Simone Ravanelli è uno dei talenti più importanti del movimento italiano.

 

 

Fino ad un paio d’anni fa, Simone Ravanelli era convinto che gli fosse toccato in sorte un destino infausto. Tra infortuni, caduti e acciacchi, la sua carriera non voleva proprio saperne di decollare. “Ho passato due stagioni complicate”, ricorda, “talmente complicate che ad un certo punto volevo smettere: mi sembrava di durare fatica per niente, di buttare via tempo che avrei potuto impiegare diversamente”. Invece, grazie soprattutto alla sua famiglia, Ravanelli ha continuato ad usare gran parte del suo tempo come ha sempre fatto fin da bambino: pedalando. A forza di stringere i denti, s’è accorto che anche i giorni peggiori hanno una fine e che i migliori sarebbero arrivati di lì a poco.

Essendo nato nel 1995, Ravanelli è consapevole del fatto che non è più un ragazzino. Forse anche per questo negli ultimi mesi vince spesso e volentieri: perché a quell’età è sufficiente un anno di divario per fare la differenza e lui è mediamente più grande – e dunque maturo – degli avversari. Certo, non si può mica fargliene una colpa.

“Tra l’altro ero sicuro di passare professionista all’inizio di quest’anno”, spiega quasi per giustificarsi, “e invece ho dovuto aspettare un altro po’”.

Un anno, per la precisione: quello che lui sperava succedesse a gennaio del 2019 accadrà a gennaio del 2020. Ad attenderlo c’è l’Androni Giocattoli-Sidermec, probabilmente la migliore squadra al mondo quando si tratta di valorizzare ragazzi non più giovanissimi – De Marchi, Ballerini, Masnada, adesso Ravanelli. “Li conosco bene, dato che al Giro dell’Appennino ho chiuso terzo dietro a Cattaneo e Masnada. Il giorno dopo mi contattarono tutte le Professional italiane, ma io non ho avuto dubbi”.

Una volta in gruppo, Ravanelli avrà la possibilità di guardarsi intorno e capire che, dopo un’interminabile sequela di delusioni e difficoltà, i suoi sogni sono ancora accanto a lui. Non troverà più Contador, di cui ha apprezzato soprattutto le movenze e il coraggio; tuttavia incrocerà Sagan, del quale ammira il carattere e il talento, e soprattutto Thomas, forse il suo preferito, “perché ha un’eleganza fuori dal comune: per descrivere l’impressione che mi hanno fatto lui e Froome, mi verrebbe da dire che sono dei signori”.

Il passare dei chilometri gli suggerirà se potrà lottare per una vittoria di tappa al Tour de France, “la cosa in cui spero di più”, e magari per una Liegi-Bastogne-Liegi o un Giro di Lombardia: “ma non le classiche sul pavé”, scherza mettendo le mani avanti, “mi è bastato pedalare sullo sterrato per farmi passare la voglia di superfici del genere”. Le sue caratteristiche si confanno alla perfezione con le corse che ha elencato: possente, forte in pianura e resistente in salita; considerando il numero elevato di gare che si decidono con uno sprint a ranghi ristretti, gli resta soltanto da affinare lo spunto veloce, “altrimenti non si vince quasi niente”.

Se Ravanelli dovesse spiegare il motivo principale per il quale pedala, direbbe per passione, “ma alla fine anche perché può diventare un mestiere vero e proprio: non pedalo per guadagnare tanti soldi, ma se dovessero arrivare tanto meglio”. L’ambizione non gli manca, in più i problemi fisici lo hanno rinforzato dopo averlo sbattuto a terra:

“Prima mi demoralizzavo troppo facilmente, adesso ho la pelle più dura”.

Purtroppo per lui, il tempo gli rema contro; il prossimo anno ne compirà venticinque e per prendere le misure col professionismo gli serviranno senz’altro almeno due stagioni.

Ma guardando quanti talenti si sono afflosciati nell’ultimo biennio – Bardet, ancora di più Quintana -, Ravanelli scopre che il suo bicchiere è più vuoto che pieno: “Se fossi arrivato prima al professionismo sarei stato più contento, non lo nego; però mi rendo conto che a vent’anni è difficile essere pronti, tanto a livello fisico quanto psicologico, dunque ho imparato ad apprezzare il percorso che ho fatto”. Tutto sta nell’essere onesti con se stessi e ritagliarsi il proprio spazio, che non sia né più grande né più piccolo del talento che si dispone: “Mi concedo due anni per capire se posso mettermi in proprio o se sono un gregario: credo che questa sia la chiave per durare tanti anni nel professionismo”. Sono discorsi apprezzabili, soprattutto se partoriti da un dilettante.

 

 

Foto in evidenza: ©BICITV

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.