Umberto Poli ha fatto del diabete, il suo freno, un incessante stimolo.

 

È il 7 ottobre 2012 e Umberto Poli non si sente per niente bene. Sta così da una settimana, a dir la verità. Gli scappa sempre da pisciare, giorno o notte non fa differenza. È spossato e preoccupato ma quando quella mattina si attacca il numero sulla schiena, tutto il resto se lo porta via il vento: dopo poche pedalate è già evaso dal gruppo. Il malessere, però, torna a farsi sentire. È costretto a fermarsi e ritirarsi ma la situazione peggiora ulteriormente durante il viaggio di ritorno verso casa. Dopo qualche ora è già in ospedale. Prelievo forzato, perché la macchina per la misurazione della glicemia dà errore: arriva soltanto a 500 ma Poli è già oltre, a 700. Ricoverato d’urgenza in codice rosso. Da quel giorno, il compagno più fedele del giovane è il diabete di tipo 1.

Che nel suo destino ci fosse il ciclismo, poi, era inevitabile. Umberto lo scopre a sei anni ma non è amore a prima vista. Nel mezzo: calcio, judo e tennis. Ma la bici ha pazienza, è comprensiva. Conosce i suoi limiti, sa di essere esigente e complicata. Lo aspetta, consapevole che un solo giro di pedali sarebbe più che sufficiente per far tornare tutto come prima. A dodici anni il ragazzo è di nuovo sopra al suo tappeto magico, culo sul sellino e sogni un po’ più avanti, perché il ciclismo è un costante inseguire.

Intanto il tempo passa. Nuove sfide, nuove amicizie (Elia Viviani su tutti, “un grande”, aggiunge Poli), nuova categoria e quindi nuova squadra. E poi l’incontro con la Novo Nordisk, realtà professionistica interessata soltanto a ciclisti che convivono col diabete di tipo 1. Più che un’opportunità, un regalo; più che una carriera, una missione. In ammiraglia Massimo Podenzana, sedici atleti in tutto. Tante nazionalità così nemmeno in un aeroporto: quattro francesi, un britannico, due australiani, un irlandese, un finlandese, due olandesi, uno spagnolo, un canadese, un argentino e due italiani, oltre a Poli c’è Andrea Peron. “E menomale che esiste l’inglese”, precisa Umberto, e non pensiate che stia scherzando.

Il 2017 corrisponde con la sua prima stagione da professionista. Gli comunicano che correrà la Milano-Sanremo soltanto tre giorni prima della corsa. Poli non crede molto nell’aspetto romantico delle fughe: “Secondo me uno va all’attacco un po’ per farsi la gamba in vista dei successivi appuntamenti, un po’ per farsi notare, un po’ perché te lo chiede la squadra”. Dopo appena tre chilometri, un po’ per tutto quello che vi pare, Umberto Poli è in fuga.

È il più giovane del gruppo ma non sembra interessargli molto. È il primo a crollare e staccarsi, dalla partenza sono passati oltre duecento chilometri, perfino Podenzana ha smesso di urlargli nei timpani perché sa come funzionano queste fughe: non promettono mai nulla, è come andare volontariamente al patibolo, menomale che c’è ancora qualcuno che mette insieme un po’ di tutto e ci prova lo stesso. La corsa di Poli finisce quando quella di Sagan, Kwiatkowski e Alaphilippe deve ancora cominciare. È soddisfatto lo stesso, e tanto basta.

Umberto racconta che i genitori gli sono sempre stati accanto ma che, nel dubbio, lui non ha mai fatto vedere loro di soffrire il diabete; che non ha mai pensato di non farcela, che ogni volta che indossa la maglia della Novo Nordisk sente una responsabilità che lo galvanizza, che il ciclismo gli ha insegnato a soffrire per gli altri. Il diabete, per lui, non è mai stato un limite o un freno: “Se mi sento diverso? Certo, io voglio sentirmi diverso, ma non perché io devo convivere col diabete e gli altri no. Essere diversi, per me, significa essere più forti, tenaci e caparbi degli altri. Io mi definisco una persona come tante, solo con un po’ di voglia in più di far fatica per vivere meglio. Tutto qui”. Passista-scalatore, tiene bene sulle brevi salite e sogna la Parigi-Roubaix: partecipare ma anche vincere, ovviamente, ché se in bici non si sogna un po’ rimane solo la fatica. Gli piacciono moto e macchine ma soprattutto l’amicizia e una birra bevuta in compagnia delle persone di sempre.

Quando gli chiedo del caso Froome, non si smuove di un millimetro. Sono in tanti, purtroppo, ad aver sentenziato che chi ha certi problemi di salute non dovrebbe nemmeno correre, perché si sa, nel ciclismo la fiducia e la trasparenza sono state spesso defenestrate. “Di questo episodio specifico non me ne frega assolutamente nulla. Più in generale, mi infastidisce molto vedere che alcuni corridori, in corsa, usano gli stessi nostri dispositivi per misurarsi la glicemia solo per capire quando alimentarsi. Molte persone dipendono da essi, a volte ti salvano la vita. Sapere che c’è chi li utilizza quando potrebbe farne benissimo a meno, beh, fa arrabbiare. Il diabete, ormai, ce l’ho e chiuso, non ci si può far nulla; lo tengo sotto controllo grazie all’attività fisica, solo grazie a questo e a nient’altro. Che io sappia, almeno per ora, è l’unico modo”. Mi sembra il migliore, peraltro.

 

Foto in evidenza: ©SonokoTanaka

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.