Taco van der Hoorn e un’altra storia (non solo) di ciclismo pedalato.

 

La Schaal Sels è un tiro mancino dell’estate che, permalosa, non vuole lasciare il passo all’autunno. Si corre tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. È un ritorno alle origini, uno stupido gioco estivo nella speranza di ritrovare quella spensieratezza che, col passare degli anni, non sarà mai più così ingenua e pura. È una giornata fatta di pavé e ghiaia, polvere e labbra secche, forature e gomiti sbucciati, campagna e stalle, pantaloni arrotolati fino all’inguine e cappellini madidi di sudore. Van Aert, il grande favorito della edizione 2017, si mosse come tale: spaccò la corsa a cinquanta chilometri dall’arrivo, animò la fuga, tentò la stoccata nelle battute finali. Sembrava fatta ma non fece i conti con Taco van der Hoorn, che lo riacciuffò all’ultima curva e lo batté al termine di una non-volata.

Per un anno, la Schaal Sels rimase la prima e unica vittoria della sua carriera da professionista. Per farlo esaltare (ed esultare) di nuovo ci vollero ancora una volta l’estate e una fuga, quella che caratterizzò la terza tappa del BinckBank Tour 2018. Van der Hoorn e gli altri quattro fecero i conti alla perfezione: come spiegò l’olandese nel dopo corsa, tiravano due minuti a testa, uno ma al massimo nei chilometri conclusivi, e così il gruppo rimase distanziato di oltre un minuto. Van der Hoorn fu bravo a resistere ai graffi di un Mohorič finalmente concreto e furbo nell’anticipare i rivali, non più colleghi, con una progressione da pistard. Come alla Schaal Sels, tagliò il traguardo con la testa tra le mani: l’olandese è talmente caparbio da stupire persino se stesso.

Nel novembre dello scorso anno, quando si ritrovò allettato per una banale caduta rimediata con la mountain bike, van der Hoorn faceva fatica a credere in qualcosa. La botta alla testa si rivelò più seria del previsto: non riusciva a concentrarsi, si stancava soltanto a pensare, l’unica terribile compagna era la nausea. Passava giornate intere inerme sotto alle coperte, con le finestre chiuse. La primavera lo riconsegnò al mondo: lentamente, con una bici da passeggio, prima intorno alle mura di casa e poi in strada. La vittoria al BinckBank Tour fu il risultato di sole cinque settimane di allenamento vero. Il ventiquattrenne olandese non dimentica di certo la sofferenza dello scorso inverno, “quando, più che dall’essere un ciclista, mi sentivo lontano dall’essere una persona normale”.

Un finale di stagione di alto livello (con un’altra vittoria alla Primus Classic, il nono alla Parigi-Tours e una serie di piazzamenti ammirevoli se si tiene conto dei problemi avuti) gli è valso l’ingaggio da parte della LottoNL-Jumbo. Quasi per esorcizzare il ricordo di un anno fa, Taco van der Hoorn ha deciso di impiegare questo segmento di pausa tra una stagione e l’altra in maniera produttiva e bizzarra: con un vecchio furgone marcato Volkswagen del 1982, l’olandese sta battendo Belgio, Olanda, Francia e Italia per provare alcuni tratti dei percorsi delle classiche più importanti. “Per prendere appunti, dato che più avanti sarò troppo impegnato tra allenamenti e corse”. Van der Hoorn riconosce di non essere mai stato un vincente, ma che si rende conto di progredire ogni anno di più. Alternando volante e manubrio, mette in pratica il valore più importante che trasmettono il ciclismo e la letteratura: quello, preziosissimo, della solitudine.

 

Foto in evidenza: @Team Roompot – NL Loterij, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.