Maxime Daniel appende la bicicletta al chiodo e diventa un agricoltore.

 

 

Dei tanti sogni che cullava, Maxime Daniel ne ha realizzati soltanto alcuni. Diventare un ciclista professionista, ad esempio; oppure correre la Parigi-Roubaix, anche se alle quattro partenze è seguito un solo arrivo – ventottesimo nel 2016, va da sé che nelle restanti tre partecipazioni si è sempre ritirato. Tuttavia, le speranze disattese sono più di quelle mantenute: voleva vincere diverse corse e ha esultato in sole due occasioni, avrebbe desiderato pedalare almeno una volta sulle strade del Tour de France e invece non ci è mai riuscito, immaginava per sé una carriera lunga e quantomeno soddisfacente ma qualcosa è subentrato e gli ha fatto cambiare idea. A soli ventotto anni, e con la possibilità di sopravvivere tra le Professional senza particolari problemi, Maxime Daniel ha deciso: si ritirerà a fine stagione e diventerà un agricoltore.

Due sogni su cinque non è un bilancio così pessimo – facciamo tre su sei, considerando che l’agricoltura per lui non rappresenta un vero e proprio ripiego. Daniel non era passato al professionismo accompagnato da chissà quali voci o responsabilità. Dopo averlo avuto come stagista nell’estate del 2011, la Sojasun lo mise sotto contratto a partire dal 2013. Tuttavia, appena un anno più tardi, Daniel e altri suoi compagni di squadra confluirono in una realtà estremamente diversa: Sojasun venne sostanzialmente inglobata dall’AG2R La Mondiale e per il francese iniziarono le difficoltà. “Il mio unico rimpianto è quello di non aver potuto correre un altro paio di stagioni con la Sojasun”, ha confessato di recente in un’intervista a Le Telegramme. “Un ambiente nuovo e più esigente, nuovi compagni di squadra, il World Tour: no, è stato troppo brutale per il corridore che ero allora”.

Dopo tre stagioni complicate, Daniel fa un passo indietro e si accasa alla Fortuneo-Oscaro – l’attuale Arkéa Samsic, la squadra di cui Daniel farà parte fino al termine della stagione. È un corridore tanto veloce quanto sfortunato: tra incidenti, errori e infortuni è stato impossibile per lui trovare quella continuità che nel ciclismo professionistico è fondamentale. Sempre a Le Telegramme ha ripercorso le vicende che lo hanno coinvolto nella prima parte di questa stagione: “Non ho corso a Mallorca perché ho avuto problemi col volo che doveva portarmi laggiù, mentre al Tour of Oman mi sono ammalato e al Giro di Norvegia sono caduto di faccia, conciandomi piuttosto male”. Nella quarta tappa del Tour de Bretagne era uno dei fuggitivi, finché una foratura lo ha estromesso a quattro chilometri dall’arrivo. Rialzatosi sconsolato, all’arrivo ebbe parole compassionevoli: “Mi consola che a vincere sia stato un membro della fuga e non uno del gruppo”.

A rilanciare, almeno in un primo momento, le ambizioni di Daniel, aveva contribuito l’arrivo di André Greipel alla Arkéa Samsic. Convinto di poter diventare un ottimo pesce pilota, il francese aveva abbandonato qualsiasi velleità di vittoria per dedicarsi a quelle del compagno. “Nonostante Greipel sia un campione”, ha raccontato Daniel, “non mi sono mai sentito così rilassato: so che se lo lascio in una buona posizione, lui farà il resto; in più, è molto comprensivo e tranquillo. Ha senso sacrificarsi per un velocista come lui”. Il corso degli eventi, però, ha diviso le traiettorie di Daniel e Greipel. Il primo pensava al ritiro fin dall’inizio dell’estate, pur avendo avuto un’offerta dalla Vital Concept: “Non voglio prendere in giro nessuno, né gli altri né tantomeno me stesso: non potrei mai andare in un’altra squadra senza sentire dentro di me la voglia di dare il 200%”.

Non l’ha sentita, evidentemente, e dalla fine dell’anno diventerà un agricoltore in quel di Saint-Maugan, in Bretagna. “Ho sempre sostenuto che se non avessi corso almeno una volta il Tour de France, la mia carriera sarebbe stata un fallimento”, ha ricordato severo a Be Celt. “Forse l’Arkéa Samsic avrebbe potuto considerarmi un po’ di più: qualche buon periodo l’avrò pur attraversato in queste ultime due stagioni e mezzo”. Deluso o soddisfatto, ormai non conta più: “Mi restano le due vittorie che ho collezionato, una in Portogallo nel 2013 e l’ultima pochi mesi fa in Spagna. Per sdrammatizzare, potrei dire che la bicicletta ha soltanto ritardato il verificarsi del mio destino. Sono felice d’essere stato un corridore prima di diventare un contadino. Così avrò realizzato due sogni: sono un ragazzo fortunato”.

 

 

Foto in evidenza: ©Team Arkéa Samsic, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.