molto. Le classiche sembrano più alla sua portata, ma per vincerle bisogna conoscerle bene e dedicarvi anima e corpo: è complicato, insomma, pensare di brillare alla Strade Bianche, alla Liegi-Bastogne-Liegi, al Giro di Lombardia e al campionato del mondo passando dalla classifica generale delle brevi corse a tappe e soprattutto del Tour de France. Ma di Romain Bardet, fatta eccezione per le grandi vittorie, ci si può fidare: non si snaturerà, non scenderà a patti né a compromessi, non baratterà la liberta d’un attacco con la sicurezza di un piazzamento.

Questo è il succo del discorso che affidò a Cyclingnews l’anno scorso, quando doveva spiegare quali erano stati i motivi che lo avevano portato a terminare la sua stagione il 28 luglio sui Campi Elisi. «Non voglio correre tanto per passare il tempo e accumulare piazzamenti su piazzamenti», argomentava. «Ci sono alcuni corridori che dopo le fatiche del Tour de France continuano a trascinarsi fino alla fine della stagione non andando mai oltre il cinquantesimo posto. Ecco, io voglio evitare questo. Se mi presento ad una corsa, voglio essere competitivo. Se so di non poter esserlo, preferisco prendere un po’ di tempo per revitalizzare me stesso».

©Michele Moretto, Twitter

Quest’anno, seppur monco e complicato, potrebbe permettere a Romain Bardet di riflettere su tutto quello che gli è sfuggito negli ultimi anni. Solitamente ci riesce piuttosto bene, infatti chi gli sta intorno lo descrive come un ragazzo mai del tutto contento e sempre alla ricerca di quello che ha sbagliato per potersi migliorare. Potrebbe togliersi quelle soddisfazioni che fino ad ora gli sono sfuggite: si accorgerebbe d’aver perso un po’ di tempo, specialmente se queste dovessero arrivare nelle classiche, ma chi può dirsi sicuro d’aver sfruttato ogni stilla di tempo a disposizione? «Non ricordo d’essere mai stato pienamente felice», raccontava Bardet qualche anno fa. «È che c’è sempre qualcosa che non va e che potrebbe essere fatto meglio. Temo il giorno in cui sarò soddisfatto di me stesso: l’appagamento è il nemico dell’ambizione». Quel giorno, fortunatamente, sembra ancora piuttosto lontano.

 

 

Foto in evidenza: ©AG2RLM Pro Cycling Team, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.