I dilettanti dimostrano che essere giovani, intelligente e maturi è ancora possibile.

 

Per un ciclista nascere il quattordici novembre è un segno del destino. A Samuele Battistella è andata bene: prima di lui, sempre il quattordici novembre, sono nati Vittorio Adorni, Bernard Hinault e Vincenzo Nibali. “Il mio idolo”, specifica Battistella come se ce ne fosse bisogno. “Vagamente gli assomiglio come corridore, speriamo sia di buon auspicio. Tempo fa l’ho conosciuto e gli ho chiesto una foto, in quel momento ero un tifoso e non un atleta. Sono quasi sicuro che non si ricordi nemmeno di me”.

Samuele e suo nonno, invece, si ricordano benissimo della prima corsa del ragazzo: vinse. “Era una corsetta da poco: più che uno sport, un gioco”, del quale Battistella capì subito il funzionamento.

Il ragazzo parla bene. Pedalando da quando ha sei anni, coniuga con efficacia l’esperienza accumulata con l’immediatezza dei vent’anni. Racconta che negli allenamenti dà più di quel che ha, o almeno così gli sembra, la sua umiltà fa diventare soggettivo l’oggettivo; sogna Poggiana, la gara di casa, e una delle tre grandi corse a tappe, meglio il Giro d’Italia, la gara del cuore; è testardo, nel bene e nel male, sta cercando di limare questo aspetto ma è dura tanto quanto pedalare; crede che per avere una bella carriera tra i professionisti siano fondamentali onestà e intelligenza, “perché a meno che tu non sia un fuoriclasse come Valverde allora devi passare dal gregariato, sia in giovane età sia da più anziano, e se non sai metterti a disposizione dei compagni più forti a mio parere non duri. A meno che uno non si ritiri quand’è ancora all’apice, ma non è nelle mie intenzioni”.

Si è diplomato nel 2017 all’artistico, “settantacinque su cento ma volevo e potevo far meglio, avendo sbagliato gli scritti ho dovuto accontentarmi. Di quegli anni mi è rimasta la passione per il disegno”. Quasi un mestiere, artigiano tanto quando l’andare in bicicletta. “E infatti mi piacciono le cose concrete: se avessi fatto l’università avrei scelto architettura. Mi sarebbe piaciuta molto anche filosofia ma è troppo concettuale: sono più per le cose pratiche, io”. E comunque, nel dubbio, ha scelto la terza strada: quella vera, asfaltata, non figurata. Quella dove passano le bici da corsa.

Chi ha bisogno di fiducia e rassicurazioni sul dilettantismo italiano non vada però da Battistella. Ci corre, ne fa parte. Argomenta in maniera convincente. Dice che il dilettantismo classico sopravvive soltanto in Spagna e Italia, altrimenti ci sono molte Continental e si fa con quelle; che vent’anni fa, al di là della benedizione divina che non si sa mai chi becca, emergevano più italiani perché le corse erano simili dovunque si andava, da questo punto di vista non c’erano nazioni più avanti di altre; e vede coi propri occhi che chi affronta salite di dieci chilometri in contesti importanti non ha problemi a saltare quelle di tre chilometri come fosse una gara di tremila siepi. “Può darsi che anche in Italia nascano Continental serie, ma sinceramente non ho fiducia. Mi sembra manchi la voglia, la lungimiranza, la competenza. E mancano i soldi”, forse il problema principale.

Battistella ha stoffa, se n’è reso conto al secondo anno da juniores: nove vittorie, alle quali vanno aggiunte le sei del 2018. Nonostante questi risultati, il professionismo gli sembra ancora lontano. “Vanno forte, l’ho visto alla Agostoni. Non fanno un ritmo impossibile, il problema è che alzano l’asticella dopo duecento chilometri, quando molti sono già finiti. Fare bene al Giro d’Italia sarebbe un sogno ma ci vogliono anni di lavoro. E la concorrenza è impressionante. Ma ci proverò”.

Provarci è necessario. Prima di tutto perché l’alternativa è l’azienda di ferri da stiro che fondò il nonno una vita fa, e pedalare ci sembra meglio. Secondo, perché sarebbe bello poter ricordare un giorno quella foto con Nibali e raccontare che di campioni in posa, quel giorno, ce n’erano due.

 

 

Foto in evidenza: ©Tour de Limpopo/Andrew Mc Fadden

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.