Un gregario grande così: intervista a Damiano Caruso

Damiano Caruso è arrivato alla notorietà troppo tardi ed è colpa nostra.

 

 

Alla sera del primo giorno di riposo del Tour de France 2017, Damiano Caruso viene avvicinato dai tecnici della sua squadra, la BMC. Piva, Baldato e Ochowicz, dopo averne discusso per una giornata intera, hanno deciso di chiedere a Caruso di diventare il capitano della squadra per le restanti dodici tappe. Senza stress né aspettative, s’intende: non si può chiedere di più ad un ragazzo che ha svolto la sua mansione di gregario nelle prime nove tappe e che all’improvviso, complice la caduta del suo capitano, si ritrova a dover resistere al ritmo dei migliori. Seppur dubbioso, Caruso accetta.

Il giorno prima, nella Nantua-Chambéry, Richie Porte era incappato nell’ennesimo fallimento della sua carriera. Se l’ascesa al Mont du Chat è terribile, la discesa è paurosa e non concede il lusso di rimanere in piedi se la traiettoria si rivela sbagliata. La sbaglia Porte, il più indicato a farlo: perde il controllo del mezzo, sbatte contro la parete di roccia e rimane a terra; pochi metri più in là giace Daniel Martin, rimasto coinvolto. Caruso passa di lì poco dopo, giusto in tempo per vedere i sanitari che bloccano il collo del suo capitano. È sconsolato, quasi svuotato. Incrocia lo sguardo di Baldato: “vai, ché tanto qui non c’è nulla da fare”, sembrano dirgli i suoi occhi.

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Quattro giorni dopo il ritiro di Porte, Caruso è di fronte al primo vero esame da capitano sulle strade del Tour de France. La tappa termina a Peyragudes, in cima ad una rampa micidiale e insensata. Vince Bardet e Aru sfila la maglia gialla a Froome. Caruso è lontano: tredicesimo, a due minuti e undici secondi dal francese. Tuttavia, raccoglie delle indicazioni importanti: arriva praticamente insieme a Quintana e Contador e si rende conto che anche loro, scalatori eccezionali, si arrampicano verso il traguardo zigzagando. Si dichiarerà sfinito, ma stranamente contento.

Nella classifica generale chiuderà all’undicesimo posto, subito dietro a Contador e Barguil ma davanti a Quintana. Il ciclismo non è una scienza esatta, d’accordo, ma non è un’eresia pensare che Caruso sarebbe potuto entrare nei primi dieci se non avesse dovuto lavorare per Porte nelle prime nove tappe. Ecco, la carriera di Damiano Caruso prende una piega diversa a partire da quell’estate e dal quel risultato inaspettato. L’opinione pubblica e il giornalismo italiano meritano una tirata d’orecchi: perché ci si accorgesse del valore umano e professionale di Damiano Caruso c’è voluto un imprevisto; chissà quando ci saremmo accorti di lui, se Porte non si fosse schiantato su quella parete di roccia.

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Basso, Porte, Nibali

In Sicilia, almeno fino a non molti anni fa, il ciclismo non era uno sport particolarmente diffuso e praticato. Il calcio, invece, ha sempre entusiasmato i siciliani. Tra i quali c’erano i Caruso, Salvatore e Carmen. Per questo, quando il loro primo figlio – Damiano – iniziò ad appassionarsi al ciclismo, non sapevano da che parte rifarsi. In casa si guardavano tuttalpiù il Giro d’Italia e il Tour de France, e nemmeno sempre. Successe che un giorno d’estate, togliendosi la maglietta, Caruso si accorse di avere qualche chilo di troppo sui fianchi e sulla pancia, e se ne vergognò. Un amico di suo padre, pedalatore amatoriale, gli propose di unirsi al suo gruppo per fare qualche girata in compagnia. Per avere quindici anni e nessuna esperienza nel ciclismo, quel ragazzo se la cavava piuttosto bene.

Quando iniziai a seguire le corse c’erano Pantani, Cipollini, Armstrong”, mi racconta. “Li ricordo con piacere e con un pizzico di nostalgia. Sì, anche Armstrong: ancora non si sapeva niente di quello che poi sarebbe saltato fuori e la sua storia era affascinante”. Tuttavia, in quegli anni c’era un altro giovane italiano che, proprio come Caruso, scalava le gerarchie di un mondo apparentemente troppo più grande di lui: Ivan Basso. “Il primo modello, il primo maestro, il primo capitano. Quando ci ritrovammo insieme alla Liquigas, potevo dire di aver già realizzato un sogno. Poi diventai un suo gregario, il suo compagno di camera, il suo ultimo uomo. Mi ha insegnato tantissimo. Che perseveranza, che dedizione. Un grande motore supportato da una testa eccezionale”.

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Al termine del 2014, la Cannondale cessò l’attività ciclistica e Caruso passò alla BMC, una delle squadre più organizzate e ricche del World Tour. Gli scalatori che Caruso conobbe, però, non valevano Ivan Basso. Evans e Samuel Sánchez avevano fatto il loro tempo, mentre van Garderen si stava rivelando tanto talentuoso quanto inaffidabile. Porte sarebbe arrivato soltanto un anno più tardi, nel 2016.

Alla prima stagione in BMC, sembrava davvero in grado di poter interrompere il dominio del Team Sky sulle strade del Tour de France: alla prima Grande Boucle con la nuova maglia, infatti, chiuse quinto ad un minuto e dodici secondi dal secondo posto di Bardet – acciaccato, peraltro, a causa di un paio di cadute e della follia collettiva sul Mont Ventoux.

Nelle varie interviste rilasciate a Bicisport e Tuttobici, pur non avendo mai mancato di rispetto né a Porte né alla BMC, Damiano Caruso non le ha mandate a dire. Quando gli ricordo che le quattro campagne francesi con la BMC non sono andate benissimo, è lui stesso a togliermi d’impaccio: “Dici pure fallimenti, perché alla fin fine è quello che sono state. Soltanto una volta Porte arrivò quinto. Per il resto, ritiri e cadute”. E una buona dose di fastidio, considerando che Caruso era sempre in forma e non cadeva mai. “Ci ho pensato spesso, non lo nego. Credo d’essere stato sottovalutato, magari talvolta anche per colpa mia. Lavorare per Porte non mi è mai pesato, anzi, sono il primo a riconoscere che la fortuna gli ha voltato le spalle”. In ogni caso, il 2018 ha messo Caruso davanti ad un bivio: la scelta era esclusivamente sua.

Al termine del Delfinato, Damiano Caruso sapeva già quale sarebbe stata la sua prossima squadra: la Bahrain Merida. Di certo non la BMC: d’altronde, come avrebbe potuto? Ochowicz era stato chiaro con i suoi corridori: per la stagione successiva non aveva niente in mano, BMC non sarebbe stato più lo sponsor principale e all’orizzonte non se ne vedevano altri. In più, la Bahrain Merida aveva presentato a Caruso un’offerta irrinunciabile: il ruolo di ultimo uomo di Vincenzo Nibali e la possibilità di mettersi in proprio quando la corsa lo permetteva. Il gregario di fiducia, quello che riesce a rimanere nel selezionatissimo drappello dei migliori scalatori; il ruolo che nelle stagioni precedenti avevano saputo interpretare alla perfezione Scarponi prima e Pellizotti poi.

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Quando gli chiedo di parlarmi di Nibali, Caruso si sbizzarrisce: “Il Michelangelo della bicicletta, l’unico vero fuoriclasse col quale abbia mai corso. Porte e van Garderen sono due ottimi corridori, Basso un campione al quale devo tantissimo, ma come Nibali non c’è nessuno. Correndo al suo fianco, ho capito cos’è il talento: quello che divide i buoni corridori dai campioni, quel qualcosa in più che permette di sbloccare la corsa e risolverla a tuo favore”.

Alcuni filosofi parlavano del bello come di un certo “nonsoché” che lo contraddistingue dal resto. I toni sono simili, insomma, anche se la filosofia del ciclismo è molto più elementare e concreta. “Io e Vincenzo, peraltro, oltre che siciliani, siamo anche amici. Ci conosciamo da tanto tempo, tant’è che ci hanno messo subito insieme in camera”. Sulle differenze che ci sono tra Nibali e Porte, basti quello che Caruso disse a Bicisport nel febbraio del 2019: “Porte dovevi prenderlo e mettertelo nel taschino, se no si perdeva in giro per il gruppo. Vincenzo è uno dei più bravi a guidare la bicicletta”.

Tuttavia, il sodalizio tra Caruso e Nibali è durato un anno appena. Il tempo di un Giro d’Italia emozionante e mal gestito e di un Tour de France lungo e complicato. Caruso ha ricevuto la proposta di rinnovo fino al 2022 da parte della squadra proprio mentre si stava preparando con Nibali per il Tour de France. Quest’ultimo gli aveva già anticipato che non sarebbe rimasto. C’erano stati alcuni dissidi con la squadra che non gli erano andati giù: prima gli era stato negato il rinnovo biennale e poi gli era stato fatto capire che ai vertici non credevano più così tanto nella sua efficienza ad altissimi livelli.

La presenza di Nibali era stata decisiva ai fini della scelta di Caruso. Non è andata come si aspettava – e come molti italiani immaginavano e speravano. “Se lo avessi saputo”, ha dichiarato Caruso a Bicisport nel luglio del 2019, “sarei rimasto alla BMC. Firmai con la Bahrain Merida prima di venire a sapere della nascita della CCC, altrimenti anche quella sarebbe stata una buona opzione”.

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Il nuovo capitano per il quale Caruso dovrà lavorare è Mikel Landa, ancora una volta un personaggio diverso dai vari Basso, Porte e Nibali. Dunque un’esperienza in più, come se Caruso ne avesse fatte poche. “Landa è un grande scalatore, ma deve iniziare a vincere qualcosa; quantomeno, a tornare sul podio di un grande giro. E se non ci saranno capitani per i quali lavorare, allora penserò a me stesso. Al Giro d’Italia proverò a vincere una tappa, al Tour de France aiuterò Landa. Per le Olimpiadi faremo il punto nei giorni del Tour de France. Ho lasciato in giro qualcosa che potevo raccogliere, ma non vivo mai di rimpianti. E poi ho trentadue anni, non sono così vecchio. C’è ancora qualche cartuccia da sparare”.

Un corridore all’avanguardia

In dieci stagioni tra i professionisti, Damiano Caruso ha vinto una volta sola: nel 2013, nella quinta tappa della Coppi e Bartali, i primi tre inseguitori si chiamavano Mazzi, Shpilevsky e Shilov. Parlando di sé stesso, Caruso mi dice che non è mai stato un corridore in grado di vincere tante corse: poche ma buone, insomma. Tra i dilettanti, infatti, Caruso conquistò la prova in linea dei campionati italiani, una tappa al Girobio, una tappa e la classifica generale al Pesche Nettarine. “Certe cose si capiscono soltanto col tempo, coi risultati, riflettendo con sé stessi e con la squadra. Credo che uno sportivo debba ricercare l’equilibrio tra il sogno e la realtà dei fatti: a volte bisogna credere anche nell’impossibile, ma non bisogna dimenticarsi che non tutti possono essere campioni”.

Se Caruso non ha mai mollato, specialmente quand’era giovane e correva per la Mastromarco, in Toscana, lontano da casa sua, deve molto ad una provocazione involontaria di un signore: il tale, un giorno, gli chiese cosa avrebbe fatto quando “tutto questo” sarebbe finito. “Quella domanda è stata una molla”, ha spiegato recentemente a Enzo Vicennati. “Il ciclismo è anche un fatto d’orgoglio”. E di orgoglio, Caruso, ce ne ha sempre messo tanto, talvolta anche troppo. Non potendo essere un campione, un corridore in grado di vincere con continuità, Caruso è diventato un gregario. Ma non uno dei tanti; bensì, uno dei più completi, esperti, devoti e forti. Tant’è che adesso è uno dei luogotenenti più stimati del gruppo, uno di quei corridori che i giovani della Bahrain-McLaren guardano con circospezione e rispetto.

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Come spiegherebbe, Caruso, cos’è un gregario a chi di ciclismo non sa niente? “Prima di tutto ricorderei a tutti che vince uno solo, spesso e volentieri un capitano, se no scadiamo nella retorica e non mi piace. Poi, dopo aver ricordato questa banalità, spiegherei che un capitano vince soltanto se ha una squadra forte che lo aiuta, che lo scorta, che lo protegge. I gregari migliori devono andare forte quasi quanto il capitano, altrimenti nei momenti decisivi quest’ultimo rimane da solo. Nelle corse di tre settimane si nota di più, certo. Il lavoro del gregario non è mai fine a sé stesso, dato che la squadra insegue un obiettivo comune. Per me vincere un Giro d’Italia è quasi impossibile, lo so bene; anche per questo aiuto capitani più forti di me: se loro vincono, è come se io avessi realizzato il mio sogno tramite loro. Si capisce quel che ho detto?”. Alzi la mano chi ha il coraggio di dissentire.

Chiedo a Caruso di svelarmi i suoi difetti più marcati e lui ne snocciola due: a volte si butta giù troppo facilmente, conseguenza del fatto che talvolta non crede abbastanza in sé stesso, ed è pressoché sicuro di non saper gestire al meglio un certo tipo di pressioni. D’altronde, lo disse chiaro e tondo a Bicisport nel settembre del 2017: “Se un giorno venisse da me un team manager e mi dicesse: Damiano, ti diamo tre milioni di euro ma devi vincere il Tour de France o quantomeno garantirci un podio; beh, io risponderei tranquillamente di tenersi i loro tre milioni perché non posso correre con quel genere di pressioni. Ne ho visti tanti intestardirsi, logorarsi, rimanere nell’ombra e non conquistare niente. Io invece sono contento. Svolgo il mio ruolo e vengo apprezzato e premiato per questo”.

Già, la riconoscenza: non se ne parla mai abbastanza. “Quando rimango nel gruppetto dei migliori, tiro al massimo delle mie forze e mi stacco, tutti mi dicono che sono stato proprio bravo. Quando, al contrario, mi sono giocato le mie carte e sono entrato tra i primi dieci al Giro d’Italia e alla Vuelta, nessuno si è accorto di nulla, come se fossi trasparente”. Perché Caruso non sa soltanto tirare, supportare e staccarsi: è arrivato ottavo al Giro d’Italia 2015, nono alla Vuelta a España 2014, secondo alla Tirreno-Adriatico 2018, secondo al Giro di Svizzera 2017, quinto al Delfinato nel 2018, due volte quarto e una quinto nella prova in linea dei campionati italiani. Nel quadriennio con la BMC si è tolto grosse soddisfazioni anche nelle prove contro il tempo, vincendo due cronosquadre al Tour de France, una alla Vuelta e tre alla Tirreno-Adriatico. L’ambiente della BMC gli ha trasmesso una certa rigorosità: Caruso ne è uscito più maturo, più attento, più puntiglioso.

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Ad essere onesti, Caruso non è stato nemmeno così fortunato nel giocarsi le proprie possibilità. Nel 2013, ad esempio, stava preparando il Tour de France dopo aver corso sulle Ardenne quando la Cannondale lo convocò in extremis al Giro d’Italia per sostituire Basso, fermato da una ciste. Arrivò quarto a Pescara, ottavo a Firenze, nono a Bardonecchia, terzo nella cronometro individuale tra Mori e Polsa e ottavo sulle Tre Cime di Lavaredo. Un anno più tardi, nel 2014, la squadra non lo convocò nemmeno per il Tour de France che Caruso stava preparando da settimane, facendogli forse scontare la firma con la BMC. Caruso ingollò il rospo, virò sulla Vuelta e la concluse al nono posto.

Il sogno sarebbe vincere una tappa al Giro d’Italia, dato che è la sua corsa preferita, “l’unica che mi emoziona ancora come se fossi un ragazzino”, tiene a precisare. Nel 2019 è stato secondo a Pinerolo, battuto da Cesare Benedetti, alla prima vittoria in carriera; poi nono a Ponte di Legno, fermato quand’era in fuga per aiutare Nibali. “Avrei potuto vincere, nonostante il maltempo e la fatica andavo proprio bene”, mi racconta. “Ciccone e Hirt andavano forte, ma io altrettanto se non di più. Peccato, ma alla fine ero sicuro che mi avrebbero fermato. Nel contratto c’era scritto: lo sapevo, andava bene così”. Poi, nella cronometro conclusiva di Verona, un insperato quarto posto a soli nove secondi da Haga, a cinque da Campenaerts, il detentore del Record dell’Ora, e a tre da De Gendt.

Caruso ha iniziato nella Liquigas, ha proseguito nella Cannondale, si è integrato alla perfezione nella BMC e adesso si ritrova in una Bahrain McLaren estremamente diversa rispetto allo scorso anno. L’arrivo di Rod Ellingworth dal Team INEOS ha dato nuovi impulsi. Ellingworth è meticoloso ed esigente: ad un osteopata che ha mandato una foto dei turni dei corridori via Whatsapp, è stato suggerito di essere più professionale. Un suggerimento simile non verrà mai rivolto a Damiano Caruso: per passione, dedizione, esperienza e attenzione, non lo si può che definire un corridore all’avanguardia.

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Damiano, oltre che Caruso

Quando gli chiedo cosa apprezzano di lui alla Bahrain McLaren, Caruso ci pensa un attimo. Probabilmente deve aver rivisto tutta la sua vita passargli davanti, perché mi risponde: “La mia storia, la mia persona, la mia idea di ciclismo: questo, credo. Non soltanto quello che riesco a fare in sella, ma anche quello che riesco a dare giù dalla sella. Apprezzano Damiano, oltre che Caruso”. Damiano è quel ragazzo che quando iniziò a pedalare, da adolescente, quasi non immaginava che il ciclismo fosse uno sport reale, praticato a livello agonistico, talmente strutturato da far guadagnare – almeno ad alcuni – tanti soldi. Damiano è quel ragazzo, poi, che simpatizza Juventus e che non dice mai di no ad una partita in televisione, specialmente se sul divano accanto a lui siedono i suoi migliori amici.

Damiano, a pensarci bene, è quel ragazzo che ha il diploma da geometra e che successivamente ha lasciato la Sicilia per la Toscana. “Una seconda casa”, mi dice confermando l’impressione che già avevo. “Non posso che ringraziare l’ambiente della Mastromarco e tutte le persone con le quali ho avuto a che fare all’epoca. Mi hanno trattato bene, non mi hanno fatto mancare niente. Hanno sempre pensato a Damiano (di nuovo, ndr), al mio futuro; mai al loro tornaconto”. Damiano era anche quel ragazzo insicuro, come succede a tutti, sia in amore che nel ciclismo: “Mi chiedevo: passerò o no? E se passo, cosa mi aspetta? A Ornella, mia moglie, a un certo punto dissi di lasciar perdere, che poteva sentirsi libera, dato che non c’ero mai. E invece è rimasta”. Ma se Damiano è così, deve molto alla famiglia nella quale è nato.

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In un’intervista concessa a L’Équipe durante il Tour de France 2019, Damiano Caruso si è guadagnato una certa notorietà anche per storie come questa: “Mio padre è entrato in polizia dopo il servizio militare, non aveva lavoro e si è ritrovato a Palermo nel 1984 nella scorta del giudice Falcone, guardia del corpo negli anni di piombo, e aveva appena diciannove anni. Me ne parla con orgoglio e fierezza, con la consapevolezza di aver vissuto momenti storici. Falcone è stato il primo a combattere apertamente la mafia. All’epoca era diverso, bisognava avere uno straordinario coraggio, un grande senso del sacrificio per mettere la propria vita in gioco, come ha fatto mio padre per un altro, per un milione e duecentomila lire, gli attuali seicento euro”. E a costo di risultare impopolare, non ha risparmiato Saviano, “perché lui racconta la mafia e ci fa business, la odia ma se ne nutre”.

Adesso si capisce da dove vengono l’integrità e la fierezza di Damiano Caruso: dalla sua famiglia, dalla sua carriera. Dalla sua terra, quella Sicilia che non ha mai voluto abbandonare. “È difficile abbandonare quello che si ama”, mi dice. Non mi accontento: cosa vuol dire? “Io non critico i miei colleghi che sono andati altrove; ognuno faccia il suo. Io faccio il mio e rimango qui, nella mia terra. Faccio un’ora in più di aeroplano, ma torno a casa: quella vera. Tanto siamo sempre in giro per il mondo, cosa vuoi che sia qualche ora in più? E poi non voglio privare la mia famiglia di tutti quei momenti vissuti a casa nostra, coi nonni e con i nostri cari. Non ho mai voluto stravolgere tutto quanto per i soldi. Sono importanti, certo, ma non sono tutto”.

Alla Bahrain Merida – nel 2019 si chiamava ancora così – hanno capito con chi avevano a che fare al Giro d’Italia dello scorso anno. Nella notte che precedeva la Frascati-Terracina, Caruso si svegliò perché stava male. Il termometro sentenziò: 39,6. Tra una tachipirina e una fetta biscottata con la marmellata, Caruso va alla partenza e si rende conto che quella sarà la giornata più dura della sua carriera.

Ha freddo, è senza forze ed è una giornata da lupi: centoquaranta chilometri sostanzialmente piatti, è vero, ma la distanza diventa irrilevante se le gambe non girano. “E infatti feci lavorare la testa”, mi spiega. “Non dovevo e non potevo mollare. Sapevo che se avessi concluso la tappa, il giorno dopo sarei stato meglio. La squadra voleva fermarmi, io non potevo accettarlo. Tornare a casa mi avrebbe fatto stare peggio della febbre. E poi avevamo già perso Koren per il coinvolgimento nell’operazione Aderlass. Non potevo andarmene anch’io”.

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E allora di nuovo: perché un personaggio come Caruso – un corridore, un ragazzo, un uomo come Caruso – non è stato scoperto prima? “Perché vinco poco o nulla e perché svolgo un ruolo oscuro. E poi perché voi giornalisti non fate bene il vostro lavoro”. Sono d’accordo, ma so che in molti dissentiranno. In che senso, Caruso? “Così come ci sono corridori forti e corridori meno forti, anche tra i giornalisti ci sono quelli bravi e quelli meno bravi. Un tesserino non basta, si capisce. Il problema è che se io vado piano ci rimette il sottoscritto e la squadra, mentre un giornalista che scrive male o che dice il falso diventa quasi un problema sociale, di tutti quelli che lo leggono e provano a farsi un’idea con il suo racconto. Io vado abbastanza forte da anni, ero qui anche un po’ di tempo fa. È che i giornali e le televisioni parlano sempre delle stesse cose, degli stessi nomi, delle stesse corse. E invece dietro c’è un mondo tutto da scoprire. Oggi gli appassionati vogliono saperne di più, me ne rendo conto io stesso”. Ma funziona così in Italia o all’estero? “Ovunque, ma all’estero lavorano meglio. Negli anni passati alla BMC ho rilasciato molte interviste a realtà straniere, mentre negli stessi periodi nessun giornale o giornalista italiano mi ha mai cercato”.

Forse perché non vince?, azzardo io sfiorando la cafonaggine. “Lo capisco e lo accetto, ma credo d’essere stato sottovalutato, e come me ce ne sono altri. Vorrei che la stampa fosse più democratica”. Già, la vittoria che gli manca dal 2013: quasi sette anni sono tanti, soprattutto per un corridore tutto d’un pezzo come Damiano Caruso. “Prima soffrivo molto l’astinenza, non lo nascondo. Adesso sono sicuro che prima o poi arriverà: ci sarà una giornata in cui io potrò giocarmi le mie carte e sarò il più forte. Ne sono sicuro”. Esulterà in maniera particolare? So già che mi dirà di no, è troppo mite e riservato per farlo. “Non proverò nessun senso di liberazione per il semplice fatto che la vittoria mancata, per me, non è un’ossessione. La prenderò come una medaglia, una gratifica ulteriore. Tutto qui”. Tutto qui un corno, caro Caruso.

 

 

Foto in evidenza: ©ItaliaTeam, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.