Sylwester Szmyd, l’ultimo gregario

Gregario di lungo corso ed eccellente scalatore, Sylwester Szmyd non passava inosservato.

 

«Hey Sylwester, sei rimasto solo tu del gruppo. Sei l’ultimo dei compagni di squadra di Marco Pantani che corra ancora. Sei l’ultimo gregario», così un vecchio collega della Mercatone Uno disse rivolgendosi ad un Sylwester Szmyd ancora professionista, mentre tutti gli altri avevano la bicicletta al chiodo già da tempo. Lavoratore indefesso, sempre in testa al gruppo a menare per il suo capitano, il polacco si è guadagnato questo appellativo rimanendo sulla strada fino all’età di trentotto anni.

Cresciuto ispirandosi alle gesta del connazionale Zenon Jaskuła, è stato proprio questo corridore capace di salire sul gradino più basso del podio al Tour del ’93 – per la precisione vinse anche la tredicesima frazione mettendo in fila Rominger, Indurain, Roche e Millar – ad indirizzarlo verso l’Italia. Nel belpaese, i risultati ottenuti nel 2000 parlano per lui: in tutte le tappe con l’arrivo in salita del Giro delle Regioni e del Giro della Valle d’Aosta è sempre tra i primi cinque. Le sue performance non passano di certo inosservate, così come il terzo posto nella generale raccolto sempre in Val d’Aosta e il successo nella Bologna-Passo della Raticosa. Da un passo di montagna al passaggio nel professionismo il salto è breve.

©Georges Ménager, Flickr

E pensare che per Szmyd il celeberrimo “treno che passa una volta sola nella vita era stato nientedimeno che un semplice autobus. A soli diciannove anni, nel gennaio del ’98, saliva infatti a bordo di un pullman per raggiungere Firenze. Tempo di viaggio stimato: venticinque ore. Ore che servono a Sylwester per riflettere sul suo imminente futuro e per capire che quell’anno non avrebbe mai passato gli esami di maturità. Poco importa, i piani per la testa sono altri. Uno su tutti: diventare un ciclista professionista. Decide così di dedicare tutto sé stesso a tale causa – «poiché non avevo molto talento, ho dovuto lavorare tanto su me stesso» -, vivendo in una casa con altri compagni di squadra e senza lamentarsi troppo. Tra i mille sacrifici che è costretto a fare, c’è anche la sgambata settimanale per chiamare a casa. «Non c’era internet, né smartphone, né Skype. Per telefonare ai miei genitori dovevo pedalare per cinque chilometri fino alla cabina telefonica più vicina».

L’evoluzione tecnologica procede di pari passo con i progressi di Szmyd, che diventa professionista con la Vini Caldirola. Passa poi da altre squadre italiane: la Mercatone Uno di Marco Pantani – è appunto uno dei gregari presenti all’ultimo Giro d’Italia del Pirata, nel 2003 -, Saeco, Lampre e infine Liquigas – «sicuramente la squadra dove mi sono trovato meglio, c’era un’atmosfera straordinaria». La nomea di “ultimo gregario” è una ancora lontana, quella di gregario di lusso più vicina di quanto sembri. Aiuto preziosissimo sia per Simoni e Cunego (vincitore del Giro 2004), ma soprattutto per Ivan Basso (maglia rosa nel 2010) e Vincenzo Nibali, Sylwester Szmyd è «un ciclista che lavorava per coloro che puntavano a vincere i grandi giri».

È una definizione che ama ed è lui stesso a proporla. Più poeticamente parlando, invece, il polacco è un Caron dimonio dantesco in versione ciclistica. Traghetta anime (e corpi) dei propri capitani tra gironi alpini e pirenaici, impone ritmi dannanti e fa sì che le gambe degli avversari diventino “lasse. Tradotto: ventitré grandi giri disputati senza mai ritirarsi, a volte facendo più di quanto richiestogli – nel 2006 chiude al diciannovesimo posto il Giro e al quattordicesimo la Vuelta, mentre nel 2009 è ancora tra i primi venti della Vuelta – accumulando tanta tanta fatica. Un lavoro infernale.

©brassynn, Flickr

Oltre a sopportare il peso di questo autorevole compito, Szmyd ne ha uno ancora più arduo: rappresentare un’intera nazione. «Il ciclismo polacco poggia sulle fragili spalle di Sylwester Szmyd», scrisse una volta il commentatore di Eurosport Tomasz Jaroński. L’arrivo in gruppo di Majka prima e Kwiatkowski poi gli avrebbe decisamente alleggerito il gravoso onere, ma in un primo momento Szmyd doveva arrangiarsi da sé. È lo stesso leitmotiv di quando era arrivato in Italia, di quando in cuor suo desiderava tornare in Polonia ma era consapevole che «sarebbe stata la fine della carriera sportiva». Rimasto così a vivere a Montignoso, in Toscana, si era abituato al clima casalingo creato dagli abitanti del piccolo paesino – i quali, tra le altre cose, lo trattavano come un eroe. Vestirsi da idolo in patria diventava così una sfida personale.

Vedere Szmyd sul podio è però cosa rara, come l’assenza di vento sul Mont Ventoux. La storica ascesa francese si trasforma per Sylwester in un luogo di scommessa e di vittoria. Qualche mese prima del Delfinato 2009 – la sua corsa preferita insieme al Tour de Romandie -, un amico gli aveva chiesto dove avrebbe potuto ammirare una sua vittoria. La risposta era stata secca e decisa. Due semplici parole: «Mont Ventoux». Per non mancare all’appuntamento, ormai fissato in agenda, prende il famigerato treno della vita.

Anche stavolta non si tratta di un convoglio ferroviario, ma di un semplice ciclista che va come una locomotiva: il suo nome è Alejandro Valverde. Il polacco si incolla alla sua ruota, mettendo ogni tanto la testa davanti. La sua indole generosa ha la meglio sulla fatica che gli attanaglia i pallidi polpacci. Poco avvezzo a transitare sul traguardo per primo, perde però il controllo della bici proprio all’ultima curva, sbandando come una bandiera scossa dall’aria. È solo una piccola défaillance, del tutto rimediabile. «Non posso nascondere che l’aver passato tutta la mia carriera come gregario mi abbia messo in difficoltà. Ero un po’ agitato», spiegava giocondo a Cycling News, euforico per aver conquistato la sua prima vittoria da professionista. Un momento di gloria unico, che mai più si ripeterà nel corso della sua lunga carriera.

©Wieler Revue, Twitter

Motociclista per passione e amante dei Depeche Mode – colleziona sia vinili sia CD della band -, Szmyd ha trascorso sedici anni da professionista di cui dodici in team italiani – le ultime due formazioni in cui milita sono straniere: Movistar e CCC. Il motivo è presto detto: «Mi piace la mentalità delle squadre italiane, così come il vino di questo paese, in particolare il Brunello e l’Amarone. Ho molti amici qui». Sono le parole di un Sylwester Szmyd ancora in attività. Quando ancora, nel tempo libero, cercava di ottenere il brevetto da pilota e passava più tempo possibile con la testa letteralmente tra le nuvole.

La sua beata spensieratezza la si ritrova nella sua voglia di scherzare, come quando intervistato da un giornale polacco circa la sua vita ciclistica: «Avrei anche qualcosa da raccontare nelle serate da trascorrere davanti ad un camino, ma non ho un camino». A rimanere fermo davanti ad un fuoco, tuttavia, Sylwester non ci ha mai pensato troppo seriamente. Credere che l’ultimo gregario abbandonasse il ciclismo per trasferirsi sul divano di casa sarebbe stata pura utopia.

Specializzatosi come preparatore atletico, ha iniziato così con l’attività di consulenza, ma appena ne ha avuto la possibilità è ritornato nel mondo delle corse, attratto da esso come un magnete. La polarità lo ha portato alla BORA-Hansgrohe, ancora sulla strada, seduto però sul sedile di un’auto a dirigere la squadra e a dispensar consigli. Il suo prossimo obiettivo non dichiarato potrebbe essere diventare l’ultimo direttore sportivo: per avere una conferma, dovremo aspettare; oppure chiederlo direttamente a lui, sperando che risponda di nuovo senza alcuna esitazione.

 

 

Foto in evidenza: ©Szosa, Twitter