Un sogno, una chitarra e un coltello nello stomaco

La storia di Bennett è una delle più curiose del ciclismo odierno.

 

 

Arrivato in una Zurigo invernale e dunque innevata dopo un volo interminabile, George Bennett impiegò – parole sue – «sei minuti per capire che avevo sbagliato tutto, che non ero dove avrei voluto essere, che provavo già nostalgia di casa». Cosa poteva essere successo in quei sei minuti? Era stato prelevato dal suo contatto svizzero, il quale lo aveva messo al corrente della situazione che avrebbe trovato. «La squadra per la quale ti sei trasferito non esiste più», iniziò l’uomo. «In compenso, ci sono un paio di ragazzi che lavorano nello stesso negozio di biciclette e che possono darti una divisa: potrai correre con loro. Nel tuo alloggio non troverai un telefono, neppure una connessione internet. In più, l’uomo col quale condividerai l’alloggio non parla una parola d’inglese e intrattiene relazioni con ragazzi più giovani». Mentre la macchina puntava verso Sursee, George Bennett avrebbe voluto scomparire dalla faccia della Terra. Non potendo farlo, ovviamente, non gli rimaneva che piangere in silenzio prima di addormentarsi. Un rituale che si ripeté ogni sera per qualche mese.

Come un coltello nello stomaco

George Bennett, lo avrete saputo, ce l’ha fatta: è diventato un ciclista professionista, corre stabilmente nel World Tour dal 2012 ed è uno degli scalatori più sottovalutati del gruppo. Come se questo non fosse un buon biglietto di visita, aggiungerei anche che George Bennett corre per la Jumbo-Visma, una delle squadre più forti del circuito, capace di conquistare cinquantuno vittorie nel 2019. Bennett è uno degli elementi più preziosi di una delle realtà più importanti del panorama ciclistico mondiale, insomma; ma per lungo tempo non è stato così. Lui stesso, incalzato qualche anno fa durante un’intervista, dichiarò che in un primo momento non credeva nella maniera più assoluta di poter diventare un ciclista professionista. Dargli torto era impossibile.

©Felipe Peces Recuero, Twitter

Essendo nato e cresciuto in Nuova Zelanda, Bennett non ha potuto avvicinarsi allo sport senza passare dal rugby. A dire la verità, pur non distinguendosi in niente, è rimasto a lungo nell’ambiente: dai cinque ai diciassette anni, l’età che aveva quando ha giocato l’ultima partita. Allora pedalava già. La bicicletta gliel’avevano fatta scoprire alcuni compagni di squadra che la usavano quando non c’erano partite di rugby in programma. “Bicicletta”, nella Nuova Zelanda di quindici anni fa, significava “mountain bike”. «La mia pedalata non era naturale. Fu terribile, all’inizio. In salita venivo seminato e cadevo ad ogni curva», rivelò qualche anno fa a Peloton Magazine.

Tuttavia, la mountain bike faceva per lui più del rugby. E fu proprio la mountain bike a portarlo in Europa. Era il 2008 e Bennett rappresentava la Nuova Zelanda nei campionati del mondo in Val di Sole. Affascinato dall’Italia e dell’atmosfera ciclistica che vi regnava, fece una promessa a sé stesso: doveva venire a vivere in Europa e provare a diventare un ciclista professionista su strada.

Fu Tim Vincent, un biker ormai ritirato, a trovargli una sistemazione in una piccola squadra dilettantistica svizzera. Era tutto pronto, ormai, quando Vincent lo avvertì dello smantellamento. «Ma non ripensarci», gli suggerì Vincent. «Ho contattato un amico e mi ha assicurato che un posto per te lo trova». Bennett non aveva bisogno di nessun consiglio. Non sarebbe mai tornato sui suoi passi: dove avrebbe trovato la voglia e il coraggio di raccontare a tutti quello che era successo?

Nonostante l’impatto scoraggiante, la vita di George Bennett sarebbe cambiata in fretta. Il suo coinquilino, ad esempio, si rivelò una persona squisita. Arrivarono anche le prime vittorie: alla terza gara, per la precisione, dopo aver steso buona parte del gruppo nella prima per colpa di una frenata puerile. Nel 2010 corse con il Club Routier des 4 Chemins, guadagnandosi la possibilità di entrare nella La Pomme Marseille per la stagione successiva. Eppure, nonostante la squadra facesse parte della categoria Continental e gli offrisse trentamila euro all’anno, Bennett rifiutò.

«Temevo di rimanere bloccato nelle categorie inferiori», avrebbe spiegato qualche anno più tardi. «Non ero interessato ai soldi, perlomeno nell’immediato. Volevo puntare più in alto. E così passai alla Trek-Livestrong di Axel Merckx». Era il 2011. Dopo una sola stagione, George Bennett era un ciclista professionista che indossava la maglia della RadioShack – la squadra di Bennati, di Cancellara, degli Schleck.

©Roxanne King, Flickr

Dopo due stagioni alla RadioShack e una alla Cannondale, Bennett è arrivato alla Jumbo-Visma (allora, nel 2015, LottoNL-Jumbo) e non se n’è più andato. Soltanto cinque anni fa, la squadra olandese era reduce da un periodo complicato: si stava riprendendo proprio in quel momento dagli scandali che avevano coinvolto la Rabobank, l’ambiente che la nuova dirigenza voleva sostituire e ripulire. Cambiò tutto: gli sponsor coinvolti, buona parte degli atleti, lo staff e – ovviamente – il modo di lavorare. Più accurato, più preciso, più metodico: in due parole, pulito e professionale. Il budget non è aumentato poi molto: la differenza, infatti, non la fanno i soldi, ma il modo in cui vengono spesi.

Bennett si è soffermato sulla questione nel corso di uno degli eventi che Rouleur organizza ogni anno. «All’inizio eravamo una delle squadre più deboli. Nel 2015, la mia prima stagione con la squadra, ricordo che conquistammo sei vittorie in tutto l’anno. Ci siamo fermati e ci siamo chiesti: perché facciamo così schifo? È stata la svolta: la squadra investe sui giovani, sui materiali, sul futuro». Tanto per cambiare, Bennett dovette adattarsi ad una nuova realtà a lui estranea. «Ero il solo a non capire una parola d’olandese, la lingua ufficiale della squadra: né a tavola, né alle riunioni, né in corsa. L’ho imparato, ovviamente, anche se adesso l’impronta della squadra è più internazionale».

Tre dei cinque capitani sono olandesi: Dumoulin, Groenewegen e Kruijswijk, mentre Roglič è sloveno e van Aert belga. George Bennett ricopre una posizione prestigiosa e allo stesso tempo fastidiosa: viene subito dopo i capitani e un po’ prima dei gregari, una sorta di luogotenente e di alternativa. Un bel ruolo, dato che pressioni e responsabilità sono equamente distribuite; un ruolo ingrato, se ciò a cui si ambisce abita al piano superiore.

©CyclingTips, Twitter

George Bennett vorrebbe essere un capitano per due, banalissimi, motivi: perché è un ottimo scalatore che sogna di salire sul podio di un grande giro; e perché ha già dimostrato di saper resistere sulle tre settimane: è stato decimo alla Vuelta a España 2016 e ottavo al Giro d’Italia 2018, primo ciclista neozelandese ad entrare tra i primi dieci di una grande corsa a tappe. Se George Bennett non viene considerato un capitano, la colpa non è né sua né tantomeno della Jumbo-Visma, bensì di «un coltello nello stomaco»: così, infatti, definì la patologia che lo affligge da sempre.

Non è semplice da spiegare. Probabilmente si tratta di uno scivolamento delle costole, dovuto alla fragilità della cartilagine. Non è un problema che riguarda solo Bennett, ma anche altri sportivi. In sostanza, una serie di fitte lancinanti comincia a manifestarsi non appena Bennett si profonde nello sforzo massimo. Immaginate cosa significhi scalare le salite del Tour de France con un handicap del genere.

Le ha provate tutte: ha abbandonato il glutine, i latticini, la caffeina; si è fatto dissezionare qualche legamento, nella speranza che questa sorta di spasmo scomparisse; si è sottoposto ad analisi ed esperimenti quasi pioneristici. Niente da fare. «Non è una materia così approfondita», disse a RideMEDIA lo scorso anno. «Quasi non fosse importante. Sembra che la scienza stia dicendo: cosa vuoi che sia? Fermati, riprendi fiato, aspetta che passi e riparti. D’altronde, perché studiarla se non si tratta di una malattia mortale?».

Nell’autunno, subito dopo la fine delle stagione, Bennett si è sottoposto ad una operazione delicata: ha optato per la rimozione di tre costole. Una scelta drastica, ma doverosa: Bennett compirà trent’anni ad aprile e non ha mai corso serenamente. «Sento di non riuscire ad esprimermi al massimo finché questa cosa non verrà risolta», raccontò a Rouleur. «È frustrante. C’è ancora qualcosa dentro di me che non riesco a tirare fuori». La sua situazione verrà nuovamente analizzata nei giorni della Parigi-Nizza: a quel punto, George Bennett potrà farsi un’idea più precisa del suo futuro.

©Cyclingnews.com, Twitter

George Bennett (?)

George Bennett è un corridore del ventunesimo secolo: è interessante, è pittoresco, è cosmopolita. Non trascura i suoi rapporti col pubblico, non teme le interviste e le telecamere, cura le sue bacheche digitali. A riguardo, ad esempio, è indicativa la descrizione che dà di sé stesso su Twitter: portaborracce e atleta della Jumbo-Visma, abitante di una piccola cittadina neozelandese – Nelson -, antiteista. Secondo l’Oxford English Dictionary, si definisce antiteista “colui che si oppone alla credenza nell’esistenza di un Dio”. In più, il nome che figura su Twitter è seguito da un punto interrogativo: George Bennett?, così. Una provocazione, né più né meno.

Nonostante non abbia ancora trent’anni, non si può dire che non abbia visto il mondo. È nato in Nuova Zelanda, ha vissuto in Svizzera, ha pedalato per una squadra americana – la Trek-Livestrong -, una lussemburghese – la RadioShack -, una italiana – la Cannondale – e una olandese – la Jumbo-Visma. Come molti colleghi extraeuropei, ha scelto Girona come campo base europeo.

Non vive da solo: ha una ragazza, Caitlin Fielder, che di mestiere fa l’artista. È neozelandese come lui e fino a qualche anno fa lavorava in Nuova Zelanda sfruttando i suoi studi in Biologia e Biologia Marina. Senonché, un giorno come un altro, Bennett le propose di venire a fare l’artista a tempo pieno a Girona, un luogo con un’atmosfera particolare e propositiva per tentativi simili. È andata bene: le fantasie che ricoprono gli scarpini di Bennett, e che Bennett non dimentica mai di sfoggiare, sono diventate famose in tutto il mondo e Caitlin si è trovata letteralmente sommersa di lavoro.

Uno dei tanti lavori di Caitlin Fielder. ©Shimano Australia Cycling, Twitter

I viaggi e le esperienze dell’ultimo decennio non hanno cancellato l’infanzia e l’adolescenza di Bennett. È ancora molto legato alla Nuova Zelanda e ci torna non appena il suo lavoro glielo permette. Perché comunque la si metta, il ciclismo professionistico è un lavoro: Bennett sarebbe d’accordo. «Ci sono tante cose che vorrei fare e che non riesco a fare», ammise una volta. «Suono la chitarra, è vero, d’altronde la musica è un’altra grandissima passione. Però non riesco a portare avanti nient’altro. Lo sport dà tanto, ma allo stesso tempo è limitante ed esigente».

Alla Nuova Zelanda pensa regolarmente nei lunghi trasferimenti, mentre ascolta la musica che gli ricorda casa sua. E quando vi fa ritorno, ringrazia ogni volta il destino che gli ha dato una famiglia e un gruppo di amici totalmente disinteressati al ciclismo: «Mi seguono, certo», raccontò una volta al canale YouTube del Tour of California, «ma per loro è irrilevante che io sia bravo o meno a pedalare. Mi permette di staccare la spina, di non stufarmi del ciclismo, di ripartire con più energie. È rinfrescante».

In più, George Bennett è dissacrante. Ammette di ripensare con dolcezza alle difficoltà affrontate e al suo passato, anche se non vorrebbe mai riviverlo. Non capisce cosa ci sia di speciale nel passare una borraccia ad un bambino: successe alla Vuelta a España 2018, il video fece il giro del mondo, ma Bennett riportò tutti coi piedi per terra. Il siparietto più simpatico che lo ha riguardato, tuttavia, risale al Giro d’Italia 2018. Al termine della tappa di Bardonecchia, mentre stava pedalando sui rulli, Bennett venne avvicinato da un giornalista per qualche domanda. Quando quest’ultimo gli chiese cosa pensasse dell’impresa di Froome, Bennett era sbalordito: «Cosa? Froome ha davvero vinto la tappa e la maglia rosa? Non ci credo».

Non lo sapeva, non fingeva, l’espressione sul suo volto era inconfondibile. Chiuse la questione con una frase destinata a diventare una delle più iconiche della stagione: He did a Landis, tradotto alla lettera “ha fatto un Landis”. Il riferimento è chiaro: Froome, come Landis al Tour de France 2006, ha ribaltato le sorti di una corsa apparentemente chiusa con un’incredibile azione solitaria. Nessuna allusione al doping, ovviamente: George Bennett è troppo intelligente per cascarci.

©Team Jumbo-Visma cycling, Twitter

Alti e bassi

Nonostante le indubbie qualità, George Bennett ha colto soltanto una vittoria in otto stagioni: il Tour of California 2017 davanti a Majka. Un bottino ingeneroso, così come l’ottavo posto al Giro d’Italia 2018, che lo stesso Bennett descrisse come «la corsa più dura alla quale abbia mai partecipato». Ai piedi dello Zoncolan, ad esempio, Bennett rimase fermo per diversi secondi a causa di un guasto meccanico. In cima sarebbe arrivato comunque dodicesimo, davanti a corridori come Carapaz, Aru, Formolo, Dennis e Ciccone.

Nel corso di quelle tre settimane, Bennett dimostrò tutto il suo valore: fu quarto sull’Etna, settimo sul Gran Sasso, dodicesimo a Bardonecchia, quattordicesimo a Cervinia.

Il 2018 è stata la miglior stagione della sua carriera: undicesimo al Tour Down Under, nono alla Tirreno-Adriatico, sesto alla Volta a Catalunya, quinto al Tour of the Alps, ottavo al Giro d’Italia, quarto al Giro di Polonia, diciottesimo nella prova in linea dei campionati del mondo di Innsbruck, decimo al Giro di Lombardia. Dopo la vittoria di Valverde a Innsbruck, Bennett era quasi più contento di lui: «Vedere un corridore vicino ai quarant’anni che vince un Mondiale è incredibile. È vero, Valverde è Valverde, ma è un’iniezione di fiducia per tutti. Significa che ho altri dieci anni davanti, se tutto va come deve andare».

Se non un grande giro, Bennett meriterebbe quantomeno la classifica generale di una breve corsa a tappe: in carriera, infatti, è arrivato tra i primi dieci alla Parigi-Nizza, alla Tirreno-Adriatico, al Tour Down Under, alla Volta Ciclista a Catalunya, al Giro di Polonia, all’Abu Dhabi Tour – oggi UAE Tour; e appena fuori da dieci ai Paesi Baschi, undicesimo nel 2017, e al Delfinato, quattordicesimo nel 2016.

Vittorioso al Tour of California 2017. ©CyclingTips, Twitter

Uno degli appuntamenti più importanti del 2019 di George Bennett sarebbe stato il Tour de France, una corsa nella quale la Jumbo-Visma sperava di distinguersi soprattutto con Groenewegen e Kruijswijk. È stato un trionfo: quattro vittorie di tappa, la maglia gialla indossata da Teunissen, la vittoria nella cronosquadre e il terzo gradino del podio conquistato proprio da Kruijswijk. Una squadra olandese che sale sul podio del Tour de France con un capitano olandese: non si poteva chiedere di più. Fatta eccezione per il brutto infortunio rimediato da van Aert, una campagna pressoché perfetta. Per tutti, certo, meno che per Bennett, bersagliato dalla sfortuna in uno dei migliori momenti della sua carriera.

Il suo ruolo era il solito: luogotenente, ultimo uomo e guardaspalle del capitano, vale a dire Kruijswijk. Tuttavia, stava andando forte come non mai: un piazzamento tra i primi dieci non era impossibile da strappare. Dopo la vittoria nella cronosquadre, e fino al termine della nona tappa, Bennett occupava il quarto posto della classifica generale.

Il giorno dopo, mentre il gruppo sciamava verso Albi, i ventagli e una scelta scellerata lo avrebbero mandato fuori gioco: chiamato dall’ammiraglia per rifornire i compagni di squadra, Bennett si ritrovò nello sparpaglio generale causato dal vento. Non sarebbe rientrato; anzi, ad Albi accusò un ritardo vicino ai dieci minuti. Qualsiasi velleità d’alta classifica poteva definirsi evaporata.

©BianchiJAPAN, Twitter

«Sono tornato alle origini», scherzò amaramente nei giorni successivi col New York Times. «Di nuovo il gregariato. D’altronde, ero venuto per fare questo, no? Non posso dire che mi piaccia, ma questo è il ciclismo». Il suo stato di forma non era comunque scomparso. Sul Tourmalet si sarebbe rivelato preziosissimo per Kruijswijk: pedalò talmente forte da concludere undicesimo, a meno di un minuto da Pinot, a soli cinque secondi da Fuglsang, davanti a Valverde, Porte, Gaudu, Mas, Quintana, Mollema, Aru. Il giorno più difficile doveva ancora arrivare.

Nella diciottesima tappa, tra Embrun e Valloire, Bennett cadde due volte. La prima lungo la discesa del Col de Vars, impossibilitato ad evitare la scivolata di Roche proprio davanti alla sua ruota anteriore. In un primo momento, Bennett non si rialzava. Sembrava incollato all’asfalto, come se il peso di un futuro incerto gli gravasse sulla schiena. Si sarebbe rialzato con difficoltà, stordito. Gli ci volle più d’un tentativo per salire sulla sua bicicletta, agganciare i pedali e ripartire.

Più tardi, rovinò di nuovo a terra nel tratto di discesa del Galibier. La seconda volta si riprese in fretta: tornò in sella, scartò un paio di borracce che rotolavano pericolosamente sulla carreggiata e sfiorò l’impatto con una delle ammiraglie della Wanty-Gobert. Sarebbe arrivato al traguardo in ventisettesima posizione, cinque minuti e mezzo più tardi rispetto al gruppo dei migliori. Tanti altri, nelle sue condizioni, si sarebbero ritirati o avrebbero raggiunto il traguardo in totale letizia. «Giornata pessima», dichiarò qualche ora più tardi, «ma niente mi impedirà di continuare».

Due giorni più tardi, salendo verso Val Thorens, il suo apporto sarebbe stato fondamentale per sgretolare definitivamente le resistenze di Alaphilippe e portare Kruijswijk, il suo capitano, sul terzo gradino del podio. Dopo aver esaurito il proprio compito, Bennett si staccò e fu costretto a mettere il piede a terra per riprendersi. Il giorno dopo avrebbe tagliato il traguardo definitivo dei Campi Elisi in quint’ultima posizione, due minuti e mezzo dopo la volata di Ewan. Felice per aver portato a termine il Tour de France, soddisfatto del lavoro svolto per la squadra, ma irrimediabilmente sconsolato per quello che avrebbe potuto essere e che, per l’ennesima volta, non era stato.

©Team Jumbo Visma

Il 2020 è iniziato tra gli alti e i bassi che caratterizzano da sempre la carriera di George Bennett: ottavo nella classifica generale del Tour Down Under, anche se alla vigilia dell’ultima tappa che portava in cima a Willunga Hill era quinto a sette secondi dal terzo posto di Power. In compenso, ha già stabilito i suoi obiettivi stagionali: Parigi-Nizza, Volta Ciclista a Catalunya, Giro d’Italia. «Dopo un buon Giro d’Italia, avrò due mesi di tempo per preparare la prova in linea delle Olimpiadi», diceva poche settimane fa a Radio Sport. «A quel punto, ci vorrebbero un bel ritiro in altura e una breve corsa a tappe, diciamo di una settimana. Sarebbe un avvicinamento perfetto. Volevo tornare al Tour de France, ma tra la Grande Boucle e le Olimpiadi non c’è spazio a sufficienza per il viaggio, per acclimatarsi, per smaltire il fuso orario».

Bennett non ha avuto dubbi tra il Tour de France e le Olimpiadi. «Il Tour de France c’è ogni anno, le Olimpiadi no. E poi, il percorso è perfetto per le mie caratteristiche. Sì, voglio puntare tutto o quasi sulla prova in linea delle Olimpiadi». Difficile, praticamente impossibile, direte voi. Avreste ragione, noi per primi crediamo che per Bennett sia estremamente complicato laurearsi campione olimpico. Eppure, siamo altrettanto convinti del fatto che se Bennett ci sentisse, si limiterebbe ad una smorfia, ad una scrollata di spalle: d’altronde, non è certo la prima volta che si confronta con l’impossibilità.

 

 

Foto in evidenza: ©Will Newton, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.