Tra lunghi silenzi e asfalto ruvido, spicca un ceco chiamato Roman Kreuziger.

 

Roman Kreuziger pedala forte. In salita, quando fa caldo, si apre completamente la maglietta e il suo viso si trasforma in una smorfia da attore di cinema muto. In bicicletta non recita, anche se fa la sua parte. Anche se un ciclista a volte può sembrare la pedina di una messa in scena: l’ingranaggio di un meccanismo complesso come il più imperfetto degli orologi.

Roman Kreuziger pedala sempre più forte. È incompiuto come una giornata rovinata dal maltempo, con quel suo sguardo scavato da vecchio sciamano e le orecchie a sventola. Dal cielo cade la pioggia e lui non è più sull’asfalto; ora è sullo sterrato, tra erba e fango, dove conquista medaglie mondiali ed europee tra gli juniores, arrivando subito dietro mostri sacri del ciclocross.

Roman Kreuziger smette di pedalare dopo essere stato in fuga. Ora è in Olanda e siamo nel 2013. Ha attaccato lontano dal traguardo, è stato ripreso, ha portato via la fuga, poi ha lasciato sul posto i suoi compagni d’avventura mentre in gruppo sono rimasti a guardare. L’Amstel Gold Race è corsa indecifrabile, il profilo altimetrico sembra un porcospino, l’elettrocardiogramma di qualcuno messo molto male. Ci si prosciuga a ogni metro. Si cade – o si rischia – a ogni curva, a ogni passaggio cittadino, tra strade strette, marciapiedi e spartitraffico. Kreuziger, che si è fatto le ossa stando in piedi tra sentieri fangosi, guadagna quel poco che gli basta per passare il traguardo in solitaria e conquistare la vittoria più importante della sua carriera. Innaffiandosi nello scontato cerimoniale con pinte di birra.

Roman Kreuziger è sceso di bicicletta. Lo hanno preso di forza e gli hanno intimato l’alt. È il 2014 è l’UCI lo contatta: “Anomalia nel passaporto biologico tra il 2011 e il 2012″. Viene sospeso in via cautelare dalla sua squadra. Urla a gran voce la rabbia del mai-stato-dopato: “Condanno il doping e l’imbroglio”. Apre un sito e lo chiama “Lo strano caso di Roman Kreuziger, si sente inghiottito in una trama surreale. Si sottopone al test della verità, come fosse accusato di omicidio, e pubblica i suoi valori del sangue e le motivazioni di quelle presunte anomalie. Viene scagionato: un confuso sistema di (in)giustizia che riflette menzogne e ipocrisie, imperfezioni e contraddizioni.

Roman Kreuziger sale di nuovo in bicicletta. Lo fa un po’ per gloria personale – “Pedalo soprattutto per la mia famiglia” -, un po’ per i suoi capitani, come ai tempi della Tinkoff con Contador (“La pressione era tutta su Alberto e io mi sentivo meglio così“) o nelle ultime stagioni a fianco dei gemelli Yates. Roman Kreuziger è costante cambiamento, come il profilo altimetrico di una corsa: quest’anno corre con la Dimension Data, sogna di nuovo le Ardenne (“Con me, Valgren e Gasparotto siamo messi benissimo”) e giura che ci riproverà al Tour de France: “Avevo bisogno di nuove motivazioni e di nuove sfide“.

Roman Kreuziger spacca la bicicletta in corsa come in allenamento. “Mi devo allenare più forte degli altri per raggiungere certi risultati”.

Perché lui non si è mai sentito un predestinato, nonostante un padre anch’esso ciclista e medagliato nel ciclocross e un inizio di carriera in cui lo si immaginava battagliare ad armi pari con Nibali, senza dimenticare le diverse top ten conquistate tra Giro e Tour.

Roman Kreuziger pedala nel silenzio. La sua corsa lo porta ogni volta a ripercorrere la Schody Mrtvých, la “Scala dei morti”. A Moravská Třebová, il piccolo paese in cui è nato, tra la Boemia e la Moravia, è una delle attrazioni principali, se così si può dire, a parte un castello e una piazza. Sopra c’è scritto “Beati coloro che muoiono nel Signore”. Immersa nel silenzio, Moravská Třebová riflette perfettamente il senso che Roman dà alla sua marcia in salita, a suo agio tra picchi montani, senza bisogno che i suoi capitani dicano alcunché per farlo agire. Beati coloro che pedalano.

Foto in evidenza: @Emanuela Sartorio – Caffè & Biciclette (Roman Kreuziger in azione al Mondiale 2018 di Innsbruck)

 

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.