Stig Broeckx, come dopo una foratura o un incidente meccanico, è ripartito.

 

Secondo un inaffidabile sito che elabora altrettanto improbabili statistiche e classifiche, Stig Broeckx sarebbe il ciclista numero quattromilaseicentotrentatré nella graduatoria dei migliori corridori di tutti i tempi. Probabilmente non conosce nemmeno questo dato, e non sarebbe certo una colpa: vincere le corse non è mai stata una sua responsabilità, mentre il fatto che al dodicesimo posto di questa bizzarra classifica ci sia Davide Rebellin la dice lunga sui criteri utilizzati.

Probabilmente, a voler essere più precisi, a Stig Broeckx non interessa niente di tutto questo dato che fino a pochi mesi fa non si ricordava nemmeno chi fosse. Doveva cercarsi su internet, indagare su se stesso, (ri)scoprire il proprio passato.

Come in un film di seconda mano, il destino aveva già lanciato segnali premonitori a Stig Broeckx. Alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne 2016, una moto dell’organizzazione lo centrò. Tre mesi più tardi, durante la terza tappa del Tour del Belgio, non una bensì due moto causarono il caos in gruppo proprio mentre cercavano di sorpassarlo.

Il fantasma di Antoine Demoitié, scomparso alla Gand-Wevelgem due mesi prima in circostanze simili, riviveva sul ciglio di quella strada e si chiamava Stig Broeckx. Il padre, in quei momenti, si trovava sul suo trattore intorno a casa. Improvvisamente il telefono iniziò a vibrare con insistenza. Messaggi inquietanti dicevano: “Sii forte”, “Stig ce la farà”, “Pregheremo per voi”.

Stig Broeckx era in coma. Indotto non dai dottori ma dalle ferite riportate: cranio fratturato e due emorragie cerebrali. Come il fuorilegge più scafato, scampò alla morte quattro volte in sette giorni. Lo stato vegetativo che lo annullava teneva sulle spine la famiglia, impegnata nel frattempo anche nel tenere a bada la stampa, animata sempre più da una curiosità vigliacca e immorale. Poi, dopo quasi sei mesi di coma, l’insperato risveglio. Da lì, una ripresa rapida ed esponenziale: una parola, un gesto, un’azione, un’emozione.

Una volta tornato a casa, molti compagni di squadra della Lotto Soudal andarono a trovarlo. Stig Broeckx ce l’aveva con Greipel, “è il capitano e non passa mai di qui”, anche se lo aveva fatto sei volte nelle ultime settimane e il ragazzo non poteva ancora ricordarlo. A Gallopin e Frison, uno dei direttori sportivi, andò peggio.

“Riprenditi con calma, Stig: non c’è fretta”,

gli disse Frison premuroso. Broeckx, splendidamente inibito, colse la palla al balzo:

“E invece sì, eccome se c’è fretta: non state vincendo nemmeno una corsa!”.

Recentemente, per il “Coma Day”, Stig Broeckx è intervenuto in una conferenza tenutasi all’Università di Liegi. È stato un discorso toccante. Il belga ha usato parole belle e rotonde: coraggio, passione, divertimento. Sven Nys lo ha eletto miglior momento ciclistico del 2018. Broeckx, esattamente come un bambino, ha dovuto imparare tutto da capo: a parlare, a mangiare, a camminare, a pensare, a conoscere.

A pedalare, soprattutto: crede ancora di poter tornare nel professionismo, la famiglia lo supporta anche se consapevole che un eventuale fallimento potrebbe farlo cadere in una depressione di cui non si sente la mancanza. Stig Broeckx, intanto, pedala come può. Lo faceva già quando ancora doveva guarire del tutto. I dottori impostavano mezz’ora di tempo sul cronometro, lui di soppiatto lo azzerava e prolungava l’esercizio. È una pagina bianca da riempire con le parole più belle, così come ogni strada pulita merita le pedalata più dolci e spensierate. Pedalare, che è un po’ come vivere, è un piacevole automatismo.

 

Foto in evidenza: @sport.aktuality.sk

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.