Fugaiolo, attaccante, finisseur: si ritira una leggenda del ciclismo britannico.

 

 

Tempo di ritiri, tempo di fughe, non dal plotone ma all’indietro; tempo di correre nelle grandi praterie dei ricordi. Un ragazzone di trentotto anni, Stephen Philips Cummings, detto Steve, appende la bici al chiodo. Un corridore ordinario, ma con alcuni decisi sprazzi di classe da raccontare.

L’inizio di carriera in pista a inizio millennio, dove i corridori anglofoni si giocavano (e spesso si giocano) i primati mondiali. Ed è nelle roboanti ellissi dei velodromi che assieme ad Hayles, Manning e un certo Bradley Wiggins, Steve e la selezione inglese conquistano l’argento nell’inseguimento ai Giochi Olimpici di Atene 2004. L’anno dopo giunge l’oro al campionato del mondo di Los Angeles, interrompendo così il monopolio australiano.

Prima di loro, ha sempre puntualizzato Steve con orgoglio, c’era il grande Chris Boardman e poco più a far sventolare in alto l’Union Jack. Solo in un secondo momento è giunta la valanga di pistard britannici che il mondo oggi conosce. E sebbene il nostro Cummings abbia vinto tutto o quasi – Giochi del Commowealth compresi -, era la strada il suo sogno. Un sogno che rimbombava nella sua testa sin da ragazzo.

Steve è sempre stato un umile, anche nelle aspirazioni, e mentre il finire degli anni ottanta al Tour de France raccontava gli ultimi echi di Hinault e i trionfi di LeMond e Indurain, il bambino inglese sognava le fughe. Le innumerevoli cavalcate (allora sì che andavano in porto!) nelle assolate pianure di Francia. Una tappa al Tour, ecco: non chiedeva altro.

Lo ha raccontato in questi mesi a Cyclingnews, poco dopo l’annuncio del ritiro, di quel suo obbiettivo rincorso per dieci anni. Il 2006 e il passaggio alla strada, a venticinque anni: in effetti quell’inizio di carriera non era stato fruttuoso come la pista, ma lui sentiva che il suo mondo era quello. Le vittorie sono comunque arrivate, perché il motore c’era. Dopo un inizio alla Landbouwkrediet e il passaggio alla famigerata Discovery, nel 2008 ci fu l’approdo alla Barloworld coi primi trionfi al Giro della Provincia di Reggio Calabria e la Bernocchi.

Piccoli passi in avanti e una mole di esperienza accumulata, poiché un tratto distintivo della carriera di Steve è stato il continuo girovagare da un team all’altro. Come una lunga cavalcata attraverso un’epoca. Dal ciclismo ferito di Armstrong a questa fine dei Dieci dove ancora, è lui a sostenerlo, avrebbe potuto dare qualcosa; di certo un’altra stagione era nelle corde, se non si fosse fatto male al Tour of Britain, proprio sulle strade di casa.

Ma facciamo un passo indietro. Siamo al Tour del 2015, era di Froome. Cummings ha già trentacinque anni e probabilmente – lo pensa lui, lo pensano in molti – è troppo vecchio per quel suo pallino di sfilare primo sotto alla flame rouge. Ha già vinto alla Vuelta nel 2013, dunque il prestigio agognato è giunto. Ma quel cruccio resta: Steve ha corso con e per Hincapie, Wiggins, Gilbert, Hushovd, Cavendish, due generazioni di corridori che hanno lasciato il segno nel ciclismo. Adesso è il momento di nuovi audaci arrembanti.

Siamo in Francia, dicevamo. Ci sono due ragazzi, quel giorno di luglio, due campioni della terza generazione, quella contemporanea che ha rinfocolato il ciclismo francese dopo qualche lustro di decadenza. Si giunge a Mende, località principe di partenze e arrivi della Grande Boucle, e la frazione presenta quattro asperità: due gran premi di quarta categoria e due di seconda, con l’ultimo, la Côte de la Croix Neuve, che scollina a un chilometro e mezzo dall’arrivo posto all’aeroporto della cittadina occitana.

Ed è proprio sulla cima della salita, quando infuria la battaglia fra i rivali Pinot e Bardet, che Steve compie una grande rimonta, piomba come un falco sui due, se ne sbarazza sul falsopiano e alza infine le braccia al cielo. Ma c’è di più, molto di più, poiché è l’Africa intera che batte un colpo sulle strade del Tour. La casacca che indossa è quella dell’ennesima squadra dove milita, la sudafricana MTN Qhubeka. Mai una squadra del continente nero aveva trionfato nella più grande corse a tappe del mondo.

Un momento incredibile anche dal punto di vista simbolico, poiché quel giorno in Sudafrica è la giornata dedicata ai sessantasette anni di lotta di Nelson Mandela al regime razzista dell’Apartheid. Ogni sudafricano dedica altrettanti minuti in opere socialmente utili per rendergli omaggio e la MTN Qhubeka – i cui atleti indossano il caschetto orange apposta per l’occasione – fa la sua parte. Cummings fulmina tutti giungendo sui due contendenti a doppia velocità, beffandoli, coronando infine il suo sogno di bambino.

Poi ci sarà il 2016, la miglior stagione in carriera grazie alle vittorie al Delfinato, ai Paesi Baschi, ancora al Tour e alla Tirreno-Adriatico. Steve, insomma, è maturato completamente e anche se non ha mai fatto l’ultimo scatto che dal buon corridore innalza al campione, è uno che in gruppo ha sempre detto la sua, lasciando più di un segno.

Il suo è un ritiro dolceamaro, poiché racconta di come avrebbe voluto abbandonare il ciclismo davanti alla famiglia, lungo le strade di casa. Certo, magari non con le vertebre rotte dopo una caduta. Ma Steve la prende con filosofia, guarda alla prossima parte della vita dove mettere a frutto “gli insegnamenti di vita che ti dà il ciclismo.”

Dalla sua storia possiamo forse ricavarne uno: credere nei propri sogni, inseguirli sempre. Può suonare banale, se banali sono due braccia staccate dal manubrio, al cielo, sotto l’arrivo di una tappa del Tour de France.

 

 

Foto in evidenza: ©Andrew Sides, Flickr