Ryan Mullen è il grande gigante gentile

Dal rugby al ciclismo, Ryan Mullen non ha perso tempo né umorismo.

 

Nonostante si definisca debole come un gattino, Ryan Mullen è un imponente agglomerato di muscoli: alto un metro e novanta e pesante circa un’ottantina di chili, l’irlandese assomiglia più a un giocatore di rugby che a un ciclista. E infatti il rugby è stato il suo primo sport: non che gli piacesse, ma caricare a testa bassa le difese avversarie gli riusciva piuttosto semplice.

Il fisico è un tema centrale della sua carriera: è difficile tenere sotto controllo il peso, rinunciare alle cioccolate calde con gli amici in quelle rare occasioni conviviali che un ciclista professionista può concedersi; le salite e le corse a tappe lo respingono, e questo, se da una parte gli rende più facile scegliere, dall’altra gli moltiplica la fatica; la struttura lo fa sembrare un corridore da classiche del nord, anche se lui stesso ha dichiarato in più occasioni di non avere la testa necessaria per affrontarle decentemente.

©Tour of Guangxi, Twitter

Mullen ha capito di voler diventare un ciclista professionista da adolescente: nel 2008, a quattordici anni, iniziò a pedalare sul serio; l’anno dopo, nel 2009, era già nel giro della nazionale irlandese. Pur essendo irlandese, tuttavia, Mullen è nato e cresciuto in Inghilterra, dato che il padre decise di trasferirsi nelle zone della madre – a Birkenhead, nella penisola di Wirral, praticamente di fronte a Liverpool. Quindi, per correre in Irlanda, doveva prendere un battello che almeno un fine settimana al mese lo portava dall’altra parte: un investimento di tempo e di denaro non indifferente, senza considerare i giorni di studio persi.

Ma per quanto riguarda la scuola, Mullen non hai dovuto realmente scegliere. «Se fossi andato all’università, non avrei fatto altro che distruggermi il fegato e accumulare un debito enorme», raccontò qualche anno fa in un’intervista a Rouleur. Quando la University of Central Lancashire gli offrì di studiare business e marketing, una domanda gli ronzava in testa: «Dove preferiresti essere adesso? In un’aula universitaria, seguendo una lezione con i postumi di una sbornia, oppure qui?», intendendo con “qui” la pedana di partenza della prova a cronometro dei Mondiali di Valkenburg 2012, giacché se lo stava chiedendo proprio in quel momento.

Il primo sogno, diventare un ciclista professionista, Ryan Mullen lo ha realizzato: è partito dalla An Post-ChainReaction, una Continental irlandese, è approdato alla Cannondale e infine, dal 2018, corre per la Trek-Segafredo. Per un periodo venne tampinato anche dalla Quick-Step, ma lui non era convinto che potesse essere la scelta giusta: era il 2017, aveva ventitré anni e non voleva diventare uno dei tanti buoni corridori di una grande squadra. Vuole distinguersi, Mullen, e per farlo ha trovato uno spazio piccolo ma buono: le cronometro individuali. Con quel fisico non poteva fare altrimenti, d’accordo, ma essere robusti non è sufficiente per andare forti.

©IlGregariaccio, Twitter

I momenti decisivi della carriera dell’irlandese hanno una cronometro come epifania, positiva o negativa che sia. Le sei vittorie nei campionati nazionali tra il 2013 e il 2019, ad esempio, tra i dilettanti prima e tra i professionisti poi, anche se nel 2015 vinse quella riservata ai professionisti nonostante fosse ancora un dilettante. E poi le delusioni, tante e cocenti: quinto tra i professionisti ai mondiali di Doha del 2016, a soli undici secondi dal podio e davanti a specialisti come Dennis e Dumoulin; terzo ai campionati europei del 2017, distante appena quattro secondi dall’oro di Campenaerts; quinto nella stessa prova e nella stessa rassegna un anno più tardi, il bronzo di Schachmann lontano giusto sette secondi.

Mai, però, come a Ponferrada nel 2014: secondo per mezzo secondo dietro a Flakemore, australiano dalle tante promesse tutte infrante. Passato professionista nel 2015 con la BMC, infatti, Flakemore si ritirò pochi mesi più tardi: la vita del professionista era troppo esigente e non faceva per lui. Mullen non la prese bene. «Ma non poteva ritirarsi un po’ prima?», rifletté stizzito.

Essendo grande e grosso, andando forte nelle cronometro e correndo per la Trek-Segafredo, il paragone con Fabian Cancellara era inevitabile. Fu Luca Guercilena il primo a ipotizzarlo. Tuttavia, ormai prossimo ai ventisei anni, Mullen non sembra poter replicare le imprese dello svizzero. Le cronometro dei grandi giri gli rimangono ancora indigeste e così le classiche del nord: al Giro delle Fiandre, tecnico e frastagliato, preferisce la Parigi-Roubaix, dritta e sostanzialmente piatta; però i piazzamenti languono: ottantaduesimo e novantatreesimo al Fiandre, mai più in alto del cinquantesimo posto alla Roubaix. Nel suo passato ci sarebbe la pista, ma appunto, giusto lì è rimasta: al passato. La usava per affinare il ritmo e la potenza, ma una volta diventato professionista l’ha lasciata perdere. «La pista? Un buon modo per ingannare il tempo d’inverno», scherzava tempo fa.

©Cycling Ireland, Twitter

Di Cancellara non diventerà più forte, ma di certo Mullen ha un senso dell’umorismo che lo svizzero non aveva: il suo profilo Twitter è uno dei più esilaranti e leggeri da seguire e le sue dichiarazioni sono sempre originali e credibili, mai forzate. Ha tre soprannomi: “Hercules” per la prestanza fisica, “Don Pablo” per il baffo che ogni tanto decide di non tagliare e “Mister 84 kg” perché ottantaquattro erano i chili coi quali si presentò al Giro d’Italia 2018, il primo grande giro della sua carriera.

A “Star Trek” preferisce “Bastardi senza gloria”, l’unica serie portata a termine con successo è stata “Breaking Bad” – «una volta finita mi sono sentito solo e spiazzato per una settimana,», dichiarò, «ecco perché non ho continuato». Odia i tatuaggi addosso a quelle persone che non li sanno portare – lui non ne ha nemmeno uno, dice – e le barbe troppo lunghe sui volti non adatti. Non vorrebbe mai un francese come compagno di camera e non capisce perché su Twitter debba vigere tutta questa ipocrisia, questa omologazione, questa falsa correttezza.
«Spesso è fastidioso dover rappresentare la squadra e lo sponsor: bisogna smettere d’essere sé stessi, stare attenti a tutto quello che si fa, si dice e si scrive, quasi autocensurarsi», rifletteva qualche anno fa. «A volte esagero, mi rendo conto d’aver pochi filtri, ma dirò e scriverò sempre quello mi pare, quello che mi sembra giusto dire e scrivere».

©Trek-Segafredo, Twitter

Ryan Mullen, pur non dichiarandolo apertamente, spera di poter rivivere le emozioni provate in due giornate precise dei campionati irlandesi: la prima nel 2014, quando pur essendo ancora un dilettante vinse la prova in linea riservata ai professionisti, andando in fuga nella prima parte della corsa e lasciando Dan Martin a un minuto e mezzo; la seconda nel 2017, sempre nella prova in linea riservata ai professionisti, lui che vinceva davanti a Roche tre giorni dopo aver conquistato anche la cronometro e suo padre, in macchina alle sue spalle, che piangeva di gioia.

L’unico successo che può avvicinarsi a quelli, stando a sentire Ryan Mullen, è la conquista della maglia iridata nelle prove contro il tempo. Un obiettivo di una certa importanza, ne converrete, per un corridore debole come un gattino.

 

Foto in evidenza: ©Trek Bicycle, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.