Skujiņš è dotato di una follia che lo ha già reso famoso.

 

Esattamente un anno fa, il 9 ottobre 2018, il lettone Toms Skujiņš vinceva la novantottesima edizione delle Tre Valli Varesine. Dopo 203 chilometri di gara, il corridore in maglia Trek-Segafredo si imponeva in volata davanti al francese Thibaut Pinot e al britannico Peter Kennaugh. Un’esultanza decisamente più pacata rispetto a quando, cinque mesi prima, al Tour di California ballava sulla sua bicicletta a ritmo di musica dance mentre tagliava per primo il traguardo di Laguna Seca. È questa l’immagine che salta subito in mente quando si parla di Skujiņš: un ciclista impazzito. Si agita e si dimena sulla sella incapace di trattenere il suo impeto di gioia per la vittoria. E nella sua carriera, seppur in fiore, ha già collezionato un insieme di episodi tragici e comici allo stesso tempo, che lo rendono un personaggio tutto da scoprire.

Il lettone nasce nel 1991 a Sigulda, una cittadina sita ad una cinquantina di chilometri da Riga, la capitale. Cresce coccolato dalle due sorelle, entrambe più grandi di lui, ma il ragazzo della maggiore, stufo di avere Toms tra i piedi, decide di introdurre il quattordicenne al mondo della mountain bike. Questa attività piace molto a Toms, che da quel momento in poi ne farà una ragione di vita. A 18 anni, ormai ossessionato dalla nuova disciplina, si tuffa nel ciclismo su strada – più apprezzato grazie alle tattiche di gioco simili agli scacchi – che lo porta a trasferirsi, a soli 20 anni, in Francia, paese nel quale decide di provare a diventare qualcuno. Dopo un quinto posto ai campionati mondiali Under 23, Skujiņš prova a fare il grande salto e approda negli States. Nella Hincapie Development Team coltiva il suo talento e sfoggia orgoglioso il suo inglese con accento americano imparato guardando Cartoon Network.

La sua simpatia e il suo essere estroverso conquista il cuore di tutti, da quello dei fans – con i quali condivide esperienze sui social – a quello di Abby Mickey, l’amore della sua vita. In vena di conquiste, durante la terza tappa del Amgen Tour of California del 2015, ottiene, sul traguardo di San Jose, la sua prima vittoria importante tra i professionisti. Commenta l’esperienza con queste parole: “È stato davvero speciale perché noi eravamo un piccolo team americano e ho vestito la maglia di leader per qualche giorno”. La gioia di quei momenti è immensa e l’impresa compiuta, unitamente ad un primo posto nella classifica degli scalatori sfiorato per un pelo a favore di Daniel Oss, gli valgono il titolo “ciclista dell’anno”, premio assegnato dalla federazione lettone e già vinto nel 2013.

L’anno successivo, in maglia Cannondale-Drapac, decide di tornare a quella che diventerà una delle sue corse preferite per provare a togliersi qualche altra soddisfazione. Il passaggio ad una formazione World Tour non lo cambia: lui rimane sempre il solito spassoso Skujiņš, amante di podcast e avido divoratore di libri. Insomma, stessa gara, stesso corridore ma scenario diverso. Si parte da Lodi, che non è la famosa città dal cuore agricolo sita in pianura Padana, ma una località californiana famosa sia per il vino dello Zinfandel, sia per aver ispirato un singolo dei Creedence Clearwater Revival. Si arriva a South Lake Tahoe, conosciuto per i paesaggi mozzafiato. “I set out on the road seekin’ my fame and fortune” – mi sono messo sulla strada alla ricerca di fama e fortuna – così cantava la band rock americana nel brano “Lodi”. Non sappiamo se queste parole abbiano motivato Toms a cercare la vittoria quel giorno ma di una cosa siamo sicuri: il lettone centra la vittoria e la sua reputazione cresce.

Con la fortuna invece i rapporti si guastano e nel 2017 Skujiņš, abbonato ormai al Amgen Tour of California, è vittima di una caduta che scuote i cuori degli appassionati. Siamo di nuovo lungo le strade che portano a San Jose e Toms è in fuga. Ai meno quattordici dal traguardo le telecamere inquadrano un ciclista a terra: è lui. Prova ad alzarsi. L’equilibrio è precario. Tenta di salire in sella ma cade di nuovo. Un membro dell’assistenza gli offre un aiuto ma lui non è lucido. Barcolla in mezzo alla strada e, attraversandola a piedi per recuperare la bici, rischia di essere investito dai corridori che sopraggiungono. Finalmente monta sul suo mezzo e riprende la corsa sbandando come una bandiera in balia del vento. Le immagini televisive sono tutte per lui. Impietosamente mostrano un ragazzo al quale l’asfalto ha stracciato la maglia con violenza: il colore verde lascia ora spazio ad un rosa vivo con sfumature rosso sangue e viola intenso. Ferito fisicamente si scopre poi in seguito che i segni della botta hanno fatto più danni all’interno. Non sono infatti le tumefazioni o la frattura della clavicola sinistra a fargli abbandonare la gara, ma una commozione cerebrale che ha creato un vuoto nella sua memoria. “Non ricordo nulla dell’incidente” questo il suo commento a mente lucida, dopo qualche giorno.

Passa un mese e dopo alcuni test cognitivi Toms si riprende. Nel mese di giugno torna a gareggiare e per poco non riesce a conquistare il titolo di campione nazionale nella prova contro il tempo. Conclude la stagione partecipando alla Vuelta facendo però fatica a fare risultato. Il 2017 è un anno no. A salvarlo ci pensa la vittoria di tappa ottenuta nella Settimana Internazionale Coppi e Bartali, una corsa a tappe italiana dove Skujiņš riesce a salire sul podio della generale. Fa secondo, posto d’onore dietro al francese Lilian Calmejane e davanti al colombiano Egan Bernal.

Toms Skujiņš sul palco della Tre Valli Varesine nel 2018. ©Emanuela Sartorio – Caffé & Biciclette

Oltre alle solite calze appariscenti, regalo che chiede ogni anno a Santa Claus, il corridore lettone va elemosinando prosperità e buona sorte per il 2018. Il nuovo anno inizia con il passaggio nelle file della Trek-Segafredo e con la vittoria del Trofeo Llostea – Andratx, una gara in terra spagnola molto movimentata, ma bisogna aspettare qualche mese per vedere un Toms Skujiņš indiavolato. È il 15 maggio, lo stesso giorno della rovinosa caduta dell’anno precedente, e il lettone, ai meno trenta chilometri, parte all’attacco. Attacchi e contrattacchi. Diversi uomini escono dal gruppo ma a circa undici dal traguardo, fissato dentro il circuito di Laguna Seca, rimangono in testa Sean Bennett e Skujiņš. Sul celeberrimo cavatappi il lettone ne ha di più e stacca il suo compagno d’avventura. Compie ottocento metri in solitaria durante i quali assapora la rivincita. Giunge sulla linea dell’arrivo con una celebrazione esuberante. “Forse sarebbe stato meglio se avessi pianificato prima la mia esultanza, ma è stato spontaneo” commentava ridendo “Ero davvero felice di vincere ancora in California, quindi ho semplicemente festeggiato. Non avevo in mente l’incidente dell’anno prima. Non ricordavo in quale giorno fosse accaduto, poi qualcuno me l’ha detto ed è pazzesco”. Già. Il caffè che beve prima di ogni gara, questa volta ha forse eccitato più del dovuto un ciclista che un po’ stravagante in fondo lo è davvero.

Con la maglia di miglior scalatore e un sorriso stampato in faccia lascia un altro sigillo in un Tour di California che ormai lo ha adottato. Ma il giorno più bello della sua vita deve ancora arrivare. Dopo aver strapazzato i suoi connazionali nella corsa contro il tempo dei campionati lettoni, Toms debutta nell’edizione numero 105 del Tour de France. Si fa subito riconoscere. Soprattutto per la sua voglia di ridere e scherzare circa la sua golosità di patate, che lo porta ad essere rinominato il potato man del gruppo. Del peloton, per la precisione. Con il nuovo appellativo si diverte a giocare con i giornalisti circa questo vegetale dalle virtù fuori dal comune e dal valore eccezionale. “In Lettonia è oro! Al posto dei soldi usiamo le patate”. Il potato lover – così si definisce su Twitter – durante la quinta tappa, quella con arrivo a Quimper, trova posto nella fuga di giornata che però non va in porto. Lui però ha di che gioire: la maglia a pois è sua. A 27 anni entra nella storia. È il primo lettone ad indossare la maglia di leader della classifica dei gran premi della montagna alla Grande Boucle. Eccitato per il traguardo raggiunto, scherza così “Ho la maglia e nemmeno un punto di vantaggio sul secondo. E se dicessi che la voglio portare fino a Parigi?” e, orgoglioso aggiungeva che era una fantastico riconoscimento per lui, per la squadra, ma soprattutto per la sua nazione. Purtroppo per lui i giorni di gloria durano fino alla tappa numero 10, quando Julian Alaphilippe gli toglie la maglia a pois. Se ne impossessa e non la molla più. La porta fino a Parigi. Anche Toms arriva in sella sul traguardo degli Champs-Élysées: è trentacinquesimo nella speciale classifica degli scalatori, con 8 punti. Solo quattro in più di quelli che aveva accumulato durante la quinta tappa.

Conclude la stagione con la vittoria alla Tre Valli Varesine e nel 2019 ritorna al Tour de France. Lo fa senza aver collezionato alcun risultato al California ma con la maglia di campione nazionale di Lettonia sulle spalle. Si presenta al via con una Trek Madone realizzata appositamente per lui: tinteggiata con colori della sua bandiera. Una celebrazione del titolo conquistato sulle strade di casa che Toms, ovviamente, vuole mostrare al mondo. Lo fa di nuovo nella quinta tappa. Ancora una fuga. L’epilogo non porta alcuna maglia speciale sulle sue spalle, ma il ventottenne sale comunque sul palco delle premiazioni. Designato come corridore più combattivo di giornata, riceve il numero rosso da indossare il giorno successivo. Un altro risultato importante che dimostra quanto Skujiņš sia tutt’altro che un “couch potato” o, detto all’italiana, una patata da divano. Gli appellativi di pigrone o di pantofolaio non gli si addicono, ma anche lui ogni tanto ha bisogno di riposarsi. Dopo le fatiche patite in gara, recupera le forze in modo tutto suo: “quando le gambe non vanno più ho bisogno di ricaricarmi con le patate”. Che sia questa l’arma segreta del potato man del peloton? Sarà l’ennesima follia di Toms ma a noi piace credere che sia così.

 

Foto in evidenza: ©Emanuela Sartorio – Caffé & Biciclette