Perché nel ciclismo di Silvan Dillier il tempismo è tutto. O quasi.

 

Silvan Dillier non doveva nemmeno esserci al via di quella Parigi-Roubaix. Un mese prima cadde alle Strade Bianche in quel casino assurdo che è la corsa sulle crete senesi con il fango che quel giorno ti entrava fino in gola: ne uscì con un dito rotto. Provò un recupero lampo pedalando in altura, ma lui davvero in quella Parigi-Roubaix non doveva esserci.

Ventisette giorni dopo l’incidente in Toscana è alla partenza della Route Adélie, corsa in linea francese di nascita recente e che vede nell’albo d’oro l’unico rombante successo in carriera di Alessandro Malaguti, corridore con il nome di una moto (in attesa di Honda e Yamaha, mentre di Suzuki ce ne sono diversi) e anche un successo targato Ferrari.

Avvolto dalla maglia da campione di Svizzera, che si riconoscerebbe in mezzo a migliaia di altre maglie biancorosse in gruppo, Dillier per capire a che punto è, promuove una fuga a centottacinque chilometri dall’arrivo, la alimenta col suo motore da cronoman, la motiva con grinta e personalità e poi nel finale la fa esplodere, con il gruppo che rinviene da dietro, pronto a inghiottirti come il fumo nero dell’isola di Lost. Lui parte a quattro dall’arrivo e va a vincere.

Era sabato, ci sarebbero voluti otto giorni per la Parigi-Roubaix e Dillier non era stato selezionato. Mentre lui vinceva in Francia, la squadra era già pronta ventiquattro ore dopo a lanciare il capitano assoluto, Oliver Naesen, sulle pietre fiamminghe della Ronde. Dillier si allena, poi torna a casa in tempo per vedere Nibali attaccare, Terpstra rispondere e andare via da solo fino all’arrivo, Naesen arrancare e chiudere vicino ai primi dieci, Rudy Barbier cadere e farsi male al ginocchio. Viene selezionato per la Parigi-Roubaix in contumacia proprio di quest’ultimo, ma solo tre giorni prima della partenza viene confermata la sua presenza.

Al via della Roubaix Dillier sente un calore nei muscoli, una vocina nella testa che gli dice di non perdere tempo e provare a inserirsi nell’azione giusta: mai avrebbe immaginato però che dopo cinque ore di fuga sarebbe salito sul podio. Sagan a un certo punto da dietro parte con lentezza, va a riprendere i fuggitivi della prima ora, un terzetto niente male che oltre al campione svizzero vedeva anche Jelle Wallays, eterna promessa su queste strade e Sven Erik Bystrøm, passistone che viene dal Nord, con al petto medaglie mondiali da junior e Under 23.

Dillier resiste, Sagan se lo porta dietro e poi lo brucia nel velodromo. Come riporta Rouler, nella cronaca di quella giornata: “Se quando parliamo di Roubaix, quasi mai guardiamo al secondo posto, soprattutto se a vincere è un galattico come Sagan, oggi le cose sono diverse“. Dillier compie un’impresa, resistere per quasi 50 km quando sotto le ruote dei corridori ancora si sarebbero dovute percorrere tutti i tratti decisivi della corsa. Dillier, oltretutto, dà i cambi senza timore, spende il giusto per poi gustarsi un secondo posto che per una volta equivale a una splendida vittoria: “Ho dimostrato di trascendere me stesso quando sono in gara“.

Dillier è un corridore completo che oggi, a quasi 29 anni, probabilmente non ha ancora dimostrato a pieno il suo valore, vivendo l’incertezza dei corridori bravi in tutto, ma che non eccellono da nessuna parte. In carriera ha vinto una tappa al Giro dopo una lunga fuga e due campionati svizzeri, ma va forte anche in pista (ha vinto una seigiorni in coppia con Keisse e diversi titoli giovanili) e sa andare anche in salita tanto da resistere sul Tourmalet alla Route du Sud, poi vinta, e da essere stato chiamato dall’AG2R per: “Stare vicino a Naesen nella classiche e a Bardet al Tour in salita“.

Poliedrico, elegante, motivato, lo snodo di questo suo inizio di stagione balbettante sarà domenica alla Parigi-Roubaix, con l’obiettivo di migliorare rispetto allo scorso anno che significherebbe vincere: un sogno impossibile, un esercizio per ciclisti, una prova lampo e di trascendenza per Silvan Dillier. Che almeno stavolta è stato chiamato in tempo.

 

Immagine in evidenza: https://www.flickr.com/photos/ronancaroff/

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.