Una gamba dilaniata e un viaggio a pedali gli ricordano chi era.

 

 

“Chissà come sarà bella da indossare”, pensava Taylor Phinney affrontando la discesa di Chattanooga, Tennessee. La prova su strada dei campionati americani stava entrando nel vivo: quella a cronometro se l’era aggiudicata proprio lui, soltanto due giorni prima, e in quei frangenti stava fantasticando sulla maglia che avrebbe vestito nelle prove contro il tempo per i successivi dodici mesi. Mentre il flusso dei pensieri faceva il suo corso, Phinney si trovava in testa al gruppo dei migliori. C’era da impostare una curva, l’ennesima. Una moto pericolosamente in traiettoria, però, fece sterzare l’americano. L’impatto col guardrail, a quasi novanta all’ora, fu violentissimo: della sua gamba sinistra non rimase praticamente nulla.

Tibia e perone in briciole, tendine della rotula reciso. Due cicatrici, una stondata che attraversa la zona del ginocchio mentre l’altra scende giù, titubante e incerta: segni che segnano, promemoria per ricordarsi il dolore provato, la speranza è che ad ognuna di esse corrisponda almeno un pizzico di esperienza in più. La gamba diventa Frankenleg, per esorcizzare la paura, quella che i dottori insinuano nella mente di Phinney. “Correre in bici? Se un giorno riuscirai a risalirci, ragazzo, mandaci una foto”.

Il tempo non passa, il dolore nemmeno. Phinney vive ancora di ciclismo nonostante lo stop prolungato e la cosa, col passare dei giorni, finisce per usurarlo. Ogni corsa vista in televisione è un’ulteriore cicatrice. La forza per andare avanti gliela danno i suoi genitori. Connie Carpenter, la madre, vinse la medaglia d’oro nella prova su strada alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Devono aver pensato a lei, quando scelsero il significato di donna. È un’autentica forza della natura: sta dietro alla casa, alla figlia Kelsey, alle impegnative trasferte di Taylor. Il padre, Davis, è stato il primo americano a conquistare una tappa in linea del Tour de France, era il 1986 (il primo in assoluto fu Greg LeMond dodici mesi prima, ma si trattava di una cronometro). Con oltre trecento vittorie in carriera, Davis Phinney è il ciclista a stelle e strisce più vincente di sempre. Conta una medaglia olimpica: bronzo, anche lui nell’edizione del 1984, nella cronometro a squadre su distanze siderali, cento chilometri. Nel 2000, alla soglia dei quarant’anni, un fulmine a ciel sereno: gli viene diagnosticata una forma giovanile di Parkinson. Quattro anni più tardi, nel 2004, dà vita alla Davis Phinney Foundation. “L’obiettivo”, si legge sul sito, “è promuovere la ricerca e trovare nuove soluzioni, senza dimenticare l’importanza del parlare quotidiano come esercizio. Vogliamo che tutto il mondo sappia che oggi è possibile vivere bene anche col Parkinson”. Con due riferimenti del genere, mollare non è un’alternativa da prendere in considerazione.

I compagni che sente più spesso dopo l’incidente sono Samu Sánchez e Manuel Quinziato, ma nemmeno le loro parole bastano a tirarlo su di morale. Lo spartiacque è la settima tappa della USA Pro Cycling Challenge 2014: la partenza è fissata a Boulder, a un tiro di schioppo dalla casa di Phinney. Basta, questo è davvero troppo: è arrivata l’ora di voltare pagina. La concezione che Phinney ha della sua vita e del ciclismo cambia radicalmente. Si immerge nella lettura, nella pittura, prende persino lezioni di volo. Nel frattempo, fa la conoscenza di Angus e Lachlan Morton, fratelli, e di Cameron Wurf: tre professionisti piuttosto particolari. I primi due, ad esempio, hanno pedalato da una parte all’altra dell’Australia, da Port Macquarie a Uluru, tremila chilometri. L’avventura, perché di questo si tratta, l’hanno chiamata “Thereabouts” e ha riscosso un discreto successo. Pedalare per il solo piacere di farlo, di durare fatica, di esplorare e viaggiare senza l’assillo del risultato. Wurf e Phinney si dimostrano interessati. I quattro ripeteranno il viaggio, stavolta da Boulder, Colorado, a Moab, Utah: “Thereabouts 2”. Taylor ritorna rifocillato, nuovo, fresco. Le esperienze dei mesi precedenti lo hanno stravolto e ribaltato come un calzino: vive, pensa, riflette e agisce in maniera completamente diversa. Il suo rientro agonistico è fissato per il Tour of Utah 2015, nel mese di agosto. Pochi giorni più tardi, conquista la prima tappa della USA Pro Cycling Challenge. Le foto della volata immortalano l’urlo liberatorio. “Il vecchio Taylor è morto insieme alla sua vecchia gamba sinistra”, affermerà dopo il traguardo.

Qualche stagione dopo, Phinney è di nuovo uno dei pesci più interessanti del gruppo. Ha concluso la Parigi-Roubaix 2018 con un bell’ottavo posto, d’altronde basta un attimo per far riaffiorare il talento che lo ha sempre supportato: le venti vittorie al primo anno su una bici da corsa, la maglia rosa indossata al Giro d’Italia 2012, le iridi su strada e pista quando non era ancora un professionista. Il suo sogno, però, Taylor lo ha realizzato nel luglio 2017: partecipare al Tour de France. Phinney sintetizza la Grande Boucle come mai nessun altro prima era riuscito a fare: “È la sola corsa a tappe alla quale partecipano tutti per vincere. Non c’è nessun corridore che la utilizza per prepararne un’altra”. Le diapositive della campagna francese si sprecano: Urán che la spunta a Chambéry e Taylor che lo viene a sapere in cima al Grand Colombier da un contadino, dato che si è liberato di tutto (radiolina compresa) durante l’ascesa; la soddisfazione di avere come sponsor Education First “perché è un impegno giusto da prendere e va di pari passo con la mia idea di tornare sui banchi non appena mi sarò ritirato” (ha pagato, tra l’altro, il college alla sorella); e poi il ricordo più bello, la fuga nella prima tappa in linea verso Liegi durante la quale conquista la maglia a pois con annesso abbraccio a Yoann Offredo, valoroso compagno di coraggio, giustificato così: “ci è andata male ma adesso abbiamo qualcosa in comune che ci legherà per tutta la vita”. Perché i sogni sono belli da realizzare, ma anche stupendi da rincorrere.

La gamba sinistra è sempre quella, martoriata e fragile, “molto meno esplosiva della destra”, ammette lo stesso Taylor. E ancora oggi fa fatica a camminare, se la giornata in sella è stata lunga e stancante. Di sogni e ricordi non si campa, è vero, ma fanno respirare la mente e il cuore. E allora, ritornano in mente le parole che Phinney usò per descrivere le sensazioni che albergavano in lui durante le prime tappe del Tour de France: “Ho letto un sacco di Murakami: forse è per questo che mi sembra di vivere un sogno”. Norwegian Wood, una delle opere più famose dello scrittore giapponese, venne definita da lui stesso “un romanzo d’amore molto personale” e dedicata agli amici “che sono morti e a quelli che restano”. La prima potrebbe averla scritta Taylor Phinney riguardo al suo rapporto col ciclismo, la dedica invece Murakami l’ha scritta involontariamente proprio per il corridore americano: nato per cambiare, morto per rinascere.

 

 

Foto in evidenza: ©The Cycle Collective, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.