Simon Clarke è un giramondo alla costante ricerca della giornata perfetta.

 

 

Il cognome Clarke, il più delle volte, è associato a Sir Arthur, autore britannico del romanzo “2001: Odissea nello spazio”. Riprodotto su pellicola dal regista Stanley Kubrick, il film è un capolavoro che ha coinvolto anche Carl Sagan, famoso astronomo dell’epoca, per una consulenza sulla rappresentazione degli alieni. In un universo parallelo, quello del ciclismo, il cognome Sagan è effettivamente legato ad un corridore che di umano ha solo i tratti somatici, ed è qui che anche Clarke cambia nome in Simon e veste i panni di un atleta che sa cogliere l’attimo.

Simon Clarke è un atleta il cui prologo è simile a quello dell’opera di Kubrick. Da ragazzo tocca una bici e in quel preciso istante capisce che quel mezzo segnerà la sua evoluzione. Nato a Melbourne nel 1986, monta immediatamente in sella ad una mountain bike e partecipa alla sua prima gara all’età di dieci anni. A breve si converte alla strada: è un piccolo passo per Simon, ma un grande passo per il ciclismo australiano.

Grazie ai successi ottenuti da giovane a soli diciassette anni, viene infatti arruolato dall’AIS – Australian Institute of Sports – all’interno della nazionale. È la sua prima grande occasione: una porta gli si apre davanti in stile Stargate e Simon si ritrova catapultato dall’altra parte del globo, precisamente a Gavirate, dove veste la divisa della Southaustralia.com-AIS e scopre la salita del Sacro Monte, luogo dove tutt’oggi si allena abitualmente.

Sfogliando il curriculum di Clarke, salta all’occhio la conoscenza di giapponese e indiano, due lingue che in Europa non riesce a praticare. In Italia acquisisce padronanza con la nuova lingua: “Quando devi comunicare con gli italiani e sai parlare la loro lingua, nulla ti può andare storto”, disse una volta. Anche la sua carriera non incontra grossi ostacoli e Simon continua la sua evoluzione. Dopo un anno di permanenza alla ISD-Neri, vola all’Astana di Vinokurov. Dopo una stagione di crescita personale, comunque poco luminosa, viene contattato dagli aussie della Orica GreenEDGE. È il 2012 e Clarke ritorna, attraverso un salto quantico figurato, nel proprio paese natale. Altra grande occasione.

Brillante ed estroverso, in corsa veste i panni di un funambolo che preferisce le fughe alla tranquilla vita del gruppo; quando cerchia col rosso una tappa ci prova da lontano senza mai mollare, fino alla fine. Simon Clarke è un atleta polivalente, dotato di spunto veloce ma capace anche di tenere in salita e di resistere in tutte quelle situazioni identificate dall’appellativo “da tregenda”.

Un esempio lampante è la nona tappa del Tour de France 2014, vinto poi da Vincenzo Nibali. Si corre ricalcando in parte il percorso della Roubaix, su alcuni tratti in pavé e sotto scrosciate di pioggia: giornata da tregenda, appunto. Partito in fuga fin dai primi chilometri, resiste fino ai meno quattordici insieme a Vanmarcke e Gallopin, altri fuggitivi di giornata. Da umano qual è, si deve arrendere agli extraterrestri di giornata, il cui capo è Lars Boom, e giunge al traguardo stremato e coperto di fango.

Decisamente diverso l’epilogo della quarta frazione della Vuelta 2012, quando Clarke centra la sua prima impresa, ovviamente in fuga. “È la mia prima vittoria da pro! In quattro anni ci ho provato tante volte. Ho collezionato molti secondi e terzi posti. Sono semplicemente felice”, dichiarò all’arrivo. Sull’arrivo di Estación De Valdezcaray, ultima asperità di giornata, Clarke precede non senza difficoltà Tony Martin: “Sulla salita finale non avevo più energie per fare la differenza, specialmente per il caldo. Ho lanciato lo sprint ma sapevo che lui era il più veloce. Alla fine però ce l’ho fatta!”. La scarica di adrenalina lo lancia come una sonda spaziale alla conquista di territori fino ad ora inesplorati. Clarke scalda i motori e racimola preziosi punti per la conquista della maglia a pois, obbiettivo a cui non aveva mai pensato.

Secondo corridore australiano della storia a vestire la maglia di miglior scalatore, dopo Matthew Lloyd al Giro d’Italia 2010, commenta: “È andata meglio di come me l’aspettavo. Avevo bisogno di un pizzico di fortuna per ottenere il maggior numero di punti”. Nella penultima tappa vanta infatti due soli punti di margine sugli avversari, ma grazie all’ennesima fuga di carriera riesce ad aumentare il gap. Mentre l’asfalto scorre rapido sotto le ruote, Clarke vede realizzarsi il suo sogno. “Non sono uno scalatore, sono un opportunista”, spiegò. Una descrizione che lascia trasparire la consapevolezza di aver sfruttato un’occasione unica.

Vestendo la maglia del Team EF, Clarke non cambia ma come il buon vino migliora con gli anni. Nella quinta frazione della Vuelta 2018 pone di nuovo il suo sigillo. Il caldo della terra iberica accende di nuovo il ciclista australiano, il quale con un guizzo finale regola lo sprint a tre, precedendo di un soffio Mollema e De Marchi. Inutile sottolineare che tutto questo accade come sempre al termine di una tanto cercata quanto fortunata azione da lontano: è un marchio di fabbrica.

Nel 2019 si reinventa. Dopo aver gravitato per anni attorno a due successi e a svariati piazzamenti ottenuti in terra australiana, esce dalla sua orbita e si avvicina al satellite europeo, in particolare a quello delle classiche. Per essere un opportunista si comporta egregiamente: ottavo alle Strade Bianche, nono alla Milano-Sanremo e secondo all’Amstel Gold Race. Si cimenta anche in storiche corse in territorio belga, da lui definito come “ricco di fan e di palpabile passione per il ciclismo”, ma le batterie sono scariche.

Il futuro di Clarke sembra essere un nuovo pianeta, tutto da scoprire. Seguendo la sua insolita filosofia di vita, “fare il minor lavoro possibile per evitare inutile stress”, attenderà sicuramente la prossima ghiotta occasione che gli riserverà il destino. Perché per chi vive di fughe il celebre treno della vita passa più volte, bisogna solo saper cogliere l’attimo. Carpe diem, Simon.

 

 

Foto in evidenza: ©EF Pro Cycling, Twitter