Thor Hushovd e il giovedì sono due rette parallele: non si incontrano mai.

 

 

Thor: quando viene scelto questo nome di battesimo si pensa che tu possa diventare qualcuno, qualcuno di forte. Nella mitologia scandinava, infatti, Thor è il Dio del Tuono, conosciuto ai più come figlio di Odino e legato indissolubilmente al suo martello simil-boomerang. La Marvel Comics ha utilizzato la sua leggenda per creare, pochi mesi dopo l’uscita del possente Hulk, un personaggio che ha avuto un enorme successo grazie anche all’omonimo film: Thor, appunto. All’epoca il famoso fumettista Stan Lee sentiva il bisogno di dare vita a un pezzo da novanta, ma si trovava di fronte a un dubbio amletico: «Come fai a rendere qualcuno più forte della persona più forte?». La risposta era semplice: «Alla fine l’ho capito: non renderlo umano, rendilo un dio!». Thor Hushovd, ovviamente, non lo è, ma nella sua patria è trattato quasi al pari di una divinità.

Lingua e cultura nordica sono legate in modo particolare a Thor, tanto da dedicargli una giornata all’interno della settimana: il giovedì. Thursday – giovedì in inglese – ne è l’esempio più lampante. Hushovd, dal canto suo, non ha molto a che vedere con il giovedì, eccetto il nome. Il 18 gennaio 1978, giorno della sua nascita, era infatti un mercoledì; le sue vittorie più belle non sono mai cadute a metà settimana; il giorno del suo ritiro, il 20 settembre 2014, era un sabato. Sarà forse stato giovedì il giorno in cui per la prima volta si ritrovò in sella ad una bicicletta?

©Mats Pfister, Twitter

Thor Hushovd inizia a pedalare dapprima per necessità. «La scuola era a tre chilometri da casa. In inverno ci andavo sciando. Quando le strade erano più pulite utilizzavo la bici», racconta in un’intervista rilasciata a Cyclingnews. Poi per svago, perché «per me il ciclismo era diventato qualcosa di divertente». Fin da piccolo anche lui, del resto come quasi tutti i norvegesi, pratica sci di fondo a livello agonistico. Sì, perché se nasci in Norvegia, volente o nolente, non lo fai con un paio di scarpe ai piedi, ma con gli sci. Hushovd, invece, inverte la tendenza nazionale e si butta sul ciclismo. Non segue le orme dì papà Per Sverr, un ex saltatore con gli sci – diventerà poi suo «meccanico, autista e sponsor: tutto, praticamente» -, ma quelle del fratello Ronny, che aveva iniziato con la bicicletta all’età di dieci anni mobilitando l’intera famiglia per seguirlo alle corse.

Thor inizia così a correre in una nazione in cui la complicità del clima rigido fa passare questo sport in secondo piano. Negli anni ’90 la maggior parte delle poche gare ciclistiche per ragazzi sono delle semplici sfide a cronometro. La prima vittoria di Hushovd risale all’aprile del 1988 ed è appunto, come la chiamano i locals, una corsa “tempo”: una cronometro individuale di cinque chilometri. Nemmeno quel giorno era un giovedì. Era invece un sabato il giorno in cui Kurt Asle Arvesen, nel 1997, conquistava il titolo di campione del mondo nella prova in linea di San Sebastián riservata agli Under 23. Anche Hushovd – nel suo palmarès figuravano già due titoli nazionali nelle prove contro il tempo (1995 e 1996) e uno in quella in linea (1996) – si trovava in Spagna, ma da tutt’altra parte: in villeggiatura su un’isola delle Canarie. Probabilmente, seduto sul letto – a detta sua «l’invenzione migliore della storia» -, mentre leggeva la notizia, un pensiero iniziava a farsi strada nella sua testa: «se un norvegese può diventare campione del mondo, significa che posso farlo anch’io».

La via verso la maglia iridata è lunga e impervia, ma Hushovd trova supporto in un compaesano che lo prende sotto le sue ali protettrici: Dag Otto Lauritzen. «Era un grande eroe per me. Quando ero giovane era molto importante». Famoso in patria, non molto al di fuori di essa, è stato il primo norvegese della storia a vincere una tappa al Tour de France, nonché primo mentore di Hushovd. Così, nella città di Grimstad, un piccolo porto affacciato sui caratteristici fiordi, Thor si allena con la sua canzone preferita nelle orecchie – Eye Of The Tiger dei Survivor – e con un chiodo fisso nella testa: vestire la maglia di campione del mondo.

Nel 1998 riesce a conquistarla nella prova a cronometro riservata agli Under 23, ma il vichingo – è questo uno dei suoi soprannomi, legato sia alle origini che alla possente statura – non si accontenta. Le precedenti vittorie stagionali, tutte di un certo prestigio, alla Parigi-Roubaix Espoirs e alla Parigi-Tours Espoirs, rimarcano la versatilità di un atleta forte nelle prove contro il tempo e dotato di spunto veloce. Caratteristiche che lo porteranno a togliersi parecchie soddisfazioni nel panorama ciclistico che più conta. Grazie alle ventidue vittorie siglate soltanto nel 1999, si avvia al professionismo con il martello ben stretto non più tra le mani, ma tra i denti.

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La conoscenza del mondo dei professionisti non è mai stata approfondita più di tanto da Thor Hushovd. Sempre a Cyclingnews, lui stesso ammette: «Nel 1997 ero al training camp con la squadra nazionale norvegese e i ragazzi stavano parlando di un certo Museeuw a proposito dell’imminente Milano-Sanremo. Non sapevo chi fosse, ma ho vinto la scommessa che avevo organizzato: dissi Zabel. Questo era l’unico nome che conoscevo nel ciclismo. In realtà non avevo nemmeno idea se fosse un velocista o altro, o se avesse una sola possibilità di vincere la Milano-Sanremo.» Spensierato nella sua giovane età, Hushovd è uno che vive la sua esistenza senza preoccuparsi troppo, nemmeno dell’istruzione e di un futuro impiego. «Ho iniziato i miei studi in economia, ma ero interessato al marketing, quindi immagino che avrei potuto lavorare per qualcosa a metà tra i due», dichiara in un suo ritratto comparso su Trimtex. Poche idee, insomma, e tutte molto confuse. Fortunatamente il ciclismo lo ha levato da questi pasticci.

Uno schema più chiaro, limpido come la volta stellata in una notte senza nubi, ce l’ha invece riguardo le corse da affrontare nella stagione: Milano-Sanremo, classiche del nord e Tour de France. Tutte le altre passano in secondo piano. Lo si vede spesso anche alla Tirreno Adriatico, che alterna alla Parigi-Nizza, e al Delfinato. Alla Vuelta a España partecipa tre volte, vincendo una tappa in ognuna di esse. Mentre nel 2005 e nel 2010 si ritira prima della conclusione, nel 2006 porta a termine la corsa, aggiudicandosi anche la classifica a punti. Al Giro d’Italia partecipa soltanto due volte ed in entrambe non arriva al traguardo finale di Milano: molla quando iniziano le salite vere. Nel 2007, mentre Danilo Di Luca in maglia rosa fa fuoco e fiamme dando del filo da torcere agli avversari intenti a battagliare per la classifica generale, Hushovd si piazza sul secondo gradino del podio al termine della Spoleto-Scarperia, dietro ad Alessandro Petacchi. La successiva squalifica di Alejet assegna poi al norvegese la prima e unica vittoria nella corsa italiana, vittoria che avrebbe decisamente preferito ottenere versando sudore sull’asfalto.

Con la Grande Boucle il rapporto è completamente diverso. La corsa francese è un must a cui Hushovd non riesce proprio a rinunciare: per dieci volte giunge fino agli Champs-Élysées, mentre al suo debutto nel 2001, dopo aver contribuito alla vittoria della Crédit Agricole nella cronosquadre da Verdun a Bar-le-Duc ed essere salito per la prima volta nella sua vita sul palco delle premiazioni del Tour, abbandona prima di arrivare a Parigi. È invece il 2002 quando la tappa decide di conquistarla da solo, a conclusione di un attacco che porta via un gruppetto di pochi audaci, lasciando sulle ruote velocisti puri come Zabel e McEwen. Regolare lo sprint tra chi non è avvezzo ad arrivi del genere è per Hushovd pura formalità: brucia tutti come un colpo di fulmine. È il segno che, nel decennio a venire, il Dio del Tuono onorerà il Tour facendo scintille.

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Da quel momento, infatti, la vita del Bull of Grimstad – il toro di Grimstad – cambia. Al contempo si trasforma anche quella degli appassionati scandinavi che, sempre più numerosi, passano i pomeriggi di luglio davanti alla televisione. «Negli ultimi quattro o cinque anni, il ciclismo è diventato sempre più popolare in Norvegia. I norvegesi iniziano a capire che è un grande sport internazionale», confermava all’epoca ai microfoni di Eurosport.  I duelli con Robbie McEwen prima e Mark Cavendish poi – il britannico è stato capace di conquistare ben trenta frazioni al Tour – sono fantastici ed emozionanti, meritano di essere visti e rivisti. I tre fuoriclasse si contendono, a colpi di pedale e con qualche sana sportellata, gli arrivi allo sprint. Anche la maglia verde è un obbiettivo molto ambito e Hushovd riesce a farla sua sia nel 2005 sia nel 2009, quando per soli dieci punti chiude proprio davanti a Mark Cavendish. L’uomo più veloce di sempre, nonché vincitore di sei tappe in quell’edizione, deve arrendersi davanti ad un ragazzo che porta il nome di un Dio.

La leggenda del Thor de France era nata già qualche tempo prima – nel 2004, per la precisione. Hushovd, vestendo la maglia di campione norvegese, delizia il pubblico assiepato lungo il viscido asfalto della salitella di Quimper in una giornata in cui l’acqua cade a scrosciate sul gruppo. Gli sarebbe piaciuto tanto farlo con la maglia gialla sulle spalle, lui che abilmente l’aveva rubata a Cancellara al termine della terza frazione per poi perderla il giorno seguente a favore di McEwen, ma si deve accontentare di quella di campione nazionale. «Quando sei un ciclista, la maglia gialla è la cosa più bella che puoi avere sulle spalle. Oggi sono diventato un grande ciclista», raccontava in una intervista rilasciata ad Eurosport, appagato per essere il primo norvegese ad indossare il simbolo di leader del Tour. «Fin dal prologo ho realizzato che fosse lì, a portata di mano», aggiungeva, specificando che «ci sono stati tanti piccoli cambiamenti in inverno»: la dieta, ad esempio, e ciò «ha dato i suoi frutti, visto che in passato finivo tra il quarto e il sesto posto negli sprint e ora sono tra i primi tre». I risultati li raccoglie soprattutto negli anni a venire, riuscendo di nuovo ad indossare la maglia gialla nel 2006 e nel 2011.

Il 2006 è un anno in cui accade un po’ di tutto. In una rocambolesca Gent-Wevelgem, Hushovd taglia il traguardo per primo, a centro strada, con le braccia al cielo e chiuso a mo’ di sandwich da David Kopp e Alessandro Petacchi. «Vincere una classica come la Gent-Wevelgem mi rende davvero felice. E poi è sempre bello battere Petacchi», si legge in una sua intervista su Eurosport. Lo stesso Alejet, che aveva battuto alla Tirreno-Adriatico, non lo ritrova come avversario al Tour. Qui dimostra tutte le sue potenzialità e il suo talento, siglando un doppio colpo alquanto singolare. Conquista, infatti, sia il cronoprologo di Strasburgo, sia il traguardo dei Campi Elisi, dove la divisa color giada della Crédit Agricole surclassa negli ultimi metri la maglia verde di Robbie McEwen.

Siamo di fronte alla dimostrazione più palese della versatilità e della tenacia di Thor Hushovd. Caduto nella prima tappa in linea dopo il contatto con una manona di cartone agitata da un tifoso, si era fatto parecchio male decidendo, tuttavia, di non mollare. Quasi fosse uscito direttamente da un film horror, con il braccio ferito e gli schizzi di sangue distribuiti un po’ ovunque sul corpo, aveva tagliato la linea di arrivo. Pensava di non riuscire a proseguire, ma alla fine è arrivato a vedere l’Arc de Triomphe de l’Étoile. «I miglioramenti che vedete sulla mia cicatrice mostrano quanto lungo sia il Tour», scherza in una intervista rilasciata a Cyclingnews, aggiungendo: «È sempre bello vincere una tappa al Tour de France, ma per un velocista vincere sugli Champs-Élysées è straordinario. L’ho sognato per così tanto tempo. Ho sofferto sulle Alpi e sui Pirenei, ma ho continuato a pensare agli Champs-Élysées come motivazione per rimanere in gara».

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Il 2010 è l’anno in cui Hushovd centra l’obbiettivo che si era prefissato durante la vacanza alle Canarie: vestire l’iride. La stagione inizia con il solito piazzamento alla Milano-Sanremo – non riuscirà mai a fare meglio di un terzo posto – e un secondo posto alla Parigi-Roubaix. L’occasione per rifarsi, almeno in parte, sulle pietre si presenta alla Grande Boucle, dove il norvegese, vestendo i colori di campione nazionale conquistati pochi giorni prima, si prende una “magra” consolazione nella Wanze-Arenberg-Porte du Hainaut. Il nome dell’arrivo è tutto un programma. «È quasi come vincere la Roubaix, che non ho mai vinto», scherza di fronte ai giornalisti de La Gazzetta dello Sport.

Seguendo la scia di un Cancellara indiavolato – vincitore della Parigi-Roubaix di quell’anno – che, forte di una destrezza impressionante sui tratti in pavè, sbriciola il plotone trascinando dietro di sé il nuovo capitano Andy Schleck, Hushovd attende il momento propizio per agire. Il grosso del lavoro viene fatto dallo svizzero: bisogna solo attendere a ruota e sprintare negli ultimi metri. La concorrenza si presenta ridotta (solo cinque uomini) e carente di esperienza in arrivi in volata. Thor parte da favorito in ultima posizione e dopo aver sorpassato tutti piazza la sua ruota davanti alle altre. L’ottava delle dieci vittorie personali ottenute al Tour nella sua carriera, non c’è bisogno di sottolinearlo, non cade nel giorno del Dio del Tuono: è martedì.

È invece giovedì il 2 settembre 2010. Quel giorno alla Vuelta, sul traguardo di Murcia, è il più veloce di tutti. Raggiunto l’obbiettivo in terra spagnola, dopo undici tappe abbandona la corsa per prepararsi all’appuntamento con la storia. Il motivo è presto spiegato a Cyclingnews. «Sento di essere in forma e non voglio correre rischi inutili». The God of Thunder, ennesimo soprannome di Hushovd, si rifugia a Monte Carlo, dove vive con la moglie: tra una speciale polpetta di patate e salmone affumicato e l’altra – il suo cibo preferito è quello della madrepatria – si prepara per il mondiale australiano di Melbourne.

Sul circuito collinare di Geelong, Hushovd si prodiga per rimanere attaccato al gruppo dei migliori e, al bisogno, per chiudere sull’attacco di Gilbert. La rasoiata del norvegese, quella decisiva, parte a 150 metri dal traguardo. La leggera pendenza lo favorisce e in un baleno supera Breschel sul lato sinistro della strada, tagliando il traguardo senza rendersi conto di aver compiuto un’impresa storica per la Norvegia. «È difficile realizzare che ho vinto il campionato del mondo. È un sogno, non può essere vero. Questo è il momento più bello della mia carriera», dichiara a VeloNews al termine della gara. Per assimilare la conquista dell’iride – Thor Hushovd è il primo scandinavo di sempre a riuscirci – ci vuole qualche giorno; per sfatarne il mito della sua maledizione, invece, buona parte della stagione successiva.

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Nel 2011 Thor Hushovd è come James Bond, l’agente del suo film preferito: in missione speciale. Per un appassionato di caccia alle renne come lui, centrare l’obbiettivo è un gioco da ragazzi. Ci vuole però un po’ di tempo prima di vederlo sul gradino più alto del podio, giusto sei mesi. È la quarta tappa del Tour de Suisse, il 14 giugno 2011. Neanche a farlo apposta, è martedì. Ed è invece venerdì quando alla Grande Boucle sigla uno dei successi più belli della sua carriera, probabilmente il migliore della sua storia al Tour. Arrivato in Francia col cuore decisamente più leggero dopo la vittoria in terra elvetica, si diverte a salire sul palco della presentazione con la parrucca in testa – al termine della carriera si sottoporrà veramente ad un doppio trapianto di capelli, spendendo circa ventimila dollari -, il martello di Thor tra le mani e la maglia iridata sulle spalle. Lui che come tutti gli scandinavi si presta poco agli scherzi e, più in generale, alla socializzazione, trova comunque tempo e voglia di ridere e far ridere.

Durante la tredicesima tappa, da Pau a Lourdes, trova invece l’illuminazione divina, forse inviata dalla Madonna che nella grotta sita a pochi metri dal traguardo apparve a Bernadette. «Non posso credere di averlo fatto. Questo è quasi troppo per me», racconta a Cyclingnews dopo aver attraversato in solitaria la linea d’arrivo. Per uno sprinter, seppur atipico, come lui attaccare sul Col d’Aubisque «per prendere un po’ di tempo prima che David Moncoutié attaccasse, in modo da poter fare il mio ritmo», non è cosa da tutti i giorni. I settantanove chili di massa muscolare e potenza non sono certo facili da portare in vetta, soprattutto se nella fuga ci sono scalatori forti come Jérémy Roy ad imprimere un ritmo scoppiettante. Durante l’ascesa Hushovd sfrutta però la formazione acquisita in giovane età e gioca sull’economia delle forze in gara. La sua condotta è esemplare. «Volevo passare la cima della salita con non più di due minuti, perché sapevo che avrei potuto riguadagnare un minuto in discesa». Seguendo il tanto folle quanto ragionato piano, mette nel mirino proprio Roy, lo aggancia a due chilometri dal traguardo e, contrariamente a quanto tutti si aspettano, parte in contropiede lasciandolo sul posto. «Questa è la mia vittoria più bella al Tour de France. Vincere da solo con la maglia iridata dopo aver superato il Col d’Aubisque è straordinario».

Magnifica come la vittoria centrata nel 2013 ai campionati nazionali norvegesi con la divisa della BMC. Dopo un anno a secco di vittorie – è la prima volta in quindici anni di carriera che non riesce a salire mai sul podio – a causa di una mononucleosi che, come si fa con un punchball, lo colpisce, lo fa riprendere e lo ri-colpisce ancor più duramente, Thor si rialza. Del resto, uccidere un semidio non è cosa facile. Ritorna in forma per l’evento che aspettava da tempo. La cornice è la cittadina di Grimstad, un luogo abbastanza familiare a Hushovd, il quale non vuole perdere l’occasione di vincere a pochi metri da casa. The Bull of Grimstad è uno che nella vita si autodefinisce «impaziente, odio attendere in coda», e lo dimostra durante la corsa in linea – nella cronometro individuale, invece, arriva secondo. Stanco di aspettare, rompe gli indugi quando di chilometri al traguardo ne mancano circa ventisette. Porta via un gruppetto e, da vero God of Thunder, è una saetta allo sprint. «Tutto questo è accaduto a solo un chilometro da casa mia e con tutti i miei amici, la mia famiglia e i miei sostenitori lì ad aspettarmi. Che gara, che momento!».

©Laurie Beylier, Flickr

Nella leggenda di Thor si narra che il martello fosse capace di produrre un boato nel momento in cui colpiva a morte i nemici. Le eclatanti vittorie di Hushovd sono state come delle martellate che hanno risvegliato, anno dopo anno, gli animi dei norvegesi che si sono avvicinati sempre di più al ciclismo. Come tutte le storie, anche quella del Dio del Tuono alla fine giunge al termine. La carriera del vichingo finisce all’età di trentasei anni in un sabato di settembre, dopo aver aiutato il suo capitano Greg Van Avermaet a vincere la Primus Classic Impanis-Van Petegem. “Arrivederci e grazie a tutti per il supporto durante questi anni”, scrive in serata su Twitter. Un’uscita di scena pacata e umile. Niente sfarzo, nessuna pomposità: non attribuibile ad una divinità.

Il boato del tuono giunge circa un mese più tardi, squarciando la serenità che il mondo del ciclismo stava lentamente riconquistando dopo le vicende legate al caso Armstrong. Nella biografia del fuoriclasse norvegese, intitolata semplicemente Thor, si leggono infatti affermazioni e dettagli riguardanti la relazione tra Hushovd e Armstrong, storie di cui l’UCI stessa conosceva già nel 2011. Si tratta di una rumorosa sparata degna del The Bull of Grimstad, il cui libro è stato pubblicato di mercoledì. Per chi non lo avesse ancora capito, Thor Hushovd e il giovedì sono come due rette parallele: non si incontrano mai.

 

 

Foto in evidenza: ©NOS Sport, Twitter