Ti stavamo aspettando, Benoît Cosnefroy

Benoît Cosnefroy è uno dei corridori francesi più elettrizzanti del gruppo.

 

 

Secondo Benoît Cosnefroy, l’entusiasmo è un fattore imprescindibile nella carriera di un ciclista professionista: vince chi si diverte, insomma, e resiste a lungo soltanto colui che apprezza quel che fa. «Il professionismo è solo una breve parentesi nella vita di un corridore», spiega. «Se non c’è divertimento, c’è qualcosa che non va. E allora è meglio lasciar perdere». Per Cosnefroy, divertirsi pedalando significa attaccare, improvvisare, guastare l’ordine di un insieme organico. Vorrebbe che il ciclismo fosse un po’ meno scientifico e un po’ più istintivo, che si ritrovasse il gusto d’aver dato tutto, la soddisfazione che nasce dall’atteggiamento giusto. «Per vincere devi correre dei rischi», riassume lui.

Quello che brilla negli occhi di Cosnefroy, Alaphilippe ha potuto vederlo da vicino nei chilometri finali del Grand Prix Cycliste de Montréal dello scorso anno. Cosnefroy si era avvantaggiato, Alaphilippe lo ha agguantato senza, tuttavia, dargli molti cambi. Prima che Van Avermaet li sverniciasse, Cosnefroy ha fatto in tempo a mandare a quel paese Alaphilippe. Il quale, dopo l’arrivo, si è sentito in dovere d’andare da Cosnefroy e spiegarsi: gli ha chiesto scusa, non aveva più forze.

L’impressione è che Cosnefroy, ventiquattro anni e una predilezione per le classiche delle Ardenne, viva con la leggerezza di chi non ha niente da perdere, con l’urgenza d’assaporare ogni stilla d’esistenza. Come se fosse morto e risorto, avendo così intuito quanto poco conti una corsa di biciclette nell’economia di una vita e quanto sia importante, invece, trarre da una corsa di biciclette il massimo divertimento possibile. Effettivamente, Benoît Cosnefroy la morte l’ha incontrata.

Nella prima tappa del Tour des Pays de Savoie 2015, infatti, si schiantò contro un’automobile che non doveva trovarsi in quel punto. Chi assisté all’incidente, raccontò che Cosnefroy sembrava morto: tutti, lì intorno, lo credevano. Cosnefroy, che dell’impatto non ricorda nulla, si sarebbe svegliato in ambulanza. Per questo non c’è nessun trauma nella sua psiche: perché non ricorda niente. Tuttavia, molto si dové attribuire alla fortuna: la carotide rimase illesa per un nulla. In compenso una vena tagliata, ferite qua e là e schegge di vetro nel collo furono sufficienti per dare un’idea a Cosnefroy di quello che gli era successo. «Si potrebbe dire che è stato un incidente grave con conseguenze minime», minimizzò lui.

©Cyclingnews.com, Twitter

Nonostante l’entità dell’impatto, non si può certo dire che quell’incidente interruppe drammaticamente la parabola d’un predestinato. Benoît Cosnefroy, infatti, è un corridore cresciuto con regolarità e costanza, anteponendo queste caratteristiche poco vistose ad altre più popolari. I suoi continui piazzamenti erano diventati l’argomento principale sul quale scherzare coi compagni di squadra: hai venduto la corsa anche oggi, Benoît?, gli chiedevano. Eppure, quando la dirigenza della AG2R La Mondiale se lo trovò davanti col curriculum in mano, rimase di sasso: Cosnefroy si era sciroppato nove ore di viaggio tra un autostop e l’altro per presentarsi e candidarsi ad un posto nella Chambery Cyclisme Formation, la formazione giovanile della AG2R La Mondiale.

Probabilmente, se queste erano le premesse, i suoi capi non dovettero stupirsi vedendolo conquistare il suo primo successo tra i professionisti dopo nemmeno cinquanta giorni dal suo debutto nella massima categoria. Era il Grand Prix d’Isbergues 2017. Quel giorno gli sembrava uno dei tanti: talmente normale da avvertire la squadra di inseguire la fuga a tutti i costi, anche se lui fosse stato uno dei fuggitivi, ché non pensava mica di poter vincere. E invece vinse, sfruttando lo spunto veloce e la stoccata da finisseur, i suoi marchi di fabbrica: nel gruppo, velocisti come Cavendish e Bouhanni rimasero a bocca asciutta.

Cinque giorni dopo avrebbe vinto la prova in linea riservata ai dilettanti dei campionati del mondo di Bergen, ancora oggi la vittoria più importante della sua carriera. La maglia iridata non l’ha mai indossata perché ormai era già un corridore professionista a tutti gli effetti. Gli è dispiaciuto, certo, ma conta di rifarsi a breve tra i professionisti. Un azzardo, dite? Può darsi: Cosnefroy si è dato cinque anni per iniziare a mettere in cascina alcuni successi importanti. Per ora ne ha conquistati otto, tutti nel calendario francese, due anche in questo 2020 monco d’emozioni. Certo, non sarà facile, ma questo Cosnefroy già lo sa.

Se la sfrontatezza gliel’ha insegnata una morte accarezzata, il disincanto glielo hanno trasmesso suo nonno e suo padre. Cosnefroy s’appassionò al ciclismo vedendo il Tour de France 2006 e restando incantato dall’improvvisa resurrezione di Floyd Landis. «Non crederci», gli suggerirono suo nonno e suo padre. «Non è una cosa regolare, avrà fatto il furbo». E infatti, voilà. Oltre al disincanto, la sua famiglia gli ha trasmesso una furiosa passione per il ciclismo. Tant’è che la prima corsa che Cosnefroy ha vinto portava il suo stesso cognome ed era dedicata ad un bisnonno, Louis Cosnefroy. Tra qualche anno, chi avrà seguito le impronte lasciate da Cosnefroy potrebbe ritrovarsi a celebrare un suo grande successo pronunciando le stesse parole con cui la sua famiglia lo accolse sul traguardo del Prix Louis Cosnefroy: «Ti stavamo aspettando, Benoît».

 

 

Foto in evidenza: ©L’ÉQUIPE, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.