Le difficoltà, le passioni e le vittorie di un talentuoso passista.

 

 

Secondo Stefan Küng, le possibilità che il ciclismo offre sono pressoché infinite. Prima di tutto da un punto di vista paesaggistico, un aspetto che un fotografo in erba come lui non può non notare. Küng tende a memorizzare i luoghi che lo colpiscono di più per poi tornarci in vacanza e approfondirne la conoscenza, i colori, gli odori: gli è capitato con l’Inghilterra, attraversata in parte con la carovana del Tour of Britain; oppure con la Dordogna, esplorata invece con la carovana per eccellenza, quella del Tour de France. Della costiera amalfitana, invece, si è innamorato visitandola con la fidanzata. Col tempo, ed è questa la piega più importante del discorso, Küng si è reso conto che il ciclismo offre possibilità pressoché infinite perfino ad uno come lui: amante del risotto, adulatore di Wiggins e Obree, alto un metro e novantatré per circa ottantatré chili. Certo, le salite rimangono un ostacolo tutt’altro che banale da superare, ma il ciclismo fortunatamente non è fatto di sola salita.

Il palmarès di Stefan Küng è cresciuto con l’implacabile regolarità che contraddistingue il buon passista: campione del mondo su pista nell’inseguimento individuale, campione del mondo su strada nella cronosquadre con la BMC, campione europeo tanto nella prova su strada quanto in quella contro il tempo tra gli Under 23 ai campionati europei di Nyon; e ancora, tre tappe al Romandia, due al BinckBank Tour, una al Giro di Svizzera. Per rendere l’idea della potenza che Küng è capace di sprigionare nei tratti di pianura, basti dire che nella decima tappa del Tour de France 2017, la Périgueux-Bergerac, la Lotto Soudal e la Quick-Step Floors non gli permisero di andare in fuga insieme a Offredo. «Sentivo qualcuno alle mie spalle che mi insultava, ma lì per lì non capivo», spiegò al tragurdo. «Mi hanno spiegato che se io fossi andato in fuga, loro dovevano lavorare di più per andare a riprendermi, e poteva anche capitare che il tentativo andasse a buon fine. E questo a loro non andava bene. Mi sono sentito lusingato e l’ho preso come un complimento».

©Équipe Cycliste Groupama-FDJ, Twitter

Talmente tanto promettente, Stefan Küng, da meritarsi l’appellativo quanto mai scomodo e ingombrante di “erede di Fabian Cancellara”. Per sua stessa ammissione, Küng ha faticato molto per capire di non essere costretto a ripercorrerne le orme. Ai campionati svizzeri del 2016, Cancellara era prossimo al ritiro mentre Küng aveva appena ventidue anni, professionista da un anno e mezzo. Alle pressioni esterne aggiunse quelle proprie, arrivando a dire a sé stesso che si trattava dell’ultima occasione per battere Cancellara e dimostrare qualcosa a qualcuno: finì che cadde, mentre Cancellara si laureò campione svizzero nelle prove contro il tempo per l’ultima volta in carriera. Dal ritiro di Cancellara, Küng ha sempre vinto la prova a cronometro dei campionati nazionali ed è diventato il riferimento del movimento svizzero: più di Albasini, il quale ha già annunciato il ritiro, e anche più di Hirschi e Mäder, ancora troppo giovani. Nel 2019, il bronzo conquistato nella prova in linea dei campionati del mondo di Harrogate ha dato a Küng ulteriori certezze. A chi gli ha detto che avrebbe potuto vincere se lo strappo fosse durato duecento metri in più, Küng non ha risposto. «Lasciatelo in pace», si è sentito invece in dovere di rispondere Cancellara.

La sosta improvvisa e forzata che sta riguardando il mondo dello sport, Küng l’ha accusata più di altri. D’altronde, il 2019 è stato l’anno migliore della sua carriera e nel 2020 avrebbe voluto spingersi un po’ più in là. Alla Parigi-Roubaix, magari, dato che è la corsa dei suoi sogni e un anno fa chiuse all’undicesimo posto. Oppure al Tour de France in caccia della maglia gialla, visto e considerato che nella cronometro di Düsseldorf che inaugurava l’edizione del 2017 arrivò secondo a soli cinque secondi da Geraint Thomas. Possibilmente a Tokyo, ché una caduta gli impedì d’essere a Rio de Janeiro quattro anni fa. Non potendo farci nulla, Küng può soltanto impiegare il tempo che passa – lento – nel miglior modo possibile. Ad esempio, riflettendo sul processo che lo ha portato ad essere il corridore che è. «Se voglio vincere, devo muovermi da lontano», spiegava tempo fa in un’intervista. «Per me la regola è: più difficile è, meglio è. La distanza non è un problema. Quando le gambe mi fanno male, mi consolo pensando che probabilmente agli altri fanno ancora più male». Viene da lontano, Stefan Küng.

 

 

Foto in evidenza: ©Équipe Cycliste Groupama-FDJ, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.